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La terra è il più grande tesoro che esista, risorsa limitata e impronta ecologica sul pianeta che si fa sempre più pesante. La preziosità della terra come strumento insostituibile per la produzione del cibo.
Adattabilità, intelligenza e continua formazione le chiavi per affrontare al meglio le sempre più frequenti situazioni di emergenza
Secondo Angiolino Maule, Presidente di VinNatur – Associazione Viticoltori Naturali, sono le zone vocate quelle che possono reggere meglio il cambiamento climatico.I fenomeni meteorologici sempre più estremi non aiutano i vignaioli a lavorare in serenità e proprio per questo bisognerà abituarsi ad affrontare queste situazioni con intelligenza e con la consapevolezza che tali estremizzazioni hanno un impatto negativo minore nelle zone storiche per la viticoltura, dove l’adattamento dei vitigni autoctoni è più radicato. Al contrario, la coltivazione della vite “importata” in zone meno vocate sta soffrendo maggiormente: “I vignaioli e le diverse DOC dovrebbero cominciare ad adeguarsi a questa nuova normalità – spiega Maule. – Questa situazione implica sfide significative ma anche opportunità, che richiedono un ragionamento profondo e un rinnovato approccio da parte dei produttori. Bisogna comunque distinguere realtà come la Sicilia, dove assistiamo a una siccità mai vista, o l’Alsazia, dove oggi è consentito piantare chenin blanc e vermentino nella denominazione, e regioni come il Veneto dove ormai ci sono troppi vigneti in pianura e sempre meno in collina”.
La riflessione nasce dal fatto che, tracciando una panoramica delle differenti situazioni lungo la Penisola, esse appaiono molto diverse. A nord-ovest la piovosità dei mesi primaverili – pari a 1500 mm, un valore doppio rispetto alla media – ha messo alla prova i vignaioli associati, con consistenti perdite dovute alla peronospora, mentre al centro-sud le temperature elevate e la siccità stanno influenzando in modo pesante la raccolta delle uve già iniziata. A livello qualitativo bisognerà attendere la fine delle fermentazioni, mentre le produzioni medie sono generalmente nella norma.
L’Associazione VinNatur da diversi anni affianca i viticoltori soci con un supporto continuo tramite convegni, corsi di formazione dedicati a tecniche produttive e di gestione del vigneto, collaborazioni con agronomi ed entomologi che operano per risvegliare il vigneto e riportare un equilibrio ottimale. Tra queste è attivo il monitoraggio della biodiversità dell’ecosistema vigneto, che comprende anche l’osservazione della salute dei suoli, insieme a Vitenova Vine Wellness, società di consulenza agronomica friulana.
“Fare viticoltura naturale non significa affidarsi alla stregoneria – prosegue Maule – ma al contrario utilizzare la scienza e tutte le conoscenze che abbiamo per lavorare al meglio le nostre vigne, innalzandone la salubrità e di conseguenza la resistenza alle situazioni di stress, evitando così di fare ricorso alla chimica”.
Il monitoraggio ha messo in evidenza le importanti ripercussioni dell’annata precedente, la 2023, proprio sulla biodiversità dei suoli. Il maggior compattamento dovuto alle frequenti piogge e ai numerosi passaggi dei trattori ha contribuito a un’asfissia generale e a un conseguente calo della vita microbica. Il controllo e la corretta gestione del terreno da parte dei vignaioli associati, rispettandone gli equilibri e l’ecosistema senza forzature tecnologiche, hanno potuto anche in questo caso fare la differenza garantendo un suolo vivo e sano.
La Valpolicella è una valle meravigliosa che si estende nella provincia di Verona.
E' una distesa immensa di verdi colline ricoperte da vitigni di alta qualità.
Dei vini pregiati italiani doc l'Amarone della Valpolicella è un vanto dell'agricoltura della regione Veneto.
Un vino apprezzato nel mondo a cui viene riconosciuto tutto il valore che merita.
I produttori di vino hanno un ruolo primario nell'economia di un paese.
Il vino è il risultato del lavoro dell'uomo che sa utilizzare al meglio un prezioso dono della natura: la vite. Dietro ad ogni bottiglia di vino c'è fatica ed esperienza.
La prima bottiglia di questo vino risale a più di cinquant'anni fa.
La produzione ancora oggi è limitata, la lavorazione ha mantenuto uno stile artigianale e questo gli conferisce il carattere di ricercatezza. I buoni intenditori segnalano nei primi posti, tra i vini pregiati italiani, proprio l'amarone della valpolicella.
Varietà uva.
L'Amarone della Valvolpicella è il prodotto di tre vitigni diversi: la Corvina veronese, la Molinara e la Rondinella.
I terreni su cui cresconoi vigneti sono di orgine calcarea e sono situati nelle località di Val di Mezzane, Illasi e Cazzano di Tramigna.
Epoca vendemmia/vinificazione.
La vendemmia viene effettuata i primi 10 giorni di ottobre, quando l'uva è al punto di maturazione ottimale.
Note sensoriali.
L'amarone di Valvolpicella ha un colore rosso rubino intenso, il profumo è gradevolmente speziato e ricorda il gusto del ribes.
E' un vino secco dal sapore corposo, asciutto ed aromatico allo stesso tempo, con un ottimo retrogusto amaro.
Abbinamenti.
Consigliato per accompagnare carni rosse, selvaggina e tutti i formaggi stagionati. Ottimo da gustare anche fuori pasto.
Temperatura di servizio.
Va servito preferibilmente ad una temperatura di 17/18 gradi.
Lo sapevi che...
In passato nelle colline veronesi si produceva il Recioto, un prodotto enologico che attraverso varie trasformazioni ci ha regalato la versione, appunto, dell'Amarone di Valpolicella.
La qualità e il sapore sono elementi imprescindibili.
Un buon bicchiere di vino bevuto durante i pasti non può che avere effetti benefici sulla nostra salute. L'importante è che si consumi con parsimonia, quindi nella giusta misura.
E' chiaro che tutto è riferito ad un prodotto non solo buono ma anche di qualità.
I vini pregiati italiani come l'amarone della valpolicella sono prodotti sempre con l'uva migliore, scelta e selezionata con cura al momento della raccolta.
I vini del Piemonte sono probabilmente i vini qualitativamente più rappresentativi dell'Italia intera.
Il Piemonte annovera infatti tra i suoi vini 7 DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) ed una cinquantina di DOC (Denominazione di Origine Controllata).
Il Piemonte è la storia e la cultura del vino italiano. La vite è presente nel territorio piemontese almeno dall'età romana e numerose testimonianze ne ripercorrono gli eventi: Tito Livio menziona il Barbaresco nella storia di Roma; Plinio il Vecchio descrive le caratteristiche dei vigneti piemontesi; nella prima metà del 1200 Pier de' Crescenzi, autore del primo trattato di agricoltura, elogia i sistemi di coltivazione adottati dai contadini del Monferrato.
Ed è proprio in quel periodo che si hanno le prime evoluzioni con l'introduzione dell'allevamento a spanna e con la produzione del Vino Barbaresco, diverso da quello coltivato oggi, vinificato con l'aggiunta di uve Moscatello e Passeretta per renderlo dolce e frizzante.
I vini piemontesi rossi risultano essere il settanta per cento di tutta la produzione regionale.
La produzione dei vini in Piemonte.
I vini piemontesi rossi risultano essere il settanta per cento di tutta la produzione regionale. Tra i vini del Piemonte rossi più rimomati vi sono sicuramente il Barbera, il Barolo, il Dolcetto d'Alba, il Moscato, il Grignolino ed il Nebbiolo.
Praticamente quasi tutti i vini della regione sono famosi in tutto il mondo! La gran parte dei vini in Piemonte viene coltivata nelle tre zone del Monferrato: il Monferrato Astigiano, il Monferrato Casalese e l'Alto Monferrato. Altre zone di interesse sono i Colli Tortonesi situati al confine con la Lombardia vicino all'Oltrepò Pavese.
Vini Piemonte: dal 1997 la DOC.
La DOC Piemonte è entrata in vigore dal 1997 e comprende i vini Spumante, il Barbera e la Bonarda, il Grignolino, il Brachetto, il Cortese, il Chardonnay, il Moscato, il Pinot Bianco, il Pinot Grigio, il Pinot Nero, il Pinot Chardonnay. Tutte queste tipologie nel caso in cui provengano da vigneti iscritti all'albo dei vini del Piemonte DOC possono essere coltivati in tutta la regione.
Il vino Barbera d'Alba DOC, Barbera d'Asti DOCG, Barbera del Monferrato Superiore DOCG è dei vini più famosi del territorio del Piemonte e l’inizio della coltivazione è datato diciassettesimo secolo.
I vini del piemonte che hanno raggiunto soltanto ultimamente lo status di denominazione di origine controllata sono: Albugnano, Alta Langa, Canavese, Colline Novaresi, Cisterna d'Asti, Coste della Sesia, Colline Saluzzesi, Langhe, Freisa di Chieri, Monferrato, Loazzolo, Roero, Pinerolese, Roero, Verduno Pelaverga. Da tutto ciò possiamo dedurre come sia imminente il giorno in cui tutto il territorio del Piemonte produrrà vini DOC e DOCG a testimonianza della straordinaria tradizione vinicola di questa regione.
Barolo DOCG.
Vino rosso di qualità dalla regione Piemonte: vino Barolo.
Il vino Barolo DOCG sembra inizi la sua diffusione nel territorio italiano sin dal risorgimento attraverso l’uso di uve Nebbiolo.
Da quel tempo il vino Barolo risulta essere un vino rosso tra i maggiormente caratteristici della regione Piemonte nella quale sono raccolti i maggiori vigneti di coltivazione.
Caratteristiche organolettiche del vino Barolo.
Andiamo ora ad elencare le sensazioni organolettiche che contraddistinguono il vino Barolo e che gli garantiscono di essere considerato quale uno fra i vini italiani maggiormente conosciuti.
Al palato il gusto del vino Barolo è secco, caldo e pieno mentre il colore si presenta rosso granata con riflessi d'arancione con l'invecchiamento. Bisogna dire che il piacere di assaporarlo comincia già dal il primo momento della degustazione quando il suo inebriante profumo intenso con aromi di spezie, frutta, rosa canina, liquirizia, cannella soddisferà il vostro naso.
Vino Barolo DOCG: invecchiamento e gradazione.
Il Barolo è un vino avente una gradazione di 13 gradi circa ed il periodo di invecchiamento dopo il quale è ottimale la sua consumazione è di 20-30 anni. Tutti gli anni vengono raccolti approssimativamente 61305 hl di vino Barolo i quali corrispondono a circa 8200000 bottiglie.
Se volete provare il vero vino Barolo DOCG potete andare nei territori di Barolo, Castiglione Falletto, Cherasco, Diano d'Alba, Grinzane Cavour, La Morra, Monforte d'Alba, Novello, Roddi d'Alba, Serralunga e Verduno.
Con che cosa si abbina il vino Barolo.
La capacità di abbinare ai piatti più ricercati un vino di qualità appare una delle peculiarità che valorizzano la tua tavola. Il vino Barolo è adatto soprattutto ad abbinarsi con arrosti, brasati, selvaggina.
Dolcetto d'Alba DOC e DOCG.
Il vino Dolcetto d'Alba risulta essere un vino rosso tra i maggiormente caratteristici della regione Piemonte.
Il vino Dolcetto d'Alba: vino rosso prestigioso dalla regione Piemonte.
Il vino Dolcetto d'Alba DOC e DOCG sembra inizi la sua coltivazione nel territorio italiano durante il diciassettesimo secolo attraverso l’utilizzo di uve Dolcetto.
Da quel tempo il vino Dolcetto d'Alba risulta essere un vino rosso tra i maggiormente caratteristici della regione Piemonte all’interno della quale sono raccolti i maggiori centri di produzione.
Vino Dolcetto d'Alba: caratteristiche organolettiche.
Un vino di qualità ha la capacità di appagare, tramite le insite proprietà organolettiche, tutti i sensi della persona che lo degusta ed in questo talento il vino Dolcetto d'Alba sembra eccellere facilmente.
Ad una prima osservazione il vino Dolcetto d'Alba sfoggia un colore rosso rubino con frequenti riflessi violacei mentre al naso risulta fruttato con ciliegia e lampone. Ma è il sapore quello che separa un vino di qualità dai vini comuni. Assaporandolo il vino Dolcetto d'Alba si presenta secco e pieno con retrogusto amarognolo.
Gradi del Dolcetto d'Alba DOC e DOCG e invecchiamento.
Il Dolcetto d'Alba è un vino avente una gradazione di 11, 5 (un grado il più il superiore) gradi approssimativamente ed il periodo di invecchiamento in cui risulta consigliata la sua consumazione è di 3-6 anni. Ogni stagione vengono prodotti approssimativamente 65000 hl di vino Dolcetto d'Alba i quali danno luogo a più o meno 8700000 bottiglie.
Se volete provare il reale vino Dolcetto d'Alba DOC e DOCG potete andare nei territori di Grinzane Cavour, Diano d'Alba, Mango, La Morra.
Il vino Dolcetto d'Alba a tavola.
La capacità di abbinare ai cibi più saporiti un vino di qualità appare una tra le peculiarità capaci di impreziosire la tua cena. Il vino Dolcetto d'Alba risulta adatto in special modo ad essere servito con salumi, primi di carne, ravioli, carni bianche e rosse.
Moscato d'Asti DOCG.
Vino bianco prestigioso dalla regione Piemonte: vino Moscato d'Asti.
Uno dei vini più caratteristici della regione Piemonte risulta essere il vino Moscato d'Asti DOCGe l’inizio della coltivazione risale al tempo dei Romani.
Il vino Moscato d'Asti è un vino bianco e viene creato da uve esclusivi come Moscato bianco. Vino Moscato d'Asti: profumo e gusto. Un vino di qualità ha la capacità di appagare, tramite le insite proprietà organolettiche, l’olfatto ed il palato di chi lo degusta ed in questo talento il vino Moscato d'Asti appare riuscire facilmente.
Al palato il sapore del vino Moscato d'Asti è aromatico e dolce con struttura acidula ed alla vista si presenta giallo paglierino brillante, spesso tendente al dorato. Bisogna segnalare che la bellezza di assaggiarlo comincia già dalla prima fase della degustazione poiché il suo inebriante profumo delicato con note fruttate di pesca gialla e fiori di acacia e tiglio appagherà il vostro naso.
Gradi del Moscato d'Asti DOCG e invecchiamento.
Il Moscato d'Asti è un vino con una percentuale alcolica di 11 gradi approssimativamente mentre il periodo di maturazione dopo il quale risulta consigliata la sua degustazione è di alcuni mesi e non anni. Ogni vendemmia sono raccolti approssimativamente 37500 ettolitri di vino Moscato d'Asti che danno luogo a circa 5000000 bottiglie.
Le località dell’Italia nei quali la coltivazione del Moscato d'Asti è più sviluppata sono i territori di Treiso, Neive, Cassine, Strevi, Castelnuovo Belbo, Costiglione d'Asti, Nizza Monferrato, Incisa Scapaccino, Bistagno, Monastero Bormida, Acqui Terme, Cannelli, Santa Vittoria d'Alba, Serralunga d'Alba.
Come abbinare a tavola il Vino Moscato d'Asti.
La capacità di associare ai cibi più saporiti un vino adatto appare una di quelle cose che valorizzano la tua tavola. Il vino Moscato d'Asti risulta ideale in particolar modo ad abbinarsi con dolci, crostate, frutta.
il vino Grignolino si presenta con un colore rosso rubino pallido con tendenze al granata.
Grignolino DOC.
Vino rosso proveniente dalla regione Piemonte: vino Grignolino.
Il vino Grignolino DOC vede cominciare la propria coltivazione nella nostra nazione durante il tempo antico attraverso l’uso di uve Grignolino (90%) e Freisa (10%)
Da quella data il vino Grignolino risulta essere un vino rosso tra i più tipici della regione Piemonte all’interno della quale sono presenti la gran parte dei centri di coltivazione. Colore e sapore del vino Grignolino.
Un vino DOC deve saper soddisfare, tramite le sue proprietà organolettiche, il palato e l’olfatto di chi lo consuma ed in questo talento il vino Grignolino appare riuscire senza difficoltà.
Ad una prima osservazione il vino Grignolino si presenta con un colore rosso rubino pallido con tendenze al granata mentre al naso è vinoso con sentori fruttati di nocciola e grignole. E’ però il il sapore quello che separa un vino pregiato dai vini di tutti i giorni. Assaporandolo il vino Grignolino si presenta secco, buona struttura con finale gardevolmente amarognolo.
Dove si produce il Grignolino DOC. Il Grignolino risulta essere un vino con una gradazione di 11 gradi approssimativamente ed il periodo di maturazione dopo il quale è ottimale la sua degustazione è di 2-4 anni. Ogni anno vengono prodotti circa 26000 ettolitri di vino Grignolino i quali danno luogo a più o meno 3500000 bottiglie.
Se desiderate trovare il reale vino Grignolino DOC potete andare nei territori di Alessandia e Asti.
La capacità di associare ai piatti più saporiti un vino di qualità è una tra le peculiarità che valorizzano la tua tavola. Il vino Grignolino è ideale soprattutto ad abbinarsi con tutto il pasto, arrosti di carne, pollo, coniglio piatti a base di uova.
Il vino Nebbiolo d'Alba è un vino rosso pregiato dalla regione Piemonte.
Nebbiolo d'Alba DOC.
Il vino Nebbiolo d'Alba: vino rosso pregiato dalla regione Piemonte.
Uno tra i vini più famosi del territorio del Piemonte risulta essere il vino Nebbiolo d'Alba DOC e il vitigno viene coltivato dal tredicesimo secolo.
Caratteristiche organolettiche del vino Nebbiolo d'Alba.
Un vino pregiato ha l’obbligo di appagare, attraverso le sue proprietà organolettiche, l’olfatto ed il palato di chi lo degusta ed in questa capacità il vino Nebbiolo d'Alba sembra eccellere facilmente.
Al palato il gusto del vino Nebbiolo d'Alba è pieno, secco e vellutato mentre alla vista appare rosso con riflessi granata. Ma segnalare che la bellezza di assaporarlo comincia già dal il primo momento della degustazione quando il suo inebriante profumo elegante e complesso con note di lampone, confetture e spezie appagherà il vostro olfatto.
Vino Nebbiolo d'Alba: produzione e gradazione. Il Nebbiolo d'Alba è un vino avente una percentuale alcolica di 11, 5 gradi approssimativamente ed il periodo di maturazione in cui è ottimale la sua consumazione è di 7-10 anni. Tutte le vendemmie sono raccolti all’incirca 20000 ettolitri di vino Nebbiolo d'Alba che corrispondono a circa 2550000 bottiglie.
Nel caso in cui desideriate trovare il reale vino Nebbiolo d'Alba DOC non dovete fare altro che recarvi nei territori di Canale, Castellinaldo, Corneliano, Monticello, Piobesi d'Alba, Priocca, Santa Vittoria e Vezza d'Alba.
Il vino Nebbiolo d'Alba a tavola.
Saper associare ai cibi più ricercati un buon vino appare una tra quelle peculiarità capaci di valorizzare la tua tavola. Il vino Nebbiolo d'Alba risulta adatto in particolar modo ad essere servito con ravioli al sugo di carne, coniglio, pollo.
Questa denominazione, a differenza del Monica di Cagliari che ha carattere locale del capoluogo, è autorizzata in tutta l'isola sarda, quindi il territorio e i risultati ottenuti da questi vini sono molto vari, pur conservando le caratteristiche principali del vitigno Monica, e dipendono dalla zona esatta di raccolta delle uve.
Il Monica è maggiormente coltivato nella zona sud occidentale dell'isola, in particolare nel Campidano, e nella parte centrale. Ma tutta la Sardegna è coinvolta nella coltivazione e nella produzione, quindi si va dalla zona pianeggiante e argillosa della provincia di Cagliari a quella granitica di origine vulcanica della parte centrale, entrambe caratterizzate da scarsa piovosità.
Nella zona di Terrealba invece l'abbondanza idrica non rappresenta affatto un problema e il territorio e di derivazione paludosa, con presenza di sabbie.
La Sardegna.
La Sardegna si è formata nel Paleozoico, tra i 570 e i 225 milioni di anni fa, più precisamente nel periodo Cambriano inferiore, che caratterizzano maggiormente la parte meridionale del Sulcis, con rocce di natura arenacea e carbonatica emerse dalle profondità marine con presenza di numerosi fossili.
Questo tipo di depositi e rocce caratterizzano anche la parte sud orientale e centrale, e comunque generalmente tutta l'isola.
Le seguenti eruzioni vulcaniche nella regione centrale e settentrionale caratterizzano cambiamenti morfologici delle rocce e in Gallura si trovano sabbie e rocce di quarzo e fenomeni attivi di idrolisi.
I vitigni rossi coltivati in Sardegna sono molti, da quelli importati da Piemontesi e Spagnoli agli autoctoni. In particolare per questa denominazione si fa riferimento al vitigno Monica, già descritto più volte e utilizzato in assemblaggio o da solo negli altri DOC sardi.
Vini e vitigni d’Italia: il Monica di Sardegna è un vino rosso sobrio e morbido al palato.Twitta
Monica di Sardegna.
La sua origine non è certa. Si pensa che sia stata importata dagli Spagnoli all'inizio della loro dominazione nell'isola ma non si hanno prove certe e il fatto che quest'uva sia totalmente sconosciuta nella Spagna dei nostri giorni alimenta speranze da parte di molti viticoltori sull'autoctonia di questa varietà, certamente uno delle rivendicazioni più forti dell'orgoglio sardo.
Questo vitigno infatti riesce a produrre vini mono varietali di ottimo pregio e sta iniziando a conoscere una fama non indifferente.
Generalmente morbido al palato è un vino rosso che accompagna con eleganza e sobrietà tutto il pasto, ma trova il suo naturale accompagnamento con le minestre, le carni bianche e i formaggi a pasta molle.
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L’isola della Sardegna è la terra più ricca di vitigni in Italia, ma è anche quella che presenta una delle vitivinicolture più antiche, sia per la varietà di vitigni, sia per la ricca collezione di vini che mostra. Ogni anno vengono prodotti circa 800mila ettolitri di vino su una superficie vitata di 40 mila ettari. La Sardegna deve questo suo patrimonio vinicolo a diverse invasioni a cui è stata soggetta nel trascorrere del tempo. Il primo popolo che si insediò nell’isola furono i Fenici.
A questi seguirono i romani che rimasero qui per oltre mezzo millennio diffondendo le loro tecniche vinicole. Grazie al popolo romano la Sardegna conobbe oltre 5 secoli di intensa fioritura nel campo enologico.
Successivamente, fu la volta del popolo proveniente dalla Spagna, i quali apportarono grandi modifiche sia per quanto riguarda l’ ambiente vinicolo
sia per quanto concerne l’ambiente viticolo, diffondendo nuove tecniche.
Per quanto riguarda il giorno d’oggi, il vino in Sardegna va considerato su piccola scala: meglio puntare sulla qualità che sulla quantità. Ogni terreno sardo è buono per la coltivazione di viti, Ma il migliore è quello sabbioso e calcareo.
Con l’acronimo DOC si suole indicare il nome geografico di una fascia geografica che viene utilizzato per designare un vino che presenta caratteristiche qualitative speciali connesse all'ambiente naturale del luogo di produzione.
I vini DOC inoltre devono rispondere ai requisiti stabiliti nel relativo disciplinare di produzione (gradazione alcolica, minima, colore, odore sapore).
La denominazione DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) viene riconosciuta a particolari vini pregiati che vengono sottoposti a un'ulteriore controllo che ne attesti le caratteristiche di particolare pregio. Per i DOCG è inoltre sono previste restrittive per gli impianti: numero di ceppi, sistemi di potatura; altri parametri riguardano l'invecchiamento e l'affinamento.
In Sardegna sono presenti 18 vini DOC e 1 DOCG
• Alghero
• Arborea
• Campidano di Terralba .
• Carignano del Sulcis
• Giro' di Cagliari
• Malvasia di Bos
• Malvasia di Cagliari
• Mandrolisai
• Monica di Cagliari
• Moscato di Cagliari
• Moscato di Sorso e Sennori
• Nasco di Cagliari
• Nuragus Di Cagliari
• Sardegna Semidano
• Vermentino di Gallura(DOCG)
• Vermentino di Sardegna
• Vernaccia di Oristano
L'introduzione delle DOC e delle IGT è stata anche un modo per tutelare anche il consumatore che ha il pieno diritto di degustare un vino le cui qualità rispondano effettivamente alla zona e alla tradizione indicate nel prodotto.
Naturalmente intorno alle DOC girano molti interessi politici e interessi di mercato, e per alcuni vini il riconoscimento della DOC hanno rapresentato il riscatto per una migliore collocazione sul mercato. Naturalmente ciò ha però favorito il rilancio vitivinicolo in territori in cui si stava abbandonando l'attività. Ciò è vero sopratutto per la Sardegna che presenta aree di produzione di vino molto differenziate dal punto di vista pedo-climatico e con diverse varietà delle vitigni.
Nell'ultimo ventennio molti dei più importanti produttori di vino della Sardegna si sono impegnati nel recupero e la rivalorizzazione dei vitigni autoctoni presenti in Sardegna. La crisi del settore vinicolo e la concorrenza dei paesi emergenti come l'Australia e il Chile spinge a lavorare in questa direzione, solo con l'utilizzo di vitigni storicamente legati a un territorio si può arrivare alla produzione diversificata di vini di qualità difficilmente imitabili da altri paesi. In questo senso la Sardegna è avvantaggiata in quanto sono presenti molti vitigni autoctoni che solo in Sardegna hanno trovato il loro habitat naturale e che utilzzati in particolari uvaggi hanno dato vita a vini di altissima qualità.
L’uva Cannonau è stata inserita in Sardegna dal popolo spagnolo. Era conosciuta inizialmente col nomme di granacha o granaxa aragonese, canonazo a Siviglia, grenache nella Francia del sud. Il vitigno Cannonau ha una preferenza per i terreni posti nelle zone più calde del bacino mediterraneo, e viene coltivato anche in California e in Australia, ottenendo un successo veramente strepitoso. Nell’isola della Sardegna, il Cannonau è presente nel Nuorese e sulle colline del Gennargentu, le quali si trovano nella parte orientale dell’isola, a sud del Nuoro. Ma è possibile trovare il vitigno del Cannonau anche nel Sassarese e nel Cagliaritano. L’isola presenta un clima caratterizzato decisamente dalla presenza poco assidua di piogge, il che crea la possibilità per le uve di raggiungere la giusta maturazione con un tasso di zucchero abbastanza alto e ciò avviene proprio perché sono povere di acqua. Inoltre, c’è di più, le uve delle volte vengono vendemmiate tardivamente oppure vengono fatte essiccare prima di mettere in atti il processo di lavorazione delle medesime.
Di conseguenza i vini prodotti hanno un tasso alcoolico decisamente elevato rispetto ad altri, nonostante al giorno d’oggi alcuni produttori sono più predisposti a ridurre tali gradazioni alcooliche per quanto riguarda i vini da pasto, ma sono anche propensi a diminuire il periodo di invecchiamento in modo tale da poter così ottenere dei prodotti che siano più consoni al gusto di coloro i quali sono consumatori e appassionati di vino. Il vino sardo Cannonau può cambiare anche di molto da una varietà all’altra, in quanto la vastità della zona di produzione implica delle differenze inerenti il clima e geologiche che influiscono e condizionano di molto le caratteristiche determinanti e peculiari organolettiche del vino.
Ma all’interno di queste fasce geografiche così vaste, ne esistono alcune più piccole, delle sottozone, le quali danno vita ad altre sottodenominazioni e ad altri vini ben caratterizzati. Si tratta di Oliena o Nepente di Oliena, parte del comune di Orgosolo, provincia di Nuoro, di Jerzu e Cardedu, sempre in provincia di Nuoro, di Capo Ferrato, che interessa i comuni di Castidas, Muravera, San Vito, Villaputzu e Villasimmius, in provincia di Cagliari. Il vino deve essere prodotto con le omonime uve che vanno impiegate nella misura minima del 90 % e possono venire completate da altri vitigni autorizzati, cioè bovale grande, bovale sardo, carignano, Pascale di Cagliari, Monica.
La resa dell’uva per ettaro non deve superare i 110 quintali e il vino ottenuto deve avere un’ alcoolicità minima di 12, 5 gradi e un invecchiamento di minimo 4 mesi. Tra le sue caratteristiche presenta un colore rosso rubino intenso, che tende all’arancione se invecchiato, ha un odore gradevole e un sapore secco. Va servito ad una temperatura pari a 18°C ed è accompagnato da carni bianche saporite, arrosto di maiale, preparazioni alla griglia e allo spiedo. Tra gli altri vini rossi famosi e celebri dell’isola sarda possiamo citare:
• Alghero rosso: ha un rosso rubino tendente al granato con l’invecchiamento, ha un sapore corposo, tannico e liquoroso, con un odore vinoso. La gradazione alcoolica è pari a 11% vol;
• Mandrolisai rosso: che ha un sapore asciutto, sapido con retrogusto amarognolo, color rosso rubino tendente all’arancione con l’invecchiamento, la sua gradazione alcoolica è pari a 11,5% vol;
• Arborea Sangiovese rosso: è un vino dal colore rosso intenso, rubino o rosato, con una sapore asciutto, morbido, fresco, aromatico e un odore vinoso e intenso. La sua gradazione alcoolica è pari a 11% vol.
Nell'ultimo ventennio molti dei più importanti produttori di vino della Sardegna si sono impegnati nel recupero e la rivalorizzazione dei vitigni autoctoni presenti in Sardegna. In questa situazione l’isola sarda è avvantaggiata poichè sono presenti molti vitigni autoctoni che solo in Sardegna hanno trovato il loro habitat naturale e che utilzzati in particolari uvaggi hanno dato vita a vini di altissima qualità. Tra i vitigni più celebri possiamo citare:
• Bovale Sardo: vitigno a bacca nera, detto anche Bovaleddu, si è probabilmente differenziato nel corso dei secoli dal Bovale Grande, o Bovale di Spagna. Caratterizzato da una produttività elevata, una buona adattabilità a diversi climi e ambienti ed una media tolleranza alle principali crittogame.
• Cannonau: viene usato nella produzione di rossi, rosé e di vini a sostenuta gradazione alcolica. La zona DOC del Cannonau di Sardegna comprende l'intera regione, che a sua volta è divisa in tre sottozone: Oliena (incentrata sui comuni di Oliena e Orgosolo in provincia di Nuoro), Capo Ferrato (che include i comuni di Castiadas, Muravera, San Vito, Villaputzu e Villasimius in provincia di Cagliari) e Jerzu (incentrato sui comuni di Jerzu e Cardedu in provincia di Nuoro.
• Monica: la zona di maggior produzione è compresa fra Cagliari, Iglesias ed Oristano ed è considerato il più rappresentativo fra i vitigni rossi.
• Caddiu: É una varietà molto vigorosa, mediamente produttiva, con una discreta resistenza ai freddi invernali ed alle crittogame. Le sue uve vengono utilizzate solo assieme ad altri vitigni per la produzione di vini rossi comuni, ma anche quale uva da tavola, data la consistenza e la dimensione degli acini.
• Cagnulari: Vitigno a bacca rossa di probabile origine spagnola, è diffuso soprattutto nel sassarese. Viene coltivato soprattutto nei terreni di Usini, con interessanti realtà dedicate a questo vitigno anche nei comuni di Ossi, Tissi, Uri, Ittiri, Sorso ed Alghero. É un vitigno utilizzato come vino da taglio per contribuire alla produzione di un vino rosso da pasto.
• Caricagiola: vitigno a uva rossa è diffuso quasi esclusivamente in Gallura. Secondo alcuni sarebbe autoctono, secondo altri proveniente dalla vicina Corsica (dove viene chiamato Bonifaccencu o Carcaghjolu Nero, ovvero "nero che dà molta uva"); secondo altri ancora deriverebbe dal Vermentino Nero toscano o sarebbe imparentato con il Mourvedre Nero o Bonvedro portoghese. Di costituzione vigorosa ed elevata produttività, rustico, preferisce terreni di natura silicea, dove da luogo a vini di colore rosso rubino acceso, con aroma di frutti rossi, ricco di tannini, di acidità contenuta.
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Il Teroldego è il principe dell'enologia trentina. Vitigno di origine autoctona. Dà un vino di carattere ideale per l'invecchiamento. Di colore rosso rubino intenso; il bouquet richiama la viola; il gusto è caldo, asciutto e corposo.
Il vino Teroldego, meglio conosciuto come Teroldego Rotaliano, dall'omonima DOC in provincia di Trento, viene prodotto a partire dall'omonimo vitigno, autoctono della zona conosciuta come Campo Rotaliano o Piana Rotaliana, situata a Nord del Trentino, alle porte dell’Alto Adige.
E' una pianura alluvionale formata dall’Adige e dal Noce, un'area di soli quattrocento ettari che definisce un triangolo il cui vertice è il valico della Rocchetta, all’imbocco della Val di Non, ed i cui lati sono le imponenti pareti rocciose che vi si gettano a strapiombo.
Il sottosuolo è caratterizzato da ghiaia e ciottoli alluvionali dei materiali più disparati, che contribuioscono alla formazione di un sottosuolo ricchissimo di scheletro. L'unicità climatica della Piana Rotaliana è dovuta anche alle alte montagne che la circondano: queste pareti rocciose proteggono le viti dai venti freddi e trattengono il calore estivo.
Il Teroldego ha trovato qui un habitat particolarmente favorevole, in particolare nei comuni di Mezzacorona, Mezzolombardo e San Michele all'Adige.
Da qualche tempo però la sua coltivazione si va estendendo anche ad altre zone anche se il Teroldego, essendo una varietà altamente sensibile alle condizioni pedoclimatiche, sembra svilupparsi e dare risultati eccellenti solo nella Piana Rotaliana. Il Teroldego è un vino rosso di colore non troppo marcato quando è giovane, e che tende a divenire più intenso, quasi scuro, dopo aver passato qualche anno in cantina, dove può tranquillamente riposare fino a dieci anni.
Il Teroldego ha profumi fruttati, di more, mirtilli e lamponi appena raccolti. Con il tempo i profumi tendono ad amalgamarsi ma il Teroldego non perde il suo carattere che rimane deciso, solido e armonioso. Il Teroldego può accompagnare molti piatti, idealmente portate a base di carni, soprattutto arrosti, ma anche formaggi di media stagionatura.
Il teroldego è un vitigno a bacca nera coltivato quasi esclusivamente in Trentino, nella zona denominata Piana Rotaliana, cui fanno capo i comuni di Mezzocorona, Mezzolombardo e la frazione di Grumo nel comune di San Michele all'Adige.
La foglia è grande, pentagonale e trilobata; il grappolo è medio-grande, allungato e piramidale, talvolta cilindrico, a volte alato, mediamente compatto; l'acino è di media grandezza, rotondo, con buccia di colore nero bluastro, spessa, coriacea e molto pruinosa. La produttività è elevata.
Questo vitigno, di antiche origini, pare sia arrivato in Trentino dal veronese (zona del lago di Garda) dove era conosciuto come Tirodola, dal sistema di impianto con tutori denominati tirelle. Per altri sia l'origine che il nome sarebbero invece da far risalire al Tirolo. Comunque se ne hanno notizie documentali certe solo dall'inizio del XIX secolo.
L'analisi del DNA ha rivelato caratteristiche genetiche comuni al Lagrein, al Marzemino e al Syrah, antichissimi vitigni di origini medio-orientali.
Dalle uve Teroldego si ottiene un vino di colore rubino carico con riflessi porpora; il profumo è vinoso, e si possono percepire odori di viola e lamponi, ma anche di ciliegie e mandorle; il gusto, secco, è strutturato, poco tannico, piuttosto acido, non molto alcolico.
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La Sicilia, per condizioni climatiche, temperatura mite, terre collinose, leggera brezza di mare e sole acceso, ricorda i territori della California e dell'Australia.
Queste qualità risultano ideali e rendono la Sicilia l'isola del vino. In effetti, la Sicilia testimonia con i suoi vini la secolare vocazione viti-vinicoltura che affonda le proprie radici già in età Greca, allorché si diede origine a quel binomio, Sicilia e Vini, ormai noto il tutto il mondo.
I vini presenti sul territorio siracusano abbracciano un circuito di cultura, mito e storia che caratterizzano ciascuno dei prodotti enologici citati in precedenza.
I metodi di lavorazione, di fermentazione e d’ imbottigliamento sono differenti per ciascun prodotto poiché differenziati da odori, profumi e colori tipici del vigneto d’appartenenza.
Anche le caratteristiche fisiche, nonché di sapori e profumi sono diversi per ciascun vino, lasciando al consumatore la possibilità non solo di scegliere ma anche di godere di tutte le caratteristiche del prodotto.
Grazie alle caratteristiche di ciascun prodotto, nonché alla grandissima varietà di scelta per ciascuna tipologia di vino ( bianco, rosato, rosso), ci si può sbizzarrire e divertire mischiandoli e incrociandoli, toccando le papille gustative più raffinate e invitando i palati più esigenti. La storia del vino è un po' la storia stessa dell'umanità. Ogni civiltà, impero, vicenda politica e di potere ha avuto le proprie storie di vino, più o meno legate agli eventi stessi che hanno delineato il corso della storia.
Nella zona di Siracusa, la coltivazione della vite è stata per lungo periodo l'attività agricola prevalente ed ha dato vita ad una rilevante tradizione vitivinicola. La provincia si caratterizza per alcune produzioni di eccellenza, basate su vitigni autoctoni e non, che si possono fregiare dei marchi di origine DOC o IGT.
È un vino di colore giallo oro, rotondo ed armonico, con un'impronta serena e delicata come una melodia che mette subito di buon umore. Il Moscato di Noto è una variante nata poco più di mezzo secolo fa nella Cantina Sperimentale di Noto, allo scopo di ottenere un vino fine e profumato che potesse essere gustato giovane, senza la necessità di un lungo invecchiamento. Prodotti in quantità limitate, come si addice ad una gemma preziosa, questi vini di singolare bellezza - indubbiamente tra i più bei moscati d'Italia - onorano l'enologia siciliana.
Il Moscato di Siracusa secondo il celebre storiografo ed enologo Saverio Landolina Nava (1743-1814) sarebbe identificabile con l'antico Pollio siracusano, ottenuto dall'uva Biblia (dai monti Biblini, in Tracia), che fu introdotta a Siracusa da Pollis, mitico tiranno della città. Se così fosse, le sue origini risalirebbero al VIII-VII secolo a.C., e il Moscato di Siracusa potrebbe essere considerato il vino più antico d'Italia. Ancora oggi, seppur in quantità ridotte, questo vino viene prodotto nel territorio comunale di Siracusa con uve di Moscato Bianco sottoposte a un leggero appassimento.
Il Nero d'Avola.
È il più grande vitigno a bacca rossa della Sicilia e viene coltivato in una vasta fascia che taglia a metà l'isola, dalla costa tirrenica di Casteldaccia e Cefalù, a est di Palermo, fino a quella del canale di Sicilia fra Marina di Ragusa, Pachino e Noto. La viticoltura nell'area del Nero d'Avola ha radici antichissime, risalenti fino al V secolo a.C. Questo vino, nelle sue varie versioni, è destinato a grande invecchiamento. Le bottiglie devono essere conservate orizzontali e stappate qualche ora prima del consumo, meglio se fatte decantare in caraffa.
Il BachYnum di Pachino.
Il vino nero dell’antica tradizione di Pachino è detto anche il “quarantottore”, Pachino ha svolto per parecchi anni il ruolo di centro di produzione di mosti e vini prevalentemente impiegati per il taglio di vini più blasonati, acquistati dal nord d'Italia o dalla Francia in grandi quantitativi. Interi bastimenti venivano riempiti presso il vicino porticciolo di Marzamemi per poi prendere il largo verso i porti di Livorno o Genova, e poi proseguire verso il Piemonte ed oltre.
Il Frappato.
Il Frappato è un vitigno a bacca rossa presente in tutta la Sicilia ma essenzialmente nella provincia di Siracusa e in quella di Ragusa.
Il vitigno è molto antico e le prime notizie certe lo fanno risalire al XVIII secolo. La sua origine non è nota e sembra possa non essere un vitigno autoctono ma proveniente dalla penisola iberica. Ne esistono due varietà molto simili con grappoli piuttosto allungati e con acini molto ravvicinati di colore rosso intenso tendente al violetto. Questa caratteristica ha un aspetto negativo in quanto quando l'uva è matura gli acini si pressano a vicenda provocando la spaccatura di alcuni di essi. Questo provoca la formazione di muffe ed un inquinamento del prodotto.
Ma anche vinificato in purezza, il Frappato è un vino suadente dal profumo intenso e delicato e dal sapore fresco ma ben strutturato. La sua presenza nel Suber aggiunge un aroma di pesca gialla e una nota gustativa leggermente tannica.
Altre notizie provengono dal primo novecento, presumendo un'origine spagnola dove sono presenti due varietà similari. Di certo si sa che era presente nella Sicilia orientale già dal XVII secolo, con il nome di Frappato dal significato di “fruttato”.
Eloro.
L'Eloro è un vino a Denominazione di Origine Controllata (DOC) riservata a vini prodotti nella Provincia di Siracusa precisamente nei comuni di: Noto, Pachino, Portopalo di Capo Passero, Rosolini e nel comune di Ispica della Provincia di Ragusa
I vini ammessi alla DOC sono i seguenti:
· Eloro rosato
· Eloro rosso
· Eloro Nero d'Avola
· Eloro Frappato
· Eloro Pignatello
· Eloro Pachino
· Eloro Pachino riserva
Albanello.
Citato nel 1700 per le qualità del vino omonimo costituisce uno dei vitigni storici coltivati in provincia di Siracusa.
La coltivazione è limitata alla provincia di Siracusa, dove si è andata notevolmente riducendo a pochissimi esemplari, ceppi sparsi sono presenti anche nei vigneti ragusani. La pianta è di media vigoria, foglia medio-grande, grappolo medio, cilindro-conico, leggermente spargolo, talvolta alato, acini medi, sferoidali o ovoidali, con ombelico evidente, buccia mediamente pruinosa, spessa e consistente, di colore giallo chiaro tendente al verdolino, dorata nella parte esposta al sole, polpa molto dolce. Maturazione media. Generalmente viene vinificato insieme ad altre uve. Il vino è particolarmente fine, di colore giallo paglierino carico, dotato di ricco corredo aromatico e buona struttura gustativa.
è una variante de Moscato di siracusa, oggi riconosciuto come vino doc.
Il Moscato di Noto è frutto del lavoro di tanti viticoltori che non hanno voluto dimenticare secoli di storia continuando caparbiamente a coltivare il vitigno che ne è la base. Elorina ne ha raccolto e valorizzato l’impegno vinificando le loro uve e producendo un vino dolce e morbido, caldo e avvolgente.
La leggenda narra che il nome delle uve, da cui si produce il Moscato, trae origine da quanto accadde ad un dei servi della gleba di Falaride, tiranno in Sicilia, il quale era stato messo dal suo padrone a guardia di certe uve dai grappoli succosi dolcissimi di cui andava ghiotta la figlia cieca del tiranno. Il poveretto aveva l’incarico di passare per i vigneti con una verga per scacciare le mosche. Un giorno, stremato dalla calura e dalla stanchezza, il servo si appisolò e al suo risveglio scoprì che gli acini erano stati tutti punti dagli insetti. La figlia del tiranno trovò che quell’uva era di gran lunga migliore del solito così spiegò che il sonno era stato voluto dalla dea Demetra , affinché le api addolcissero la sua uva lasciando su ogni acino un segno per poterla riconoscere. Al di là della legenda, studi condotti dall’archeologo dott. Santocono Russo sulle ceramiche e sui vasi potori ritrovati nella grotta di Sbirulia , a pochi chilometri da Noto, hanno portato alla conclusione che nella zona il vino fosse già conosciuto circa 200 anni prima di Cristo. Il Dalmasso ricorda nella "Storia della vite e del vino d’Italia" che i moscati hanno origini remotissime e provengono sicuramente (Gallesio) dal bacino orientale del Mediterraneo. Essi sono comunque da identificare con l’Apicia o Apianae di Catone, così chiamate per indicarne la predilezione da parte delle api. Da tanto culto per il vino ed i vini dolci in particolare e dalla geniale sensibilità enologica del dott. Montoneri – direttore della Cantina Sperimentale di Noto dal 1902-1943 - nasce all’inizio del novecento il Moscato di Noto. All’inizio degli anni settanta la stessa Cantina, si fece portavoce degli interessi e della volontà dei produttori ed elaborò il disciplinare di produzione della D.O.C. Moscato di Noto approvato il 14 Marzo 1974.
La tradizione vitiinicola dell'area sud orientale della Sicilia è ben viva nella memoria della gente del luogo. Qui la coltivazione della vite è stata per lungo periodo l'attività agricola prevalente. La coltivazione del nero d'avola ad alberello è lunga e faticosa, e fino a pochi decenni fa veniva svolta manualmente, con solo l'ausilio di un mulo per svangare la terra o per trasportare le botti di vino dal palmento alle rivendite. Pachino ha svolto per parecchi anni il ruolo di centro di produzione di mosti e vini prevalentemente impiegati per il taglio di vini più blasonati, acquistati dal nord d'Italia o dalla Francia in grandi quantitativi. Interi bastimenti venivano riempiti presso il vicino porticciolo di Marzamemi per poi prendere il largo verso i porti di Livorno o Genova, e poi proseguire verso il Piemonte ed oltre.
La zona è oggi al centro di un grande itneresse e di valorizzazione sotto il profilo commerciale, grazie a caratteristiche pedoclimatiche tali da permettere di ottenre vini di grande pregio, corpo estruttura, basati prevalentemente silla coltivazione di vitigni quali il "Nero d'Avola" o Calabrese, e il Moscato bianco.
Il percorso principale, prevede una serie di percorsi secondari attraverso le aree vitate di maggiore elezione, attraverso le quali è possibile raggiungere le aziende produttrici.
Si parte da Siracusa per assaporare il gustosissimo Moscato di Siracusa e Noto vini assolutamente classici, di colore giallo oro, rotondi ed armonici, hanno un impronta serena e delicata come una melodia e mettono subito di buon umore. Il Moscato di Noto è nato poco più di mezzo secolo fa nella Cantina Sperimentale di Noto, comune afferente alla provincia di Siracusa, allo scopo di ottenere un vino che potesse essere gustato giovane, senza la necessità di un lungo invecchiamento, fine e profumato.
Prodotto in quantità limitate, come si addice ad una gemma preziosa, questo vino di singolare bellezza - indubbiamente tra i più bei moscati d'Italia - onora l'enologia siciliana. Si prosegue alla volta del pregiato Nero d'Avola DOC La viticoltura nell'area del Nero d'Avola ha radici antichissime. Esistevano vigneti già nel V secolo a.C., e le prime notizie certe sull'esistenza del sito chiamato oggi Regaleali risalgono al Medioevo, quando su alcuni documenti compaiono riferimenti alla località Racaliali. Il Nero d'Avola è il più grande vitigno a bacca rossa di tutta la Sicilia, esteso in una vasta fascia che taglia a metà l'isola, dalla costa tirrenica di Casteldaccia e Cefalù, a est di Palermo, fino a quella del canale di Sicilia fra Marina di Ragusa, Pachino e Noto. La parte più importante agli effetti della produzione di questo vino è quella settentrionale e s'identifica con il nome di due aziende di grande storia, la Regaleali di Vallelunga, presso Caltanisetta, e la Duca di Salaparuta a Casteldaccia. Il Nero d'Avola, nelle sue varie versioni, è destinato a grande invecchiamento. Le bottiglie devono essere conservate orizzontali e stappate qualche ora prima del consumo, meglio se fatte decantare in caraffa.
Dopo avere assaporato l'emozione del vino avolese si arriva al vino di Pachino È il “quarantottore”, il vino nero di dell’antica tradizione di Pachino, proprio per la permanenza nelle vasche di fermentazione con le bucce per 48 ore, il nome BachYnum vuole riprendere l’antico modo con cui i contadini di Pachino chiamavano il paese. Il nostro vino, BachYnum, ha in se una cultura storica senza la quale esso non potrebbe essere ciò che è, e considerarlo alla stregua di una semplice bevanda industriale equivale a defraudarlo della propria essenza. Vogliamo quindi proporre e difendere il nostro vino come prodotto agricolo culturale nella sua unicità, contro la massificazione di un mercato sempre più globalizzato. Chi ama il vino è consapevole che ogni annata porta con se la propria particolarità. Il vino va capito e consumato non come prodotto sempre uguale, in quanto mai uguali sono le condizioni climatiche che influiscono sul territorio e sul lavoro dell’uomo.
La degustazione del nostro vino è opportuno che avvenga tenendo presenti le peculiarità che intendiamo offrire. Infine iil viaggio culmina nella zona di Eloro. Eloro DOC prende il nome dalla cittadina di Eloro, in provincia di Siracusa. La cittadina, sito archeologico molto importante che testimonia il dominio greco, produceva un vino pregiato detto Pollio. Il vino viene prodotto nelle tipologie rosso, bianco e rosato. Tutti prevedono la fermentazione del mosto a contatto con la vinaccia ed ha una durata variabile: da 2 a 3 giorni per i vini rossi giovani, oltre i 15 giorni per quelli di grande struttura, destinati a un invecchiamento più o meno lungo. Seguono la fase della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento. Al termine di questo periodo, che può essere anche molto prolungato, i vini vengono stabilizzati e, infine, imbottigliati. In particolare, l’Eloro DOC Rosato, prevede la rottura dell’acino e non dei raspi (pressatura soffice) e successivamente il mosto viene messo nei fermentini, dove subisce una breve macerazione e una modesta solfitazione.
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Il Recioto di Gambellara è un vino DOCG la cui produzione è consentita nella fascia limitrofa ad ovest della provincia di Vicenza
Del Recioto non sono incerte solo le origini, ma pure il nome: alcuni lo fanno risalire la passito denominato Reticio menzionato sia da Virgilio che da Plinio il Vecchio. Non è da escludere neppure la radice latina Racemus, grappolo, visto che nel Medio Evo è frequente indicare con Recis i grappoli spiccati dalla vite ed appesi ad asciugare per la conservazione. Altra ipotesi è che il termine Recioto derivi da quello veneto "recia", che significa orecchio, e con il quale si fa riferimento alla parte più alta del grappolo, ovvero quella contenente il succo migliore.(Disciplinare di produzione).
Recioto di Gambellara Classico - Consorzio per la Tutela della Doc dei Vini Gambellara
Vitigni - Grado alcolometrico minimo - Invecchiamento e qualifiche.
I vini a denominazione di origine controllata e garantita “Recioto di Gambellara Classico” devono essere ottenuti dalle uve provenienti dal vitigno Garganega per almeno l’80% e per il rimanente da uve dei vitigni Pinot Bianco, Chardonnay e Trebbiano di Soave (nostrano) fino ad un massimo del 20%. La Garganega è il vitigno autoctono e antichissimo delle colline di Gambellara, ed il più importante della provincia di Vicenza.
L’appassimento delle uve può essere condotto anche con l’ausilio di impianti di condizionamento ambientale, purchè operanti a temperature analoghe a quelle riscontrabili nel corso dei processi tradizionali di appassimento. Il vino “Recioto Spumante di Gambellara Classico” deve essere ottenuto con mosti e/o vini che rispondono alle condizioni stabilite dal disciplinare la spumantizzazione deve avvenire con fermentazione naturale. “Recioto di Gambellara Classico”: - titolo alcolometrico vol. totale minimo: 14,5% vol. di cui almeno 11,5% in alcool effettivo svolto; - acidità totale minima: 4,5 per mille; - estratto minimo non riduttore: 22 g/l; - Zuccheri riduttori residui: minimo 50 g/l. “Recioto Spumante di Gambellara Classico”: - Titolo alcolometrico: volumico totale minimo: 13,5% di cui almeno 11% in alcool effettivo svolto; - Acidità totale minima: 5 per mille; - Estratto minimo non riduttore: 18 g/l; - Zuccheri riduttori residui:minimo 36 g/l.
Caratteristiche organolettiche.
“Recioto di Gambellara Classico”: - colore: giallo dorato più o meno intenso con eventuali sfumature ambrate; - odore: intenso, profumo di frutta matura con eventuali sfumature di vaniglia; - sapore: caratteristico, armonico, con leggero gusto di passito, amabile o dolce, con leggero retrogusto amarognolo, anche vivace come da tradizione, con eventuale percezione di legno. “Recioto Spumante di Gambellara Classico”: - Spuma: fine e persistente; - Colore: giallo dorato più o meno intenso; - Odore: intenso, profumo di fruttato; - Sapore: caratteristico, vellutato, armonico, fruttato, con leggero gusto di passito con eventuali sfumature di vaniglia, con eventuale percezione di legno.
Abbinamenti e temperatura di servizio.
Il Recioto di Gambellara si abbina bene a dolci (esclusi quelli al cioccolato), gelati, zabaione e biscotti di tutti i tipi. Temeratura di servizio 10°C. Il Recioto Spumante di Gambellara Classico è un vino da dessert; va servito a 8°C.
I vini rossi sono degli ottimi compagni con cui passare il Natale...insieme a fagiani, stracotti, brasati, risotti, filetti, polente, pappardelle e chi più ne ha più ne metta. Vi è venuta fame, eh?
Natale: che sia un pranzo o una cena, un buffet o un pasto in famiglia alla vecchia maniera, sulla vostra tavola non possono mancare dei buoni vini, che accompagnino tutte le prelibatezze che andrete a proporre. Scegliere il vino adatto, infatti, aiuterà a esaltare ancor più le vostre ricette, in un connubio perfetto e organico.
È per questo che tutti noi, ogni anno, ci troviamo di fronte al dilemma: quali vini scegliere per accompagnare al meglio il pasto più importante dell’anno (e che quasi certamente ci è costato anche ore e ore di lavoro)?
Per il pesce, gli antipastini e le torte salate magari sceglierete un bianco o un rosso di medio corpo, ma quasi certamente ci sarà un piatto forte, che avrete la possibilità di accompagnare a un vino rosso importante.
Facciamo quindi una carrellata di alcuni tra più blasonati vini rossi italiani, insieme a qualche ricetta a cui abbinarli.
Partiamo dal Piemonte, con il grande rosso di queste zone: il Barolo.
Ottenuto da uve nebbiolo, viene fatto maturare in botti o barriques per lungo tempo ed è adatto al lungo affinamento in bottiglia. Scegliete quindi un Barolo di annata non troppo recente (che risalga ad almeno 5 o 6 anni fa), in modo che il vino abbia avuto la possibilità di evolversi negli ultimi anni e acquisire non solo un corpo importante, ma anche tutte quelle note profumate che solo l’affinamento in bottiglia può regalare. Calcolate anche che un Barolo può resistere per diverse decadi, quindi se avete una bottiglia in cantina che pensate sia ormai troppo vecchia non disperate: apritela e potreste trovarvi di fronte a una graditissima sorpresa.
Il Barolo è stato definito “il re dei vini e il vino dei re” ed è pertanto adatto ad accompagnare anche ricette molto elaborate e importanti: gli stracotti, i brasati e le preparazioni a base di carne che necessitano di cotture molto lunghe sono decisamente adatti all’abbinamento. Un altro abbinamento che ha grande successo è quello con i formaggi: risultano particolarmente adatti quelli stagionati a pasta dura; scegliete comunque formaggi dai sapori decisi, tenendo conto che il tannino e il grado alcolico del vino sono ideali per pulire il vostro palato anche se scegliete sapori forti. Se volete la ciliegina sulla torta avrei un suggerimento che farà la gioia di tutti i buongustai alla vostra tavola: Barolo nel calice, Barolo nello stracotto, ma prima Barolo nel risotto…e il gioco è fatto!
Se volete un vino rosso importante, ma vi piacciono gli aromi fruttati, i vini caldi e i tannini più vellutati possibile, allora potete scegliere un Amarone. La particolarità che rende questo vino così interessante è che le uve, scelte tra quelle autoctone venete (corvina, corvinone, rondinella, oseleta e negrara), vengono sottoposte a diversi mesi di appassimento prima di essere pigiate. Questa pratica permette una concentrazione degli zuccheri e delle sostanze profumate all’interno degli acini e, di conseguenza, dà origine ad un vino dal tenore alcolico importante e dai profumi intensi e fruttati.
L’Amarone è adatto al lungo invecchiamento e all’affinamento prolungato in bottiglia, cose che gli consentono di arricchirsi di profumi tipici dell’evoluzione e di diventare un vino decisamente complesso e avvolgente. Gli abbinamenti che si possono proporre con l’Amarone sono molti, dagli stracotti alle preparazioni a base di selvaggina. Scegliete comunque ricette importanti a base di carne rossa o nera, magari di quelle che si fanno cuocere a lungo. Potete spaziare tra un filetto di cervo arrosto, un capriolo in salmì o anche un buon tagliere di formaggi stagionati e salumi saporiti. L’abbinamento che viene in mente a me? Qualche tempo fa la famiglia Allegrini ci ha ospitati, proponendoci il brasato all’Amarone, naturalmente accompagnato dal medesimo vino…poesia!
Se siete stati ispirati dai vini precedenti, c’è un’opzione che coniuga entrambe le filosofie. Lo Sforzato della Valtellina è prodotto da nebbiolo, anche se in questo caso si tratta di uve di territorio lombardo, sottoposto ad appassimento, come succede per le uve dell’Amarone. Il risultato è un vino di grande struttura, caratterizzato da una presenza sostanziosa di aromi fruttati e da un corpo importante; i tannini, tuttavia, sono stuzzicanti, anche se eleganti e vellutati. Questo vino si sposa molto bene con piatti importanti, specialmente quelli tipici del territorio valtellinese, quindi se avete a disposizione polenta Taragna accompagnata da cacciagione o selvaggina potete proporre l’abbinamento dei sogni). In alternativa, un classico sempreverde come un piatto di polenta gialla accompagnata da uno spezzatino o uno stracotto può essere una valida alternativa, di più semplice reperibilità!
Se amate i vini di centro Italia, invece, alcuni saranno imprescindibili sulla vostra tavola. Il Brunello di Montalcino, grande vino toscano a base di uve sangiovese, è la gioia di molti bevitori. Coniuga perfettamente struttura, profumi intensi, lunga persistenza e tannini delicati. È un vino adatto al lungo invecchiamento in bottiglia, che può essere tenuto in cantina per molto tempo. Se ne avete la possibilità e volete esagerare, quindi, visto che si tratta di Natale, scegliete un vino evoluto, che abbia anche 20 anni o di più. Per esperienza personale posso dirvi che molto probabilmente sarà ancora eccellente! Potete accompagnarlo a qualunque piatto di carne importante, oppure, se siete dei cultori delle eccellenze toscane, a un buon Pecorino stagionato. Un’ottima scelta può essere l’abbinamento con la carne di cinghiale e, se volete esagerare, potete partire già dal primo, con un buon piatto di pappardelle al ragù di cinghiale. In alternativa, si può spaziare con un fagiano alla crema. Attenzione però, perché il Brunello può avere una grande struttura, mentre per questo piatto sceglierei un’annata non eccessivamente remota, in modo che non sovrasti i sapori della ricetta.
Sempre del centro Italia, anche se umbro, è il Sagrantino di Montefalco. Adattissimo al lungo invecchiamento, grazie ai tannini molto ruvidi, acquisisce negli anni una struttura molto importante. Gli aromi fruttati si accompagnano a sentori speziati anche pungenti e, con il passare degli anni, anche a note che ricordano profumi terziari. Gli abbinamenti consigliati sono abbastanza simili a quelli del Brunello, anche se in questo caso abbiamo un vino adatto anche ad abbinamenti più particolari, come la carne di agnello, che però è poco natalizia (ma così vi ho dato una buona idea per Pasqua). Visto che siamo a dicembre potete optare per un buon piatto di polenta con salmì di lepre.
Non può certo mancare in questo elenco un grande vino rosso del sud. Detto il “Barolo del Sud”, il Taurasi si presta agli abbinamenti importanti tanto quanto il suo cugino piemontese. Viene ottenuto dall’aglianico, vitigno tipico delle regioni centromeridionali, e il suo processo di vinificazione prevede un passaggio in legno prolungato, che gli conferisce struttura e rotondità. I tannini sono vellutati, meno pronunciati di quelli dei vini ottenuti, per esempio, dal nebbiolo. I profumi intensamente fruttati si arricchiscono di sentori speziati e, in caso di lunga evoluzione, anche di profumi eterei. È un vino complesso, che si adatta ad accompagnare non solo preparazioni importanti, ma anche piatti meno impegnativi. Potrete quindi spaziare da primi conditi con sughi di carne, a secondi di carne rossa arrosto, fino ad arrivare alla selvaggina. Se volete proporre un cult del Natale, potete preparare un tacchino ripieno al forno con castagne, è sufficiente prestare attenzione che il vino non sia troppo strutturato, magari scegliete un’annata non molto remota.
Ora avete molte idee per il vostro Natale, ma ricordate: può essere Natale tutti i giorni, specialmente con dei vini così!
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