Ricco di vitamine e sali minerali, il cavolfiore è un alimento sano ed equilibrato, essenziale in ogni tipo di dieta.

Le sue qualità, sia nutritive che officinali, sono conosciute sin dai tempi antichi, molti metodi curativi includevano infatti i cavolfiori, la cui azione terapeutica è stata poi confermata da successive analisi specifiche.

Le azioni benefiche sono innumerevoli, prima di tutte il rafforzamento delle difese immunitarie, vista l'abbondante presenza vitaminica.

Recenti ricerche hanno confermato la sua azione positiva contro il colesterolo e l'insorgere del cancro, possono inoltre essere annoverati i suoi poteri antinfiammatori, antiossidanti, antibatterici e antiscorbuto. cavolfiore-bianco


In collaborazione con La Cucina di Susana ecco 10 Ricette per Pasqua  con ingrediente principale il cavolfiore.

1.- Cavolfiore fritto, ricetta tipica della cucina marchigiana.

2.- Cavolfiore fritto con salsa alle erbe e uova.

Cavolfiore fritto con salsa alle erbe e uova

3.- Cavolfiore gratinato

4.- Dal di cavolfiore specialità indiana.

Dal di cavolfiore

5.- Cavolfiore con pinoli e grana.

Cavolfiore con pinoli e grana

6.- Cavolfiore fritto, ideale per accompagnare gli arrosti.

7.- Cannelloni di ricotta e baccalà con salsa di cavolfiore al profumo di alici.

Cannelloni di ricotta e baccalà con salsa di cavolfiore al profumo di alici

8.- Lasagne verdi al cavolfiore gratinato

9.- Fusi di pollo all’ortolana.

fusi di pollo all'ortolana

10.- Gratin di finocchi e cavolfiore alla besciamella.


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La Grazia del raccoglitore.
Il momento della raccolta è un momento magico, in cui, con piena gratitudine e rispetto, entriamo in stretta relazione con il mondo vegetale.

L’arte del raccoglitore si esprime nel saper mantenere quella grazia che si espande dalle piante formando un’ armoniosa orchestra fatta di aromi, colori ed energie.

Una semplice pressione può compromettere il raccolto dell’aroma, del profumo, dell’odore e del principio attivo.

Le mani del raccoglitore dovrebbero conoscere e sentire le piante come quelle di un pianista sente e conosce i tasti del pianoforte. La raccolta diviene quindi un momento di scambio tra la pianta che trasmette i propri aromi, colori e essenze, e il raccoglitore che trasmette i migliori valori del suo sentire attraverso i suoi pensieri ed il suo agire.
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La raccolta delle erbe selvatiche.

Di certo poter avvicinarsi all’ambiente naturale e alle piante con questa consapevolezza ci può aiutare a entrare in stretta sintonia con la natura, senza correre alcun rischio di danneggiarla e assicurandoci un raccolto di grande qualità.

Quando raccoglierle.

Il periodo più adatto alla raccolta è il "tempo balsamico", che corrisponde al momento in cui la pianta è più ricca dei suoi principi attivi. La droga può essere il fiore, la corteccia, le foglie, il frutto, la radice e ogni droga ha il suo tempo balsamico.

Le regole.

Le regole sono abbastanza semplici e generali:
per la corteccia, il tempo balsamico è quello della ripresa vegetativa, in primavera, nel momento di risalita della linfa;
per le radici, quando la pianta è a riposo ; per le gemme, quando queste sono ancora chiuse e la perula non si è ancora staccata (la perula è la fogliolina scura, coriacea, che ricopre e protegge la gemma); la sommità fiorita prima che i fiori siano completamente aperti; le foglie in primavera inoltrata, prima chela pianta fiorisca.
La raccolta delle erbe selvatiche è un momento magico di gratitudine verso la natura.Twitta
Sarebbe inoltre meglio tener anche conto dell’influsso della luna e dei pianeti: allora la parte aerea della pianta ( fiori, foglie, semi e frutti) si raccoglie con la luna in fase crescente: i fiori nei segni d'aria (gemelli, bilancia e acquario), le foglie nei segni d'acqua (cancro, scorpione, pesci), i frutti e i semi, nei segni di fuoco (ariete, leone, sagittario).

Le radici vanno dissotterrate in luna calante, nei giorni di terra (toro, vergine e capricorno), sia per consumarle fresche che per conservarle.
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Come conservarle.

Vi sono diversi modi per usufruire di queste piante anche nei periodi in cui non sono reperibili.
Tramite l' essicazione le erbe mantengono inalterate le proprietà terapeutiche per un anno.

Le erbe essiccate servono per la preparazione di infusi, tisane e decotti oppure, polverizzate, per arricchire sughi e minestre.
Leggi anche: Consigli e Segreti per un impiego domestico delle buone erbe dei campi: dove raccoglierle.
E’ preferibile raccogliere le erbe destinate ad essere essiccate al mattino, evitando l' umidità della pioggia o della rugiada. Successivamente vanno pulite, senza bagnarle, per non disperdere i principi attivi idrosolubili.

Gli organi sotterranei vanno spezzettati e tagliati in più parti. L' essiccamento dovrebbe essere fatto in ambienti aerati, lontano dal sole diretto, e a temperature non troppo alte (massimo 40°C) per proteggere i principi attivi temolabili o particolarmente volatili: le piante possono essere legate in mazzi e appese, oppure distese sui telaietti per essiccare funghi e pasta fatta in casa o in cassette di legno con della carta sul fondo; il tutto va coperto con una zanzariera, così da salvaguardarle dagli insetti e la polvere.

E’ preferibile raccogliere poche piante alla volta, in modo da poterle sistemare subito per l'essicazione, perché se passa molto tempo dalla raccolta potrebbero rovinarsi. Per la conservazione e per allontanare gli insetti può essere usato l'Assenzio ( Artemisia absinthium) che tramite il suo forte odore allontana gli insetti.

Le foglie vanno distese, scartando quelle intaccate dagli insetti che potrebbero lasciare uova ed escrementi.

Il materiale, durante l'essiccamento, deve essere rivoltato alcune volte nella giornata per evitare l’insorgere di processi di fermentazione e la presenza di muffe. La droga è essiccata al punto giusto quando è secca e friabile Una volta essiccate, le erbe, vanno sistemate in appositi vasi e recipienti di vetro scuro di maiolica o di latta, in ambienti asciutti e riparati dalla luce viva, ancor meglio se in luna calante. E’ consigliabile scrivere la data di raccolta.



Un’alternativa semplice per poter disporre durante tutto l'anno delle piante selvatiche è la surgelazione, utilissima per le piante mangerecce.

Possiamo surgelare direttamente gli organi sotterranei, i frutti o quelle parti vegetative particolarmente consistenti e carnose (ad esempio la portulaca, o la rosetta basale della piantaggine e del tarassaco).

Negli altri casi è meglio fare precedere la surgelazione da una rapida scottata in pochissima acqua bollente (come ad esempio con l’ortica, la malva, il rosolaccio, la senape selvatica, gli strigoli, il farinello e la podagraria).

Infine il sale, l'aceto, l'olio, la bollitura a bagnomaria, l' alcool, sono ancora altri validi mezzi da considerare per la conservazione delle erbe selvatiche.

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Non solo Alimentazione e Salute ma anche posts dedicati ai Fiori e alle Piante Medicinali e Aromatiche per esempio.

Ecco i 10 articoli più visti nel corso del 2017 su Green Galletti.

Anche la sezione dedicata agli Alberi da Frutta con  i lavori da fare e le tecniche di coltivazione hanno avuto il suo riscontro.

Valutate anche voi il giudizio degli altri lettori.

Ecco a voi il riassunto.


LA REGINA DELLA NOTTE, QUINDI I FIORI SEGUONO L'OROLOGIO.

IL «POMODORO DA SERBO» NON VA IRRIGATO E SI CONSERVA FRESCO SINO A PRIMAVERA.

PIANTE MEDICINALI IN FITOTERAPIA.




LAVORI DI MAGGIO: LE CURE AL LIGUSTRO.

MALATTIE E CURE DELLE PIANTE.

10 PIANTE D’APPARTAMENTO CHE RIPULISCONO L'ARIA DI CASA.

TECNICHE DI COLTIVAZIONE DEGLI AGRUMI.

PEPERONI IN TECHNICOLOR, CRUDO NELLE INSALATE, IN PINZIMONIO O NELLA BAGNA CAODA.

PIANTE AROMATICHE, DI ODORE GRADEVOLE E RICCHE DI OLI ESSENZIALI, UN VERO TOCCASANA PER LA SALUTE.

MANGIARE SANO, MANGIARE BENE: IL GRANDE E VARIEGATO MONDO DELL'ALIMENTAZIONE
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E’ sempre una sorpresa per chi si riavvicina al mondo delle erbe utili e buone, scoprire che tante erbe officinali, mangerecce e in un qualche modo “note” sono in realtà quelle che accompagnano le passeggiate fuori città, proprio le più comuni e frequenti! Molte sono viste con fastidio dal contadino, che per questo le chiama malerbe, altre crescono abitualmente lungo i sentieri e resistono senza difficoltà al calpestio, altre ancora sono così tenaci da crescere nelle crepe dell' asfalto o sui muri.

Spesso i loro ambienti di crescita sono legati in maniera diretta o indiretta alla presenza dell' uomo, come i campi, gli incolti, le cavedagne, i sentieri, i cigli stradali, le massicciate ferroviarie, gli ambienti ruderali, ecc.

Molte erbe crescono nelle siepi, che spesso costituiscono un vero rifugio in mezzo al deserto delle monocolture. Spesso sono erbe banali ma non per questo meno oggetto di meraviglia e utili rispetto a tante altre piante più famose e celebrate per l’eleganza e il valore ornamentale.

Molte volte dietro a queste erbe si cela una lunga storia, un' origine lontana, un loro antico uso come erbe curative ed anche come verdure, un passato di tradizioni popolari un tempo comuni e diffuse e attualmente addormentate e dimenticate.


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Dove raccogliere delle buone erbe selvatiche.

Sicuramente, per godere al massimo del valore benefico delle erbe selvatiche è importante che gli ambienti di crescita e di raccolta siano il più possibile esenti da fonti inquinanti, per evitare la presenza di sostanze estranee assorbite dalle radici o trattenute sulle foglie.

Proprio perché molte di queste erbe si trovano comunemente lungo i bordi delle strade, nei campi coltivati, nei pascoli, bisogna essere sicuri che siano prive di sostanze tossiche o di germi patogeni.

Leggi anche: Novel food, il cibo del futuro: alghe, meduse e insetti riervano alla nostra dieta qualche sorpresa.

Gli ambienti della crescita.

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Sui cigli stradali si depositano i gas inquinanti del traffico motorizzato, i campi coltivati invece possono essere stati irrorati con pesticidi, così pure i giardini in certi periodi dell' anno subiscono trattamenti con prodotti pericolosi. I canaletti di scolo in una zona coltivata sono da evitare perchè potrebbero ospitare in elevata concentrazione i residui dei pesticidi percolati dai campi.

Le piante raccolte in territori frequentati da cani o pascolati potrebbero essere contaminate dagli escrementi di qualche animale infetto, per cui è bene lavarle con cura o cuocerle. Infine è bene trattenersi dal raccogliere le erbe lungo i bordi di laghetti e stagni nelle vicinanze di industrie.

D’altra parte le erbe che crescono in ambienti naturali, dove meno si risentono gli effetti negativi dell' inquinamento, vegetano meglio e di conseguenza sono maggiormente ricche in principi nutritivi.

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Qualità e principi salutari.

Per assicurarsi le qualità e i principi salutari delle piante è senza dubbio meglio coltivarle naturalmente, senza usare sostanze chimiche ma avvalendosi di prodotti di origine naturale; macerato di ortica ed equiseto al posto di pesticidi, concimazioni a base di letame e humus, polvere di rocce e cenere di legna per arricchire il contenuto in minerali del terreno. Infine, quelle piante più adatte e di uso frequente possono essere cresciute in vasi ed ospitate sui balconi di casa, a nostra immediata disposizione e uso.

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Certamente non siamo più così attaccati e dipendenti dalla natura come i nostri antichissimi progenitori, per cui la ricerca e la raccolta di erbe selvatiche non è più di vitale importanza e il nostro sostentamento non dipende esclusivamente dal raccolto come era tanto tempo fa.

Tuttavia trovare l’occasione per andare in natura e, come i nostri antenati raccoglitori, cercare e raccogliere le erbe, è sicuramente un’esperienza piacevole e per molti aspetti benefica.

Non mi dilungherò a raccontare quanto la nostra vita quotidiana sia ormai sradicata dalla terra e dai suoi ritmi, e quanto questa perdita normalmente nascosta e soffocata, affiori ogni tanto come un rimpianto inspiegabile, specie quando siamo in mezzo alla natura o quando ci raggiunge il profumo del bosco …o quando ci troviamo di fronte a un bel tramonto.
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Impiego domestico delle buone erbe selvatiche.

Tra i principali motivi di una raccolta selvatica quindi c’è il trovare una scusa…un occasione per stare a contatto con la nostra “madre” natura, con le nostre origini. Trovare una scusa per tirarsi fuori dal caos e ……..respirare.

Il senso di liberazione e di libertà che si prova a passeggiare nei campi con un cestino alla ricerca di erbe e fiori è inebriante e sarebbe già sufficiente per motivarci una raccolta selvatica, anziché la solita spesa di erbe sigillate in asettici contenitori di plastica fatta in un centro commerciale.

Concentrato di principi nutritivi preziosi.

Ma questo non è che l’inizio, in realtà i motivi di tale scelta sono tantissimi e validissimi. Le erbe selvatiche sono un concentrato di principi nutritivi preziosi, sia perché cresciute selvagge e libere, e quindi senza concimi e forzature, sia perché la maggior parte di esse sono piante dalle virtù medicinali e quindi per tanti aspetti utili.
Leggi anche: Novel food, il cibo del futuro: alghe, meduse e insetti riervano alla nostra dieta qualche sorpresa.
E così, ad esempio, l’insalatina amara di radicchi di campo, oltre a essere così buona, ci aiuta a depurarci e a disintossicarci alla fine dell’inverno e a rinnovarci proprio come la natura si rinnova in questo magico periodo; la frittata di ortica ci fa ristabilire un giusto equilibrio di minerali e soprattutto di ferro; la marmellata di cinorrodi di rosa canina oltre a essere buonissima è anche un sussidio naturale per aumentare le difese nel periodo invernale.

Le erbette aromatiche come la nepetella e la pimpinella rendono più appetitosi e facilmente digeribili i nostri piatti. E che dire dei fiori e dell’allegria che trasmettono alle insalate, alle tartine, alle bevande, ai dolci………e al nostro cuore?

Mangiare erbette selvagge aiuta a prevenire e curare.

E’ chiaro dunque che mangiare queste erbette selvagge, dal sapore così vero e concentrato (basta provare a mangiare l’asparago selvatico e confrontarlo con l’asparago coltivato) non solo ci aiuta a fare a meno di integratori alimentari di sintesi, ma ci potrà aiutare a prevenire e a curare. Del resto la Natura è prodiga di piante che possono alleviare le nostre sofferenze.

L'aspirina.

Basta pensare alla famosa aspirina, ad esempio che è stata prodotta chimicamente copiando ciò che esisteva già in natura, cioè una sostanza trovata in due piante, il Salice (Salix alba) e la Spirea (Spirea olmaria), che hanno dato il nome, sia chimico che commerciale, a questa molecola: da Salice è derivato il nome salicilico, da Spirea quello di aspirina.

Consigli e Segreti per un impiego domestico delle buone erbe dei campi: come raccoglierle.Twitta

Composti di sintesi.

Rispetto ai composti di sintesi dove agiscono le singole molecole le piante agiscono in un complesso di principi attivi definito " totum vegetale" o “fitocomplesso”, dove tutte le sostanze attive sono reciprocamente importanti, e proprio dal loro equilibrio dipende l'azione farmacologica della droga stessa. Inoltre il loro spettro d'azione è più ampio rispetto alle sostanze pure di sintesi perchè una stessa pianta può avere diversi effetti, e può quindi essere impiegata per trattare diversi disturbi.

Ad esempio il Ribes nero è nel contempo antinfiammatorio e immunostimolante, o la rosa canina che contiene acido ascorbico, flavonoidi e carotenoidi, tutte sostanze utili come vasoprotettori e antiossidanti, e che hanno un'azione sinergica che ne potenzia gli effetti.


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Questa denominazione, a differenza del Monica di Cagliari che ha carattere locale del capoluogo, è autorizzata in tutta l'isola sarda, quindi il territorio e i risultati ottenuti da questi vini sono molto vari, pur conservando le caratteristiche principali del vitigno Monica, e dipendono dalla zona esatta di raccolta delle uve.

Il Monica è maggiormente coltivato nella zona sud occidentale dell'isola, in particolare nel Campidano, e nella parte centrale.

Ma tutta la Sardegna è coinvolta nella coltivazione e nella produzione, quindi si va dalla zona pianeggiante e argillosa della provincia di Cagliari a quella granitica di origine vulcanica della parte centrale, entrambe caratterizzate da scarsa piovosità.

Nella zona di Terrealba invece l'abbondanza idrica non rappresenta affatto un problema e il territorio e di derivazione paludosa, con presenza di sabbie.

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La Sardegna.

La Sardegna si è formata nel Paleozoico, tra i 570 e i 225 milioni di anni fa, più precisamente nel periodo Cambriano inferiore, che caratterizzano maggiormente la parte meridionale del Sulcis, con rocce di natura arenacea e carbonatica emerse dalle profondità marine con presenza di numerosi fossili.

Questo tipo di depositi e rocce caratterizzano anche la parte sud orientale e centrale, e comunque generalmente tutta l'isola.

Le seguenti eruzioni vulcaniche nella regione centrale e settentrionale caratterizzano cambiamenti morfologici delle rocce e in Gallura si trovano sabbie e rocce di quarzo e fenomeni attivi di idrolisi.
Leggi anche: Vini e vitigni d’Italia: Teroldego il principe dell'enologia trentina.
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Vitigni.

I vitigni rossi coltivati in Sardegna sono molti, da quelli importati da Piemontesi e Spagnoli agli autoctoni.

In particolare per questa denominazione si fa riferimento al vitigno Monica, già descritto più volte e utilizzato in assemblaggio o da solo negli altri DOC sardi.
Vini e vitigni d’Italia: il Monica di Sardegna è un vino rosso sobrio e morbido al palato.Twitta

Monica di Sardegna.

La sua origine non è certa. Si pensa che sia stata importata dagli Spagnoli all'inizio della loro dominazione nell'isola ma non si hanno prove certe e il fatto che quest'uva sia totalmente sconosciuta nella Spagna dei nostri giorni alimenta speranze da parte di molti viticoltori sull'autoctonia di questa varietà, certamente uno delle rivendicazioni più forti dell'orgoglio sardo.



Questo vitigno infatti riesce a produrre vini mono varietali di ottimo pregio e sta iniziando a conoscere una fama non indifferente.
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Generalmente morbido al palato è un vino rosso che accompagna con eleganza e sobrietà tutto il pasto, ma trova il suo naturale accompagnamento con le minestre, le carni bianche e i formaggi a pasta molle.

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L’isola della Sardegna è la terra più ricca di vitigni in Italia, ma è anche quella che presenta una delle vitivinicolture più antiche, sia per la varietà di vitigni, sia per la ricca collezione di vini che mostra. Ogni anno vengono prodotti circa 800mila ettolitri di vino su una superficie vitata di 40 mila ettari. La Sardegna deve questo suo patrimonio vinicolo a diverse invasioni a cui è stata soggetta nel trascorrere del tempo. Il primo popolo che si insediò nell’isola furono i Fenici.

A questi seguirono i romani che rimasero qui per oltre mezzo millennio diffondendo le loro tecniche vinicole. Grazie al popolo romano la Sardegna conobbe oltre 5 secoli di intensa fioritura nel campo enologico.

Successivamente, fu la volta del popolo proveniente dalla Spagna, i quali apportarono grandi modifiche sia per quanto riguarda l’ ambiente vinicolo
sia per quanto concerne l’ambiente viticolo, diffondendo nuove tecniche.
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Per quanto riguarda il giorno d’oggi, il vino in Sardegna va considerato su piccola scala: meglio puntare sulla qualità che sulla quantità. Ogni terreno sardo è buono per la coltivazione di viti, Ma il migliore è quello sabbioso e calcareo.

Con l’acronimo DOC si suole indicare il nome geografico di una fascia geografica che viene utilizzato per designare un vino che presenta caratteristiche qualitative speciali connesse all'ambiente naturale del luogo di produzione.

I vini DOC inoltre devono rispondere ai requisiti stabiliti nel relativo disciplinare di produzione (gradazione alcolica, minima, colore, odore sapore).

La denominazione DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) viene riconosciuta a particolari vini pregiati che vengono sottoposti a un'ulteriore controllo che ne attesti le caratteristiche di particolare pregio. Per i DOCG è inoltre sono previste restrittive per gli impianti: numero di ceppi, sistemi di potatura; altri parametri riguardano l'invecchiamento e l'affinamento.
Leggi anche: Vini e vitigni d’Italia: Teroldego il principe dell'enologia trentina.
In Sardegna sono presenti 18 vini DOC e 1 DOCG
•    Alghero
•    Arborea
•    Campidano di Terralba .
•    Carignano del Sulcis
•    Giro' di Cagliari
•    Malvasia di Bos
•    Malvasia di Cagliari
•    Mandrolisai
•    Monica di Cagliari
•    Moscato di Cagliari
•    Moscato di Sorso e Sennori
•    Nasco di Cagliari
•    Nuragus Di Cagliari
•    Sardegna Semidano
•    Vermentino di Gallura(DOCG)
•    Vermentino di Sardegna
•    Vernaccia di Oristano

L'introduzione delle DOC e delle IGT è stata anche un modo per tutelare anche il consumatore che ha il pieno diritto di degustare un vino le cui qualità rispondano effettivamente alla zona e alla tradizione indicate nel prodotto.

Naturalmente intorno alle DOC girano molti interessi politici e interessi di mercato, e per alcuni vini il riconoscimento della DOC hanno rapresentato il riscatto per una migliore collocazione sul mercato. Naturalmente ciò ha però favorito il rilancio vitivinicolo in territori in cui si stava abbandonando l'attività. Ciò è vero sopratutto per la Sardegna che presenta aree di produzione di vino molto differenziate dal punto di vista pedo-climatico e con diverse varietà delle vitigni.

Nell'ultimo ventennio molti dei più importanti produttori di vino della Sardegna si sono impegnati nel recupero e la rivalorizzazione dei vitigni autoctoni presenti in Sardegna. La crisi del settore vinicolo e la concorrenza dei paesi emergenti come l'Australia e il Chile spinge a lavorare in questa direzione, solo con l'utilizzo di vitigni storicamente legati a un territorio si può arrivare alla produzione diversificata di vini di qualità difficilmente imitabili da altri paesi. In questo senso la Sardegna è avvantaggiata in quanto sono presenti molti vitigni autoctoni che solo in Sardegna hanno trovato il loro habitat naturale e che utilzzati in particolari uvaggi hanno dato vita a vini di altissima qualità.

L’uva Cannonau è stata inserita in Sardegna dal popolo spagnolo. Era conosciuta inizialmente col nomme di granacha o granaxa aragonese, canonazo a Siviglia, grenache nella Francia del sud. Il vitigno Cannonau ha una preferenza per i terreni posti nelle zone più calde del bacino mediterraneo, e viene coltivato anche in California e in Australia, ottenendo un successo veramente strepitoso. Nell’isola della Sardegna, il Cannonau è presente nel Nuorese e sulle colline del Gennargentu, le quali si trovano nella parte orientale dell’isola, a sud del Nuoro. Ma è possibile trovare il vitigno del Cannonau anche nel Sassarese e nel Cagliaritano. L’isola presenta un clima caratterizzato decisamente dalla presenza poco assidua di piogge, il che crea la possibilità per le uve di raggiungere la giusta maturazione con un tasso di zucchero abbastanza alto e ciò avviene proprio perché sono povere di acqua. Inoltre, c’è di più, le uve delle volte vengono vendemmiate tardivamente oppure vengono fatte essiccare prima di mettere in atti il processo di lavorazione delle medesime.

Di conseguenza i vini prodotti hanno un tasso alcoolico decisamente elevato rispetto ad altri, nonostante al giorno d’oggi alcuni produttori sono più predisposti a ridurre tali gradazioni alcooliche per quanto riguarda i vini da pasto, ma sono anche propensi a diminuire il periodo di invecchiamento in modo tale da poter così ottenere dei prodotti che siano più consoni al gusto di coloro i quali sono consumatori e appassionati di vino. Il vino sardo Cannonau può cambiare anche di molto da una varietà all’altra, in quanto la vastità della zona di produzione implica delle differenze inerenti il clima e geologiche che influiscono e condizionano di molto le caratteristiche determinanti e peculiari organolettiche del vino.

Ma all’interno di queste fasce geografiche così vaste, ne esistono alcune più piccole, delle sottozone, le quali danno vita ad altre sottodenominazioni e ad altri vini ben caratterizzati. Si tratta di Oliena o Nepente di Oliena, parte del comune di Orgosolo, provincia di Nuoro, di Jerzu e Cardedu, sempre in provincia di Nuoro, di Capo Ferrato, che interessa i comuni di Castidas, Muravera, San Vito, Villaputzu e Villasimmius, in provincia di Cagliari. Il vino deve essere prodotto con le omonime uve che vanno impiegate nella misura minima del 90 % e possono venire completate da altri vitigni autorizzati, cioè bovale grande, bovale sardo, carignano, Pascale di Cagliari, Monica.

La resa dell’uva per ettaro non deve superare i 110 quintali e il vino ottenuto deve avere un’ alcoolicità minima di 12, 5 gradi e un invecchiamento di minimo 4 mesi. Tra le sue caratteristiche presenta un colore rosso rubino intenso, che tende all’arancione se invecchiato, ha un odore gradevole e un sapore secco. Va servito ad una temperatura pari a 18°C ed è accompagnato da carni bianche saporite, arrosto di maiale, preparazioni alla griglia e allo spiedo. Tra gli altri vini rossi famosi e celebri dell’isola sarda possiamo citare:

•    Alghero rosso: ha un rosso rubino tendente al granato con l’invecchiamento, ha un sapore corposo, tannico e liquoroso, con un odore vinoso. La gradazione alcoolica è pari a 11% vol;
•    Mandrolisai rosso: che ha un sapore asciutto, sapido con retrogusto amarognolo, color rosso rubino tendente all’arancione con l’invecchiamento, la sua gradazione alcoolica è pari a 11,5% vol;
•    Arborea Sangiovese rosso: è un vino dal colore rosso intenso, rubino o rosato, con una sapore asciutto, morbido, fresco, aromatico e un odore vinoso e intenso. La sua gradazione alcoolica è pari a 11% vol.
Nell'ultimo ventennio molti dei più importanti produttori di vino della Sardegna si sono impegnati nel recupero e la rivalorizzazione dei vitigni autoctoni presenti in Sardegna. In questa situazione l’isola sarda è avvantaggiata poichè sono presenti molti vitigni autoctoni che solo in Sardegna hanno trovato il loro habitat naturale e che utilzzati in particolari uvaggi hanno dato vita a vini di altissima qualità. Tra i vitigni più celebri possiamo citare:
•    Bovale Sardo: vitigno a bacca nera, detto anche Bovaleddu, si è probabilmente differenziato nel corso dei secoli dal Bovale Grande, o Bovale di Spagna. Caratterizzato da una produttività elevata, una buona adattabilità a diversi climi e ambienti ed una media tolleranza alle principali crittogame.
•    Cannonau: viene usato nella produzione di rossi, rosé e di vini a sostenuta gradazione alcolica. La zona DOC del Cannonau di Sardegna comprende l'intera regione, che a sua volta è divisa in tre sottozone: Oliena (incentrata sui comuni di Oliena e Orgosolo in provincia di Nuoro), Capo Ferrato (che include i comuni di Castiadas, Muravera, San Vito, Villaputzu e Villasimius in provincia di Cagliari) e Jerzu (incentrato sui comuni di Jerzu e Cardedu in provincia di Nuoro.
•    Monica: la zona di maggior produzione è compresa fra Cagliari, Iglesias ed Oristano ed è considerato il più rappresentativo fra i vitigni rossi.
•    Caddiu: É una varietà molto vigorosa, mediamente produttiva, con una discreta resistenza ai freddi invernali ed alle crittogame. Le sue uve vengono utilizzate solo assieme ad altri vitigni per la produzione di vini rossi comuni, ma anche quale uva da tavola, data la consistenza e la dimensione degli acini.
•    Cagnulari: Vitigno a bacca rossa di probabile origine spagnola, è diffuso soprattutto nel sassarese. Viene coltivato soprattutto nei terreni di Usini, con interessanti realtà dedicate a questo vitigno anche nei comuni di Ossi, Tissi, Uri, Ittiri, Sorso ed Alghero. É un vitigno utilizzato come vino da taglio per contribuire alla produzione di un vino rosso da pasto.
•    Caricagiola: vitigno a uva rossa è diffuso quasi esclusivamente in Gallura. Secondo alcuni sarebbe autoctono, secondo altri proveniente dalla vicina Corsica (dove viene chiamato Bonifaccencu o Carcaghjolu Nero, ovvero "nero che dà molta uva"); secondo altri ancora deriverebbe dal Vermentino Nero toscano o sarebbe imparentato con il Mourvedre Nero o Bonvedro portoghese. Di costituzione vigorosa ed elevata produttività, rustico, preferisce terreni di natura silicea, dove da luogo a vini di colore rosso rubino acceso, con aroma di frutti rossi, ricco di tannini, di acidità contenuta.
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Il Teroldego è il principe dell'enologia trentina. Vitigno di origine autoctona. Dà un vino di carattere ideale per l'invecchiamento. Di colore rosso rubino intenso; il bouquet richiama la viola; il gusto è caldo, asciutto e corposo.

Il vino Teroldego, meglio conosciuto come Teroldego Rotaliano, dall'omonima DOC in provincia di Trento, viene prodotto a partire dall'omonimo vitigno, autoctono della zona conosciuta come Campo Rotaliano o Piana Rotaliana, situata a Nord del Trentino, alle porte dell’Alto Adige.

E' una pianura alluvionale formata dall’Adige e dal Noce, un'area di soli quattrocento ettari che definisce un triangolo il cui vertice è il valico della Rocchetta, all’imbocco della Val di Non, ed i cui lati sono le imponenti pareti rocciose che vi si gettano a strapiombo.

Il sottosuolo è caratterizzato da ghiaia e ciottoli alluvionali dei materiali più disparati, che contribuioscono alla formazione di un sottosuolo ricchissimo di scheletro. L'unicità climatica della Piana Rotaliana è dovuta anche alle alte montagne che la circondano: queste pareti rocciose proteggono le viti dai venti freddi e trattengono il calore estivo.

Il Teroldego ha trovato qui un habitat particolarmente favorevole, in particolare nei comuni di Mezzacorona, Mezzolombardo e San Michele all'Adige.
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Da qualche tempo però la sua coltivazione si va estendendo anche ad altre zone anche se il Teroldego, essendo una varietà altamente sensibile alle condizioni pedoclimatiche, sembra svilupparsi e dare risultati eccellenti solo nella Piana Rotaliana. Il Teroldego è un vino rosso di colore non troppo marcato quando è giovane, e che tende a divenire più intenso, quasi scuro, dopo aver passato qualche anno in cantina, dove può tranquillamente riposare fino a dieci anni.

Il Teroldego ha profumi fruttati, di more, mirtilli e lamponi appena raccolti. Con il tempo i profumi tendono ad amalgamarsi ma il Teroldego non perde il suo carattere che rimane deciso, solido e armonioso. Il Teroldego può accompagnare molti piatti, idealmente portate a base di carni, soprattutto arrosti, ma anche formaggi di media stagionatura.

Il teroldego è un vitigno a bacca nera coltivato quasi esclusivamente in Trentino, nella zona denominata Piana Rotaliana, cui fanno capo i comuni di Mezzocorona, Mezzolombardo e la frazione di Grumo nel comune di San Michele all'Adige.

La foglia è grande, pentagonale e trilobata; il grappolo è medio-grande, allungato e piramidale, talvolta cilindrico, a volte alato, mediamente compatto; l'acino è di media grandezza, rotondo, con buccia di colore nero bluastro, spessa, coriacea e molto pruinosa. La produttività è elevata.

Questo vitigno, di antiche origini, pare sia arrivato in Trentino dal veronese (zona del lago di Garda) dove era conosciuto come Tirodola, dal sistema di impianto con tutori denominati tirelle. Per altri sia l'origine che il nome sarebbero invece da far risalire al Tirolo. Comunque se ne hanno notizie documentali certe solo dall'inizio del XIX secolo.

L'analisi del DNA ha rivelato caratteristiche genetiche comuni al Lagrein, al Marzemino e al Syrah, antichissimi vitigni di origini medio-orientali.

Dalle uve Teroldego si ottiene un vino di colore rubino carico con riflessi porpora; il profumo è vinoso, e si possono percepire odori di viola e lamponi, ma anche di ciliegie e mandorle; il gusto, secco, è strutturato, poco tannico, piuttosto acido, non molto alcolico.
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Cambiamenti nel tempo, cambiamenti climatici e al contempo richiesta di cibo biologico, stagionale, a chilometro zero. È su questi due binari, spesso opposti, che sta mutando l’agricoltura italiana e il consumo.

La raccolta e di documenti Ispra forniscono quindi una panoramica scientifica sullo sviluppo e l’andamento della coltivazione in Italia, i frutti dimenticati, quali sono e come si sta cercando di riportarli in auge. “Una collana organica e coerente sui Frutti dimenticati […] il quadro della situazione delle Regioni italiane.
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Questa iniziativa intende essere un contributo alla conservazione e conoscenza dell’agrobiodiversità, il processo che ha generato, attraverso la selezione da parte dei contadini locali, la più grande molteplicità in Europa di animali e vegetali legati al territorio”.

Le regioni sono, assieme ai comuni, alle province, alle città metropolitane e allo stato centrale, uno dei cinque elementi costitutivi della Repubblica Italiana.

Ogni regione è un ente territoriale con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione della Repubblica Italiana, come stabilito dall'art. 114, II comma della carta costituzionale.

Le regioni, secondo quanto indicato dall'art. 131 Cost., sono venti. Cinque di queste sono dotate di uno statuto speciale di autonomia ed una di queste (il Trentino-Alto Adige), è costituita dalle uniche due province autonome, dotate cioè di poteri legislativi analoghi a quelli delle regioni,
dell'ordinamento italiano (Trento e Bolzano). Nel rispetto delle minoranze linguistiche, il Trentino-Alto Adige e la Valle d'Aosta sono riportati con le denominazioni bilingui Trentino-Alto Adige/Südtirol e Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste all'art. 116, come modificato nel 2001.

Non importa che tipo di viaggio si organizza – in Italia e nelle caleidoscopiche regioni italiane ognuno troverà ciò che più gli piace: il formidabile mondo alpino dell´Alto-Adige, le ottime aree sciistiche nella Valle d´Aosta o le bellissime città storiche dell´Italia settentrionale nella Toscana, Lombardia o nel Veneto. Poi ovviamente le attrazioni e l´incantesimo della capitale italiana Roma e delle sue attrazioni nei dintorni.

Poi non dobbiamo dimenticare l´Italia meridionale che è altrettanto affascinante quanto l´Italia settentrionale, anche se magari meno conosciuta all´estero: La Puglia, Calabria e Basilicata offrono dei paesaggi e dei luoghi da sogno e anche le isole Sicilia e Sardegna appartengono alle destinazioni da non perdere in Italia. 20 regioni e 20 destinazioni di vacanza meravigliose che non devono assolutamente mancare nella vostra lista dei luoghi degni d´esser visti.
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Il futuro potrebbe riservare alla nostra dieta qualche sorpresa: la lotta alla malnutrizione e la contemporanea crescita della popolazione mondiale, ma anche la sostenibilità ambientale delle attività di produzione di cibo, potrebbero portare un giorno sulle nostre tavole meduse, alghe ed insetti, che fanno già parte della tradizione culinaria di molti continenti e che anche noi, in qualche (sporadico) caso, già consumiamo pressochè quotidianamente.

Le meduse vengono già consumate in Cina ed in Giappone ad esempio nel sushi: eliminata la parte urticante, il cappello può poi essere cotto e cucinato come il pesce con spezie, salse, in tempura (in pastella), ma anche disidratato oppure conservato in salamoia.

Nel Mediterraneo è frequente la Cassiopea mediterranea (Cotylorhyza tuberculata), una medusa responsabile, tra le altre, delle famose “fioriture” che creano danni e disagi a pesca, acquacoltura, balneazione e agli impianti industriali costieri.
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Esemplare di Cassiopea mediterranea (Cotylorhyza tuberculata) – Fonte: Wikimedia commons
Dalle meduse, ricche di proteine (ed in particolare di collagene) si possono ottenere molecole (ad attività antiossidante ed antitumorale) e composti bioattivi che ne fanno intravedere utilizzi in campo biotecnologico, nutraceutico e nutracosmeceutico, nonché possibile materia prima per la produzione di mangimi ad elevato tenore proteico.

Le alghe entrano nella gastronomia di diversi Paesi:
– in Giappone il nori (un insieme di diverse specie di alghe rosse del genere Porphyra), viene ampiamente utilizzato nella preparazione del sushi.
– sempre in Giappone si consumano kombu (alghe brune utilizzate come verdura, per insaporire o addolcire piatti), arame (Eisenia bicyclis, alga bruna commestibile), hijiki (Sargassum fusiforme, alga bruna che viene saltata in padella con olio o utilizzata come contorno) e dulse.
– dulse (Palmaria palmata, alga rossa che cresce nel Pacifico e sulle coste settentrionali dell’oceano Atlantico.

L’uso alimentare di questa alga trova numerosi riscontri tra le popolazioni nordiche e celtiche, in Islanda ed in Alaska; alla metà del secolo scorso era addirittura comune il commercio di tale alga non solo nei porti scozzesi ed irlandesi, ma anche in quelli canadesi e della Nuova Inghilterra, dove il suo utilizzo era stato portato dagli immigranti europei.

La palmaria, dal particolare gusto piccante, si presta alla preparazione di zuppe (anche con cereali), di insalate e di condimenti da abbinare a diverse preparazioni gastronomiche. Il suo utilizzo, con il passare del tempo, è via via diminuito ma oggi la dulse (così come kombu, arame, hijiki ed altre alghe), con l’affermarsi delle cucine macrobiotica, vegetariana e vegana, vede un notevole sviluppo della sua coltivazione e del suo commercio.
– la lattuga di mare (Ulva lactuca) è una comune alga tipica dei mari freddi o temperati e presente anche nel Mediterraneo, consumata come alimento in Giappone, Scozia, Irlanda; in Italia viene utilizzata per la preparazione delle zeppolelle di mare.
alga lattuga di mareLattuga di mare (Ulva lactuca) – Fonte: Wikimedia commons
– la spirulina (Arthrospira platensis, sin. Spirulina platensis) era una primaria fonte alimentare per gli Aztechi e per gli abitanti costieri del lago Ciad, che la raccoglievano spontaneamente, mentre oggi viene coltivata artificialmente per i suoi svariati utilizzi.

La spirulina, con un contenuto proteico del 60% circa e grazie al suo elevato contenuto in vitamine e sali minerali (tra cui il ferro), è un ottimo integratore alimentare che può andare a “completare” alimenti già in commercio e destinati a particolari categorie di persone (anziani, sportivi, ecc.). Con la Spirulina si possono fare il gelato, lo yogurt, il pane, e la pasta di Spirulina è già in commercio.

– agar agar: è un addensante ottenuto da varie specie di Rhodophyta (alghe rosse) normalmente utilizzato dall’industria alimentare (se sull’etichetta di un alimento trovate la sigla E 406 significa che in quel preparato l’agar agar è stato utilizzato come additivo) ad esempio per preparare confetture a basso contenuto zuccherino, ma anche da quella farmaceutica ed in microbiologia per la preparazione di terreni di coltura.

Gli insetti entrano già nella dieta quotidiana di diverse popolazioni in Asia, Africa ed America latina (si stima che le persone che nel nostro pianeta si cibano di insetti siano circa due miliardi) e con essi è possibile produrre farine alternative (soprattutto alla farina di pesce, che a causa dell’eccessivo sfruttamento delle risorse marine sta diventando sempre più costosa e poco ecosostenibile) con ottime caratteristiche nutritive; gli insetti sono infatti ricchi di proteine, grassi ‘buoni’, calcio, ferro e zinco.
Casu frazigu formaggio sardo moscheForma di Casu frazigu, formaggio pecorino tradizionale della Regione Sardegna nella cui lavorazione entrano le larve della mosca casearia (Piophila casei), che lo rendono cremoso e spalmabile – Fonte: Wikimedia commons
Ma prima di poter vedere questi nuovi alimenti sulle nostre tavole o saperli ingredienti dei cibi che consumiamo, bisognerà adottare tutte le procedure previste dal Regolamento (CE) n. 258/97 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 gennaio 1997 sui nuovi prodotti e i nuovi ingredienti alimentari, che rappresenta un ostacolo burocratico di non poco conto, volto ovviamente a tutelare la salute pubblica; tale regolamento, attualmente in fase di revisione, subordina la possibilità di commercio di tutti quegli alimenti privi di una storia significativa di consumo in campo alimentare all’interno dell’Unione Europea ad una preventiva autorizzazione preceduta dall’acquisizione di adeguate conoscenze del prodotto e dallo sviluppo di nuove metodologie per il processamento e la conservazione.

Attualmente però il Parlamento Europeo ha approvato una proposta di Regolamento che dovrebbe semplificare le autorizzazioni, le quali dovranno essere vagliate dall’EFSA (Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, con sede a Parma) per una valutazione sui rischi per la salute dei consumatori; per la sua definitiva applicazione serve ora il via libera del Consiglio UE.

Se è vero che la fame e la malnutrizione rappresentano un problema reale e serio, soprattutto se rapportato al continuo e sempre più veloce incremento demografico che si registra a livello planetario, per cui la ricerca di nuove fonti alimentari rappresenta sicuramente un ambito scientifico da approfondire e sostenere, è altrettanto vero che molto bisogna ancora fare riguardo allo spreco di cibo ed alla sua equa distribuzione nel mondo, per cui ben vengano questi studi ma altrettanta attenzione si riservi a quanto già oggi si produce e viene sprecato in una maniera che definire incivile è un eufemismo.
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