Oggi vi parlerò della farmacogenetica, che non è altro che lo studio della risposta dei geni a certi farmaci.

Nella nostra società moderna, i farmaci sono una base fondamentale per la cura della salute umana, ma sono anche una delle principali cause di reazioni avverse nei pazienti che non possono tollerare alcuni farmaci, nonché dell'aumento dei costi sanitari. 

 

I test DNA di farmacogenetica indicano possibili interazioni tra i farmaci (prescritti o da prescrivere al paziente.

 

L'analisi genetica quindi è molto utile per confermare una diagnosi in una persona che presenta certi sintomi, per monitorare la prognosi di una malattia o la risposta a un trattamento medico.

I test DNA utilizzati per riconoscere la predisposizione a certe malattie e per prendere decisioni consapevoli per migliorare la salute.

Ciò è dovuto a una sorta di "registrazione" dell'industria sanitaria globale, compresi i farmaci, in cui il cosiddetto sistema di R & S (Ricerca e Sviluppo) presuppone che i pazienti siano un gruppo omogeneo e che, di conseguenza, i farmaci che sono efficaci e ben tollerati in alcuni pazienti saranno anche efficaci e ben tollerati in altri.

Molti pazienti vengono addirittura curati negli ospedali e nei centri di trattamento e riabilitazione sulla base di questo tipo di "registrazione e iscrizione dei sintomi". Questo è a volte giusto e a volte sbagliato e porta a problemi di intolleranza e di rifiuto di certi trattamenti medicinali.

I geni sono parti di DNA che vengono ereditate dalla madre e dal padre. Portano informazioni che determinano caratteristiche uniche, come l'altezza e il colore degli occhi. Influenzano anche la sicurezza e l'efficacia di una medicina per una persona specifica.

I geni possono spiegare perché le persone rispondono in modo molto diverso allo stesso farmaco alla stessa dose, spiegando perché un farmaco causa effetti collaterali dannosi per alcune persone e non per altre.

A questo proposito, alcuni dati statistici hanno rivelato un'elevata mancanza di efficacia in alcuni trattamenti per malattie come l'Alzheimer, la schizofrenia o l'ipertensione, oltre all'esperienza clinica che ci mostra quotidianamente che i farmaci che funzionano bene in alcuni pazienti, sono inefficaci o causare reazioni avverse in altri, anche fatali.

L'importanza dei test farmacogenetici.

E qui sorge la domanda fondamentale: qual è lo scopo dei cosiddetti test farmacogenetici?

Prima di tutto, ci dicono che sono importanti in modo preventivo, se sappiamo come può reagire il nostro organismo, possiamo evitare grandi malattie che possono essere estremamente gravi per il nostro organismo.

In questo modo il medico può indicare alcuni rimedi invece di altri per iniziare un trattamento.

Tuttavia, i test farmacogenetici non sono disponibili per tutti i farmaci disponibili in commercio, ma sono generalmente concentrati sui farmaci che trattano alcuni disturbi, ad esempio anti-coagulanti, antidepressivi e farmaci per l'epilessia, per alcuni farmaci utilizzati nel trattamento del cancro al seno, infezione da HIV, colesterolo alto e soprattutto per le malattie croniche che richiedono lunghi periodi di terapia per i quali una terapia inadeguata può avere conseguenze irreversibili.

In termini generali, i test farmacogenetici possono essere definiti altamente efficaci, consigliabili e di grande valore nei trattamenti associati a un grave, ma basso rischio di un effetto avverso, in quanto permettono di trattare con farmaci specificamente mirati contro una certa malattia, massimizzando non solo i loro effetti terapeutici, ma anche riducendo i danni ai tessuti o alle cellule sane.

Riduzione dei costi del sistema sanitario.


Un beneficio da non trascurare, anche se non ci riguarda direttamente, è la riduzione dei costi del sistema sanitario, poiché si ridurrebbe sia la durata dei trattamenti che il numero di farmaci alternativi utilizzati per ottenere l'effetto desiderato per una data malattia.

Questo farebbe risparmiare grandi somme di denaro nei rispettivi bilanci, il che permetterebbe all'industria farmaceutica di dirigere i suoi sforzi verso la lotta contro altre malattie.

 Sviluppo sostenibile, sviluppo durevole o sviluppo sostenibile sono alcuni dei nomi applicati allo sviluppo che si basa su tre fattori: società, economia e ambiente.

 "Lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni" è la definizione di sviluppo sostenibile secondo il rapporto Brundtland.

 Lo sviluppo sostenibile è quindi uno sviluppo in grado di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere le risorse delle generazioni future. 

 

Un'attività sostenibile è quindi un'attività che può essere mantenuta con i Gadget Ecologici.


Cos'è un gadget ecologico?


Un gadget o dispositivo ecologico (chiamato anche verde) è un dispositivo che ha uno scopo e una funzione specifica, di solito di piccole dimensioni, pratico e allo stesso tempo ecologico, poiché può avere accessori riciclati, biodegradabili e/o non alimentati.



La lotta contro il cambiamento climatico, il rispetto degli ecosistemi naturali e la cura della biodiversità stanno portando alla creazione di gadget o prodotti tecnologici più verdi, mentre allo stesso tempo stanno emergendo molte più imprese sostenibili al 100%. 

 

 Nel 2017, secondo le stime di Juniper Research, sono stati venduti nel mondo circa 400 milioni di smartphone e dispositivi verdi, caratterizzati da un basso costo ambientale, efficienza delle risorse e risparmio per il consumatore.


Esempi più comuni di gadgets verdi.


Alcuni degli esempi più noti di gadget sostenibili sono gli smartphone solari, i telefoni modulari e altri dispositivi caratterizzati dall'uso di materiali riciclati o che mirano a sfruttare al massimo le energie rinnovabili, migliorare l'efficienza energetica o praticare un consumo più sostenibile.



Se vuoi scoprire alcuni dei gadget e dei dispositivi che contribuiscono maggiormente alla cura dell'ambiente e si concentrano sulla sostenibilità, potresti trovare utile questo link.

 

È disponibile un'ampia varietà di prodotti ecologici, possiamo fare qualche esempio:



    Tastiera solare senza fili: caricata dalla luce del sole e dalla luce artificiale, così l'utente può fare a meno delle batterie quando l'energia solare soddisfa la domanda. Una volta completamente carica, può essere usata anche senza luce.


     Topo biodegradabile: è fatto di Arboform, un prodotto completamente biodegradabile, riducendo così la quantità di PVC necessaria per la sua fabbricazione.


    Zaini, valigie o cartelle: sono fatti con bottiglie di plastica, quindi non solo si usano meno materiali nella loro fabbricazione, ma si impegnano anche a riciclare i rifiuti di plastica.

    Caricabatterie da dito: utilizzando lo stesso meccanismo che si usava in passato per riavvolgere i nastri, è possibile caricare una batteria tenendo il dito nel foro del dispositivo. Dopo circa 130 giri, si stima che la batteria sia carica.


    Caricabatterie per biciclette: approfittando dei viaggi in bicicletta, qualsiasi attrezzatura che ha bisogno di essere caricata può essere collegata tramite le porte USB. In questo modo, l'energia utilizzata durante la pedalata viene trasformata in energia utilizzata dal telefono cellulare, per esempio.


    Comba charger: si basa sull'utilizzo dell'energia usata nel salto della corda per caricare i gadget. Questo si ottiene per mezzo di una coppia di dinamo.

e tanti altri, piú o meno complessi, ma sempre utili ed ecologici.

Una delle linee di prodotti ecologici in cui l'innovazione è in continuo sviluppo sono i dispositivi per ricaricare i dispositivi senza dover essere collegati alla rete elettrica.


 

 Il modello di pianificazione introdotto dal Codice risente dell’impostazione che è data all’intero sistema di tutela e valorizzazione dei beni paesaggistici ed alla nuova nozione di paesaggio che si è andata affermando nel nostro ordinamento. La circostanza per cui, nell’attuale nozione di paesaggio che viene mutuata dalla Convenzione europea e dalle posizioni di quella dottrina che vi ha identificato la «forma del territorio», questo deve intendersi non limitato ai soli contesti di valore estetico ma a tutti i territori espressivi dell’identità culturale, ha comportato la necessità di ripensare anche la pianificazione.


In particolare, alla tradizionale funzione di tutela statica dei beni paesaggistici deve affiancarsi una funzione di gestione dinamica di quelle ampie parti di territorio che, pur non presentando caratteristiche tali da imporre l’assoluta preservazione ed immodificabilità, pretendono tuttavia di essere trasformate tenendo conto della circostanza che fanno parte del paesaggio. Il rischio che si corre è però quello di trascurare le peculiarità di questa forma di pianificazione e di non valorizzare adeguatamente le specificità della materia. Ed è fondamentale l’azione che i soggetti svolgono nell’ambito della pianificazione, anche quando vi siano divergenze tra le Regioni ed il Ministero, affinché sia conservata l’integrità del paesaggio. In effetti, si sono presentati casi in cui, nell’ambito del distinto procedimento di pianificazione paesaggistica e nell’esercizio dei poteri che in tali casi la legge la legge attribuisce al Ministero, si è determinata una divergenza di valutazioni sulla conservazione di oggettivi valori insiti in specifiche aree e si è deciso di privilegiare scelte finalizzate alla gestione del territorio a fini di sviluppo edilizio ed urbanistico che è apparso oggettivamente incompatibile con la tutela di valori costituzionali primari. In questi casi, quando risulti impossibile realizzare una efficace azione condivisa, è stato ribadito e «fatto salvo il potere del Ministero, a norma dell’articolo 138 comma 3 del Codice, di imporre, previo parere della Regione, autonomi vincoli, se ciò è ritenuto necessario in rapporto alla messa in pericolo dei valori paesaggistici del territorio».

La legislazione vigente attribuisce al piano paesaggistico effetti di straordinaria portata, sino alla totale esclusione di qualsivoglia possibilità edificatoria: ciò rende l’idea di quale sia la capacità di influire sul diritto di proprietà, senza che la legislazione vigente preveda misure di indennizzo che soddisfino l’incidenza sul diritto. Di tale potere deve essere fatto un uso molto accorto. Se, infatti, i soggetti cui è affidata la competenza a dare luogo alla pianificazione la realizzassero in modo distratto e solo in funzione di tutela e non di complessiva gestione del territorio, tentando con essa di dare luogo ad un’analitica e particolareggiata individuazione di tutte la trasformazioni d’uso ammissibili, si tornerebbe ad una nozione di paesaggio statica, concepita in funzione della sola protezione e non della regolazione, con l’ulteriore negativa conseguenza di avere esteso l’immobilismo ad importanti segmenti di territori regionali.

Passando all’oggetto della pianificazione paesaggistica, esso è definito dall’articolo 135 del Codice, con una collocazione che assegna alla pianificazione un ruolo assolutamente primario. La pianificazione è un principio che informa l’intera azione amministrativa di tutela e valorizzazione del paesaggio, funzione essenziale nei diversi processi finalizzati al perseguimento degli obiettivi presupposti. Si osserva immediatamente che la pianificazione paesaggistica è suscettibile di interessare il territorio regionale nella sua interezza: «Lo Stato e le Regioni assicurano che tutto il territorio sia adeguatamente conosciuto, salvaguardato, pianificato e gestito in ragione dei differenti valori espressi dai diversi contesti che lo costituiscono».

Alla luce dei limiti che avevano caratterizzato il T.U. del 1999, dove si era previsto un coordinamento tra le disposizioni previgenti in materia paesaggistica, le nuove norme rappresentano una novità di assoluto rilievo.
Con estrema riduttività, nel T.U. erano confluite le norme che obbligavano le Regioni a redigere piani territoriali paesistici o piani urbanistico-territoriali solo per i beni vincolati ope legis, a tenore dell’articolo 1-bis della legge Galasso, e di quelle contenute nell’articolo 5 della legge 1497/1939, che prevedevano la facoltà di sottoporre a pianificazione paesistica i complessi di cose immobili e le bellezze panoramiche che fossero stati oggetto di uno specifico provvedimento vincolativo. Di fatto, le diverse Regioni e lo stesso Ministero avevano incluso, nelle esperienze pianificatorie che hanno preceduto il Codice, tutte le aree tutelate. Del resto, l’introduzione dello strumento alternativo del piano urbanistico- territoriale aveva già reso possibile, anche prima dell’entrata in vigore del Codice, estendere tale forma di pianificazione anche negli ambiti di territorio non previamente assoggettati a tutela.

A seguito dell’entrata in vigore del Codice si è prodotto un effetto di particolare importanza, costituito dal fatto che l’elaborazione dei piani territoriali paesistici e dei piani urbanistico-territoriali è, per la prima volta, ricondotta a principi e a contenuti unitari, comuni a tutte le Regioni. Fermo restando che, a mente dell’articolo 144 del Codice, la Regione definisce le procedure approvative, disciplinando tutte le forme partecipative necessarie al fine di ottenere un piano paesaggistico condiviso e funzionale.

Viene, in tal modo, data omogeneità alla forma e ai contenuti degli strumenti di pianificazione presenti nelle diverse Regioni.

Quanto ai contenuti, il piano paesaggistico affianca, alle tradizionali finalità descrittive e prescrittive, contenuti propositivi attinenti agli interventi di recupero e di riqualificazione delle aree e all’individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico. E ciò, prevedendo innovative forme di partecipazione da parte di soggetti portatori di interessi riconnessi alla tutela ed alla protezione del territorio.

In particolare, il contenuto che devono avere i nuovi piani paesaggistici risulta dal combinato disposto della parte finale dell’articolo 135 e della parte iniziale dell’articolo 143, il quale ultimo articolo contiene anche gran parte delle disposizioni sulle modalità di elaborazione del piano e sui passaggi dell’iter da seguire per la sua approvazione. La pianificazione paesaggistica individua differenti ambiti territoriali: da quelli che possiedono un pregio paesistico di notevole rilievo fino a quelli degradati che quindi necessitano di interventi di riqualificazione. Detti ambiti sono individuati con tecnica pianificatoria analoga alla zonizzazione tipica della pianificazione urbanistica e sono definiti in base ai loro aspetti e caratteri peculiari nonché alle loro caratteristiche paesaggistiche. L’articolo 135, comma 3 del Codice prevede che i piani predispongano specifiche normative d’uso e individuino adeguati obiettivi di qualità.

Nell’impostazione codicistica, tuttavia, i più rilevanti contenuti del piano deriveranno più che dalla richiamata disposizione, dallo svolgimento delle attività indicate nell’articolo 143. La norma citata, che è stata oggetto di completa riscrittura da parte del d. lgs. 63/2008, descrive le diverse azioni con cui avviene l’elaborazione del piano paesistico. La formulazione del citato articolo 143 pone in risalto la funzione ricognitiva delle qualità specifiche del territorio oggetto di pianificazione, la quale avviene mediante l’analisi delle sue caratteristiche paesaggistiche, derivanti dall’azione della natura e dell’uomo, e delle interrelazioni tra il fattore naturale e quello storico; la ricognizione e la trasposizione all’interno del piano degli immobili e delle aree dichiarate di notevole interesse pubblico, ed infine, la ricognizione e la trasposizione delle aree tutelate per legge ex articolo 142, lettera c). A queste operazioni si aggiunge «l’eventuale individuazione di ulteriori immobili od aree, di notevole interesse pubblico a norma dell’articolo 134, comma 1, lettera c), la loro delimitazione e rappresentazione in scala idonea alla identificazione». Questa elencazione rappresenta l’insieme dei beni che possono divenire oggetto di pianificazione paesaggistica, con l’ulteriore individuazione di eventuali altri contesti, diversi da quelli indicati all’articolo 134, che possono essere sottoposti a specifiche misure di salvaguardia ed utilizzazione, secondo le indicazioni di cui all’articolo 143, comma 1, lettera e).

Per il Codice, dunque, la prima attività da svolgere ai fini della predisposizione del piano paesaggistico è costituita dalla ricognizione dell’intero territorio, attraverso la ricostruzione della mappa dei vincoli esistenti e di quelli che con il piano si intende apporre. La più significativa novità introdotta con il secondo correttivo del 2008 è rappresentata dalla previsione per cui, in sede di ricognizione dei beni che sono sottoposti già a tutela, ed in quella di individuazione dei beni ulteriori che il piano intende vincolare, devono determinarsi anche le specifiche prescrizioni d’uso dei beni, a mente dell’articolo 138, comma 1. Si è notato che nella formulazione vigente, il rapporto tra vincolo e piano risulta articolato su basi nuove, per cui si fissa già con il vincolo una parte di territorio indeformabile, mentre con il piano si precisano e si dettagliano le prescrizioni, integrandole con i contenuti finalizzati alla valorizzazione del paesaggio ed alla riqualificazione dei contesti degradati. Non v’è dubbio, infatti, che le prescrizioni contenute nel vincolo mirino soprattutto alla tutela del paesaggio, mentre alla sua valorizzazione provveda, in via principale, il piano. Il vincolo, dunque, costituisce un elemento di forte condizionamento dell’attività pianificatoria, che, evidentemente, ponendosi in un momento temporale successivo all’apposizione del vincolo, vi risulta subordinata.

Si è già detto che il piano paesaggistico deve contemporaneamente assolvere a più funzioni, tra cui spicca, per rilevanza, quella rivolta alla accurata ricognizione del territorio vincolato ed alla individuazione di ulteriori immobili ed aree specificamente individuati a norma dell’articolo 136 del Codice e sottoposti a tutela dai piani paesaggistici previsti dagli articoli 143 e 156. Tale necessaria funzione ricognitiva, che caratterizza la fase iniziale della predisposizione del piano paesaggistico vale a definire l’estensione dell’ambito oggetto di considerazione da parte del piano e, quindi, l’estensione del piano medesimo.

Dunque, i beni alla cui ricognizione ed individuazione il piano deve procedere ai sensi dell’articolo 143, comma 1, lettere b), c) e d) corrispondono esattamente a tutti i beni paesaggistici elencati dall’articolo 134.
La disposizione dell’articolo 143, comma 1 lettera e), stabilisce, poi, che nell’elaborazione del piano si possono individuare eventuali, ulteriori contesti, diversi da quelli indicati all’articolo 134, da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione. Sulla natura di questi beni si sono avanzati dei dubbi con riferimento alla loro collocazione.

All’esito dell’attività di ricognizione del territorio oggetto di pianificazione, che costituisce la base da cui partire per procedere alla formazione del piano, si passa all’analisi del territorio che deve avere quale obiettivo quello di individuare i fattori di rischio o degli elementi di vulnerabilità in esso presenti e, successivamente, al raffronto con gli altri atti di programmazione, di pianificazione del territorio e di difesa del suolo che già insistono sull’area. La fase successiva, che si concreta nell’individuazione delle misure di tutela e valorizzazione, appare di fondamentale importanza.

Nello specifico, essa avviene con l’individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree compromesse o degradate e degli altri interventi di valorizzazione compatibili con le esigenze della tutela, e con l’individuazione delle misure necessarie per il corretto inserimento, nel contesto paesaggistico, degli interventi di trasformazione del territorio, al fine di realizzare uno sviluppo sostenibile delle aree interessate, nonché, infine, con l’individuazione dei diversi ambiti e dei relativi obiettivi di qualità paesaggistica. La previsione che il piano debba avere questi contenuti è rivolta alla predefinizione del contenuto delle decisioni che le amministrazioni chiamate alla gestione del paesaggio dovranno assumere. In tal modo si è voluto porre un limite all’eccesso di discrezionalità che inevitabilmente avrebbe caratterizzato la valutazione delle richieste di autorizzazione paesaggistica, consentendo altresì al piano di assolvere alla primaria esigenza di controllo e di programmazione.

Questi sono, peraltro, i contenuti del piano che determinano i rapporti che dovranno intercorrere tra esso e gli altri strumenti di pianificazione e gestione del territorio, che sono caratterizzati dalla supremazia e primarietà del piano paesaggistico che indirizza tanto la pianificazione di recupero che la ordinaria pianificazione urbanistica.
L’articolo 135 del Codice dispone che «lo Stato e le Regioni assicurano che tutto il territorio sia adeguatamente tutelato, gestito e valorizzato in ragione dei differenti valori espressi dai contesti che lo costituiscono, attraverso l’approvazione dei piani paesaggistici».

Sotto il profilo del procedimento di formazione dei piani paesistici,
 dunque, la norma contenuta nell’articolo 143, in applicazione dei principi di cui all’articolo 132, prevede la possibilità che il piano costituisca il frutto di un accordo tra la Regione, il Ministero per le Attività ed i Beni Culturali e il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio.

L’accordo deve stabilire, altresì, i presupposti, le modalità e i tempi per la revisione periodica del piano.
La natura apicale del piano paesaggistico e la varietà dei suoi contenuti spiegano la sovraordinazione e la preminenza dal piano paesaggistico rispetto agli altri strumenti di pianificazione territoriale. Secondo quanto previsto dalla disposizione dell’articolo 145, infatti, le previsioni contenute nel piano sono cogenti per i piani urbanistici degli enti territoriali, stabiliscono norme di salvaguardia in attesa del loro adeguamento, e sono sempre prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione e sugli altri progetti di sviluppo comunque incidenti sul paesaggio.

Le Regioni, in passato e sino all’emanazione del Codice, avevano in realtà definito una sequenza procedimentale in tutto analoga a quella prevista per l’approvazione degli altri strumenti di pianificazione, caratterizzata da: predisposizione da parte degli uffici dell’amministrazione regionale o eventuale affidamento dell’incarico a terzi di predisporre lo schema di piano; adozione dello strumento con delibera di Giunta regionale, sentiti, eventualmente, ove esistenti, gli organi di consulenza tecnica in materia di pianificazione urbanistico-territoriale; pubblicazione della delibera di adozione e degli allegati alla stessa e adozione delle ulteriori forme di pubblicità previste dalla normativa regionale; ricezione delle osservazioni presentate nei confronti del piano adottato con esame delle controdeduzioni alle stesse; approvazione finale del piano da parte del Consiglio regionale e sua definitiva pubblicazione. Su questa prassi il Codice è intervenuto in modo molto invasivo, prevedendo la necessità di un intervento legislativo di adeguamento attraverso l’articolo 144, comma 1, dove è prescritto che «le Regioni disciplinano mediante apposite norme di legge i procedimenti di pianificazione paesaggistica».

Questo dato conferma che in tema di pianificazione paesaggistica anche il Codice riserva al legislatore regionale una competenza ampia, e ribadisce la necessità di considerare il paesaggio come materia «trasversale», oggetto di competenza legislativa concorrente tra Stato e Regioni. In considerazione di ciò, la legislazione regionale che darà attuazione al Codice, dovrà tenere presenti i seguenti principi fissati dalla normativa statale in tema di procedure di formazione dei piani paesaggistici.

Invero, le Regioni che stipuleranno accordi per l’elaborazione d’intesa dei piani paesaggistici con il Ministero per i beni e le attività culturali, e con il Dicastero dell’ambiente e della tutela del territorio, potranno accedere alle disposizioni premiali ed alle semplificazioni procedimentali previste dai commi 4 e ss. dell’articolo 143.
Le ulteriori disposizioni del Codice in materia di procedure per l’approvazione dei piani paesaggistici sono dettate dai due commi dell’articolo 144, rubricato «pubblicità e partecipazione».

Così, nei procedimenti di approvazione dei piani paesaggistici devono essere assicurate da parte delle Regioni, in sede di fissazione della relativa disciplina, la concertazione istituzionale, la partecipazione dei soggetti interessati e delle Associazioni costituite per la tutela degli interessi diffusi, individuate ai sensi delle vigenti disposizioni in materia di ambiente e danno ambientale, e ampie forme di pubblicità.

La pianificazione paesaggistica diviene il passaggio obbligatorio essenziale per la conservazione, la pianificazione e la gestione del paesaggio, con estensione di essa a tutto il territorio regionale, con la previsione di diverse graduazioni di tutela in relazione alla ricognizione dei valori paesaggistici e alla conseguente assegnazione di obiettivi di qualità paesistica, nonché di interventi di recupero nelle aree degradate, così come vuole la Convenzione europea.
Pertanto, il nuovo punto di equilibrio tra vincoli e pianificazione dovrà essere raggiunto progressivamente e senza traumi per la tutela del paesaggio, attraverso un meccanismo di revisione e di adeguamento dei piani esistenti. 

Le susine (o prugne) sono tra i frutti dell’estate più apprezzati e ricchi di proprietà benefiche. 


Gli alberi da frutto che le producono possiedono la capacità di resistere molto bene al freddo e alle gelate e sanno adattarsi in presenza di terreni calcarei e argillosi. 


Le aree di maggiore produzione a livello mondiale sono l’Europa, la Cina e gli Stati Uniti, da dove provengono le celebri prugne della California. 


In Italia, le regioni dove le susine vengono maggiormente coltivate sono: Campania, Emilia Romagna, Marche, Lazio, Abruzzo, Piemonte e Trentino Alto Adige.


Susine e prugne, la differenza.

Normalmente si parla di susine intendendo i frutti freschi e di prugne riferendosi ai frutti essiccati. 


La forma dei frutti è leggermente allungata e il colore della buccia può variare, a seconda delle varietà, dal giallo, all’arancio, al verde al blu violaceo. 


Le susine possono essere consumate al naturale oppure possono essere cotte ed utilizzate per la preparazione di marmellate, composte, sciroppi, gelatine e dolci di vario tipo. 


In estate risultano particolarmente gradevoli unite ad altra frutta di stagione nella preparazione di macedonie e frullati freschi.


Al momento dell’acquisto, scegliete susine non troppo acerbe, poiché questi frutti maturano a fatica una volta colti. Lasciateli fuori dal frigorifero per favorirne la maturazione. Una volta ben mature, le susine si conservano in frigorifero per una settimana circa.


Le susine possono essere consumate sia con che senza buccia. A seconda della varietà, la polpa può risultare più o meno morbida e succosa e il sapore più o meno acidulo.


Le proprietà  benefiche.

Le susine sono ricche di vitamina A, che possiede un forte potere antiossidante ed è dunque molto utile per combattere l’invecchiamento e contro le malattie degenerative. 


La vitamina A ha inoltre effetti benefici su pelle, unghie e capelli. I frutti freschi sono molto indicati in caso di stanchezza fisica o mentale, dovuta al lavoro intellettuale. Hanno inoltre proprietà diuretiche, stimolanti per il sistema nervoso e decongestionanti per il fegato. 


Consumati allo stato secco, i frutti aiutano il lavoro dell’intestino. Le susine sono inoltre ricche di potassio, che è necessario reintegrare nel nostro organismo in particolare d’estate e in presenza di climi afosi, quando viene più facilmente espulso dal nostro organismo attraverso il sudore. 


Sono inoltre ricche di magnesio, calcio e fosforo, indicate dunque per anziani e bambini e per tutti coloro che soffrono di spossatezza all’arrivo dei primi caldi.

Le varietà  più importanti.

prugne
    Agostana: varietà di origine italiana con frutti piccoli e di colore rosso; la polpa è gialla e dal gusto gradevole, adatta per realizzare liquori e confetture.


    Anna Spath: frutti medio grandi con buccia dal rosso porpora al blu violetto e polpa giallo verdastra, soda e zuccherina, ma non molto succosa.


    Bella di Lovanio: frutti grandi, di forma ellissoidale e simmetrica; la loro buccia è di colore violaceo e la polpa è giallo-ambrata, non molto dolce.


    Bianca di Milano: frutti rotondi che si distinguono per la buccia verde chiaro e per la polpa gialla e zuccherina.


    Burbank: frutti grandi con buccia rosso scuro e polpa gialla.


    California Blue: frutti dal colore blu, tendente al violaceo, e dalla forma tondeggiante.


    Florentia: frutti sferici o cuoriformi, di colore giallo venato di rosso, con buccia acidula e polpa molto dolce e succosa.


    Ozark Premier: frutti di colore rosso, grossi e tondeggianti, con polpa gialla chiara; maturano alla fine di luglio.


    Regina Claudia: frutti di forma sferica e di colore verde, tendente al giallo a maturazione completa.


    Rusticana: frutti piccoli, di colore rosso o giallo, che vengono spesso chiamati rusticani.


    Ruth Gastetter: varietà che si riconosce per la buccia color viola scuro e per la polpa gialla e succosa.


    Sangue di drago: varietà di origine italiana, dalla buccia rosso-viola e dalla polpa gialla e molto dolce.


    San Pietro: è tra le prime varietà a maturare: la forma dei frutti è ovoidale e la buccia è di colore verde, tendente al giallo a maturazione completa.


    Santa Rosa: i frutti di questa varietà sono grandi e di forma sferica; la loro buccia si distingue per il colore rosso scuro, mentre la polpa è di colore giallo o leggermente rosata.


    Shiro: varietà detta anche Goccia d’Oro per l’aspetto dei suoi frutti, di colore giallo dorato; la maturazione avviene nel mese di luglio.


    Stanley: i frutti di questa varietà sono grossi e dalla forma ovoidale; il colore che li caratterizza è il viola scuro; maturano da agosto a settembre sono ottimi anche essiccati.


    Sugar: varietà dai frutti molto zuccherini ed adatti ad essere essiccati.


    Verdacchia: varietà molto antica e di origine italiana; la forma dei frutti è allungata e sia la buccia che la polpa sono di colore giallo-verdastro; i frutti sono succosi e dolci solo a maturazione avvenuta.



In Giappone, il Ginepro è una delle piante più utilizzate nell’arte bonsai: i grandi maestri del sol lev.ante, gareggiano nelle prestigiose esposizioni nipponiche portando quasi esclusivamente formidabili esemplari di questa essenza.


Il Ginepro infatti, è un Bonsai che permette di creare forme ardite e particolari, sconosciute alle altre essenze. Inoltre, la resistenza alle avversità climatiche e di coltivazione, la rendono una pianta facile da mantenere, senza il timore dei “colpi di secco” estivi, o delle forti gelate invernali.


Come per tutte le conifere (Pini, Cedri, Abeti, ecc.) è buona norma collocare il Ginepro a cielo aperto, in modo che la rugiada notturna inumidisca la chioma; se l’ambiente invece è coperto, si dovranno effettuare delle nebulizzazioni con acqua sulla vegetazione.

 Il Ginepro è una delle piante più utilizzate nell’arte bonsai.


Un fattore importante, da tener presente per avere uno sviluppo sano e armonioso di questa pianta, e che l’ambiente sia luminoso e ben ventilato.


Varietà di Ginepro.


Vi sono diverse varietà di bonsai di Ginepro ma le più note sono sicuramente il bonsai Ginepro Rigida, Itoigawa, giapponese o Juniperus giapponese e il Juniperus Chinensis Itoigawa.


Juniperus sabina

Artist: Walter Pall
Sabina Juniper (Juniperus sabina)
75 cm high
Pot by Bryan Albright

Artist: Enrico Savini
Juniper (Juniperus sabina)
Height: 55 cm
Pot: Czech Republic

Juniperus prostrata

Artist: Kathleen Ebey
Prostrata Juniper (Juniperus prostrata)

Artist: Kathleen Ebey
Prostrata Juniper (Juniperus prostrata)

Juniperus rigida

Artist: Matteo Caldiero
Needle Juniper (Juniperus rigida)

Artist: Enrico Savini
Needle Juniper (Juniperus rigida)
Height: 43 cm, 16.92 inches
Pot: Antique Chinese

Misc Juniper Species

Artist: Dan Barton
“Meyers” juniper (fondly known as the ‘Corkscrew’) originally styled at the IBC ’91 Convention in Birmingham. The tree was so brutalized by Dan during his demo that even John Naka thought it wasn’t going to survive and Craig Coussins whistled the funeral march when Dan packed it away to take home. Now in the collection of Peter Chan. The Meyers juniper is planted in a Korean pot and is about 48” tall.

Artist: Nick Lenz
Field Juniper

Artist: Nick Lenz
Field Juniper on antelope skull

Artist: Antoni Payeras
Juniperus phoenicia (Juniperus phoenicia 'thurbinatta')

Artist: Lindsay Bebb
Juniper sp.

Artist: Lindsay Bebb
Juniper sp.

fonte: The Ancient Art of Bonsai

La Valpolicella è una valle meravigliosa che si estende nella provincia di Verona


E' una distesa immensa di verdi colline ricoperte da vitigni di alta qualità. 


Dei vini pregiati italiani doc l'Amarone della Valpolicella è un vanto dell'agricoltura della regione Veneto


Un vino apprezzato nel mondo a cui viene riconosciuto tutto il valore che merita.


I produttori di vino hanno un ruolo primario nell'economia di un paese.

Il vino è il risultato del lavoro dell'uomo che sa utilizzare al meglio un prezioso dono della natura: la vite. Dietro ad ogni bottiglia di vino c'è fatica ed esperienza. 


La prima bottiglia di questo vino risale a più di cinquant'anni fa. 


La produzione ancora oggi è limitata, la lavorazione ha mantenuto uno stile artigianale e questo gli conferisce il carattere di ricercatezza. I buoni intenditori segnalano nei primi posti, tra i vini pregiati italiani, proprio l'amarone della valpolicella.


Varietà uva.


L'Amarone della Valvolpicella è il prodotto di tre vitigni diversi: la Corvina veronese, la Molinara e la Rondinella. 


I terreni su cui cresconoi vigneti sono di orgine calcarea e sono situati nelle località di Val di Mezzane, Illasi e Cazzano di Tramigna.


Epoca vendemmia/vinificazione.


La vendemmia viene effettuata i primi 10 giorni di ottobre, quando l'uva è al punto di maturazione ottimale.


Note sensoriali.


L'amarone di Valvolpicella ha un colore rosso rubino intenso, il profumo è gradevolmente speziato e ricorda il gusto del ribes. 


E' un vino secco dal sapore corposo, asciutto ed aromatico allo stesso tempo, con un ottimo retrogusto amaro.


Abbinamenti.


Consigliato per accompagnare carni rosse, selvaggina e tutti i formaggi stagionati. Ottimo da gustare anche fuori pasto.


Temperatura di servizio.


Va servito preferibilmente ad una temperatura di 17/18 gradi.


Lo sapevi che...


In passato nelle colline veronesi si produceva il Recioto, un prodotto enologico che attraverso varie trasformazioni ci ha regalato la versione, appunto, dell'Amarone di Valpolicella.


La qualità e il sapore sono elementi imprescindibili.


Un buon bicchiere di vino bevuto durante i pasti non può che avere effetti benefici sulla nostra salute. L'importante è che si consumi con parsimonia, quindi nella giusta misura. 


E' chiaro che tutto è riferito ad un prodotto non solo buono ma anche di qualità. 


I vini pregiati italiani come l'amarone della valpolicella sono prodotti sempre con l'uva migliore, scelta e selezionata con cura al momento della raccolta.

Il Ribes è un arbusto perenne alto 1-2 m, deciduo, inerme, con foglie semplici, palmate con 3-5 lobi, glabre superiormente, pubescenti sulla pagina inferiore, con peduncolo piuttosto sviluppato, senza stipole.


I fiori, generalmente autofertili, sono formati da 5 sepali, glabri, verdognoli o brunastri, spesso punteggiati di rosso, uguali in larghezza ai petali ma lunghi il doppio.


I frutti sono bacche traslucide, di colore variabile dal rosso al rosa e dal giallo al biancastro, di forma sferica (con diametro inferiore al centimetro), a polpa dolce-acidula caratteristica, acquosa, con numerosi semi piccollissimi.


Il ribes ha delle proprietà favolose per il nostro organismo.


Alle foglie di ribes sono ascritte proprità antinfiammatorie, diuretiche e sudorifere. Ai frutti, invece, sono attribuite proprietà spasmolitiche ed ipotensive, unitamente a prorpietà antimicrobiche.


Il ribes, oltre che in campo fitoterapico, è apprezzato anche in ambito alimentare. Infatti, le bacche sono impiegate in gastronomia, dall'industria dolciaria e dei liquori.


Maturazione delle bacche.


La maturazione delle bacche delle singole infiorescenze è contemporanea, ma il loro diametro generalmente decresce da quelle basali a quelle apicali.


I grappolini possono essere compatti o più o meno radi e allungati a seconda della cultivar, fino a superare i 20 cm di lunghezza.


Il Ribes rosso.


Il Ribes rosso gode di azione diuretica, rinfrescante e lassativa blanda.


Conviene, secondo la tradizione popolare, ai sofferenti di reumatismo, artritismo, gotta, dispepsia e insufficienza epatica, il succo entra in gargarismi per le infiammazioni del cavo orale.

I frutti si utilizzano al naturale, sotto forma di succo, gelatina, sorbetti, sciroppo, marmellate, confetture, piatti a base di riso, salse per carne e pesce, vini aromatici, bevande fermentate, liquori e per guarnire piatti dolci e salati.


Varietà.


Le cultivar disponibili sono numerose, tutte di provenienza straniera, ma che si adattano bene alle nostre condizioni. Tra le molte, ricordiamo: Junnifer (francese, vigorosa, produttiva sensibile alle gelate tardive); Perfection (olandese, molto produttiva); Cocagne (francese, molto resistente al freddo, con grappoli persistenti e facili da raccogliere a mano); Red Lake (americana, molto produttiva e di media vigoria, adatta al consumo diretto); Stanza (olandese, con grappoli lunghi, frutti di colore rosso cupo e di ottima qualità); Rondom (olandese, rustica, con grappoli molto compatti, di facile raccolta perché provvisti di lungo peduncolo, adatta all’industria di trasformazione); Rovada (olandese, adatta per il consumo diretto e per l’industria, con grappoli lunghi e facili da raccogliere, bacche grosse, brillanti e di ottima qualità); Versailles (con grappoli lunghi, bacche di colore giallo e sapore delicato).


Tecniche colturali.


Si adatta a tutti i terreni purché non vi sia un eccesso di ristagno idrico. La concimazione di fondo può essere effettuata con letame. La propagazione viene fatta per talea di ceppaia, rincalzando le piante madri accestite nell’autunno e prelevando nella primavera i fusti radicati. Il trapianto viene effettuato a macchina su file distanti 2,5-3 m tra le file e 1,5-1,8 m sulla fila. La coltura necessita di un controllo sommario delle malerbe attraverso due o tre sarchiature dell’interfila che mantengano le infestanti sotto l’orizzonte di raccolta che in genere è piuttosto alto. Salvo particolari condizioni non necessita di interventi irrigui.


Entrano in piena produzione al quarto-quinto anno e si mantengono in produzione economicamente valida per dieci-dodici anni, raggiungendo produzioni di 70-100 quintali ad ettaro.


Tenendo presente che il ribes fruttifica prevalentemente sui rami di un anno e poco su quelli corti e inseriti su legno vecchio, l'operazione di potatura deve essere rivolta ad assicurare il rinnovo delle vegetazione.


Concimazione di produzione: in autunno nell’interfila, interrare con una leggera fresatura letame bovino maturo (max 15 ql/1000 mq) e fosforo (perfosfato semplice in terreni alcalini, scorie Thomas in terreni acidi). In pre o post-raccolta potassio da solfato ed in particolare nei suoli acidi calce magnesiaca.


Dove viene effettuata la letamazione non occorre un apporto primaverile di azoto. Il calcio favorisce una maggior consistenza dei frutti, il potassio la colorazione. Il ribes rosso e bianco é autofertile e non necessita di impollinazione incrociata, ma si avvantaggia dell’impollinazione da parte delle api, dei bombi e di altri insetti pronubi.


Produzioni.

Periodo di raccolta: giugno-settembre per il ribes rosso e nero. Produzione media 150 q.li/ha.


La raccolta è piuttosto rapida, poiché i grappoli vengono disarticolati alla base del peduncolo (resa: 10-20 kg/ora/uomo). La maturazione dura anche 3 settimane, quindi la raccolta viene eseguita in 2 –3 riprese, in quanto i frutti si mantengono a lungo sulla pianta a maturazione raggiunta.


Avversità.


Le avversità climatiche che assumono un particolare rilievo sono le gelate tardive, la ventosità eccessiva durante la fioritura e la carenza idrica in estate.


Le micosi che rivestono un certo interesse sono l'Oidio, la Muffa grigia e l'Antracnosi.


I parassiti animali di maggior interesse sono gli afidi, le cocciniglie, la sesia e l'acaro giallo.


Il Ribes nero.



Il Ribes nero o cassis (Ribes nigrum L.) appartiene alla Famiglia delle Sassifragaceae, genere Ribes, specie nigrum.


E' un arbusto originario delle zone montuose dell’Eurasia, alto fino a 2 metri con fogliame deciduo e fusti ramosi.


La corteccia è liscia, da chiara a rossastra nei fusti giovani, mentre diviene scura nei fusti vecchi.


Le foglie sono grandi, piane, picciolate, con tre - cinque lobi, apice acuto e margine dentato. La pagina inferiore, coperta da un leggero tomento, è ricca di ghiandole giallastre dalle quali emana un caratteristico odore. I fiori appaiono in primavera, raccolti in racemi pendenti, sono pentameri, di colore verde-biancastro, poco appariscenti.


I frutti, delle bacche nere globose ricche di semi con all’apice le vestigia del fiore, compaiono in agosto-settembre.


Si differenzia molto dal ribes rosso per il colore, l’aroma e sapore e destinazione dei frutti. Le bacche, infatti, sono di colore viola scuro, riunite in grappoli spargoli e brevi, caratterizzate da un sapore ed aroma «volpino», che non le rende adatte al consumo diretto.


La loro destinazione è rivolta pertanto solo all’industria di trasformazione. Le foglie, le gemme ed i frutti sono intensamente profumati per la presenza di ghiandole contenenti oli essenziali.

 

Varietà.


Le cultivar disponibili sono numerose, tutte di provenienza straniera, ma che si adattano bene alle nostre condizioni.


Ribes nero: Climax, Gigante di Boskoop, Burga, Noir de Bourgogne, Tenah, Black Reward e Black Down (le due Black sono autofertili); Tifon, Troll e Andega (di più recente introduzione, autofertili e resistenti all’oidio).


Ibridi ribes nero x uva spina (caratterizzati da taglia media ed assenza di spine, i frutti hanno un sapore migliore rispetto al ribes nero): Josta (olandese, molto vigorosa, con bacche violacee, di media grossezza); Jostine (molto vigorosa e produttiva); Jogranda (meno vigorosa, con grosse bacche attraenti).


Tecniche colturali .

Si adatta a tutti i terreni purché non vi sia un eccesso di ristagno idrico. La concimazione di fondo può essere effettuata con letame. La propagazione viene fatta per talea di ceppaia, rincalzando le piante madri accestite nell’autunno e prelevando nella primavera i fusti radicati. Il trapianto viene effettuato a macchina su file distanti 2,5-3 m tra le file e 1,5-1,8 m sulla fila. La coltura necessita di un controllo sommario delle malerbe attraverso due o tre sarchiature dell’interfila che mantengano le infestanti sotto l’orizzonte di raccolta che in genere è piuttosto alto. Salvo particolari condizioni non necessita di interventi irrigui.


Tenendo presente che il ribes fruttifica prevalentemente sui rami di un anno e poco su quelli corti e inseriti su legno vecchio, l'operazione di potatura deve essere rivolta ad assicurare il rinnovo delle vegetazione.


Produzioni.


Periodo di raccolta: giugno-settembre per il ribes rosso e nero; giugno-agosto per l’uva spina.


La raccolta è piuttosto rapida, poiché i grappoli vengono disarticolati alla base del peduncolo (resa: 10-20 kg/ora/uomo). La maturazione dura anche 3 settimane, quindi la raccolta viene eseguita in 2 –3 riprese, in quanto i frutti si mantengono a lungo sulla pianta a maturazione raggiunta.


I frutti del ribes nero vengono destinati esclusivamente all’industria di trasformazione.


Il Ribes nero gode di azione rinfrescante, diuretico-depurativa, rinforza le difese naturali dell’organismo e protegge la parete vascolare come tutti i frutti spontanei ricchi di vitamine.


Avversità.


Le avversità climatiche che assumono un particolare rilievo sono le gelate tardive, la ventosità eccessiva durante la fioritura e la carenza idrica in estate.


Le micosi che rivestono un certo interesse sono l'Oidio, la Muffa grigia e l'Antracnosi.


I parassiti animali di maggior interesse sono gli afidi, le cocciniglie, la sesia e l'acaro giallo.


Ricette con Ribes.


Budino di gianduia con ribes rosso.



Alberelli di pandoro con crema pasticcera e ribes.



Crostata di ribes rossi.



Il miele è stato considerato nei secoli come un vero e proprio farmaco, da utilizzare in diverse occasioni per la prevenzione e la cura di piccoli disturbi di salute, quando ancora i medicinali a cui siamo attualmente abituati non esistevano.

La scienza negli ultimi anni ha deciso di trovare conferme alla sua efficacia.

Chi per ragioni etiche non lo consuma, può sostituirlo con il malto, di consistenza e di sapore piuttosto simile, negli usi di cucina e come dolcificante. 

5 straordinarie proprietà curative del miele.


Coloro che invece decidono di inserirlo nella propria alimentazione, dovrebbe sempre esprimere la propria preferenza verso miele biologico e grezzo, che non abbia cioè subito lavorazioni industriali tali da privarlo delle sostanze nutritive che lo compongono e dalle quali potrebbero trarre beneficio per la propria salute.

Bisogna inoltre tenere conto di come alcuni pediatri preferiscano vietare che venga somministrato miele ai bambini di età inferiore ad un anno, per il pericolo di eventuali infezioni dovute alla possibile presenza della tossina botulinica, per scongiurare il rischio della comparsa di reazioni allergiche e per evitare di abituare precocemente i piccoli al sapore dolce, un fattore che potrebbe influenzare le loro scelte alimentari in futuro.

Ecco alcuni casi in cui la scienza ha potuto esaminare gli effetti benefici del miele sull'organismo.

Sedativo della tosse.


Secondo gli studi effettuati da parte degli esperti della Tel Aviv University, il miele può essere considerato come un sostituto dei comuni sciroppi per la tosse e somministrato la sera prima di coricarsi nella dose di un cucchiaino, come se si trattasse di un vero e proprio farmaco. 

I medici hanno potuto rendersi conto nel corso di una simile sperimentazione di come esso possa essere realmente efficace nel sedare la tosse, senza bisogno di ricorrere ad altri medicinali.

Proprietà antibiotiche.


Le proprietà antibiotiche del proprietà antibiotiche del miele applicato sulla pelle per uso topico erano ben conosciute da parte della medicina naturale tradizionale, ma furono presto dimenticate da molti con l'arrivo della penicillina e di pomate farmaceutiche per la cura di ustioni ed abrasioni. 

Secondo uno studio effettuato in Nuova Zelanda, il miele, con particolare riferimento alla varietà "Manuka", conterrebbe una quantità di perossido di idrogeno che ne renderebbe benefica l'applicazione come antibiotico e disinfettante su piccole lesioni della pelle.

Proprietà antinfiammatorie.


Tra le proprie numerose caratteristiche ritenute benefiche per la salute, il miele presenta inoltre delle proprietà antinfiammatorie che rendono la sua applicazione adatta in caso di punture di insetti, con particolare riferimento alle punture di zanzara. 

Le proprietà antinfiammatorie del miele permetterebbero infatti di alleviare il prurito ed il rossore provocato dal contatto degli insetti con la nostra pelle.

Contenuto di antiossidanti.


Il miele è considerato come un alimento funzionale ricco di polifenoli, degli antiossidanti naturali che possono aiutare il nostro organismo nella prevenzione di numerose malattie e nel rallentare i processi di invecchiamento che lo coinvolgono con il trascorrere del tempo. 

Il miele è ritenuto in grado di proteggere l'organismo umano dall'azione svolta dai radicali liberi e di giovare inoltre alla salute del cuore.

Curativo per l'acne.


Secondo alcune ricerche preliminari che dovranno essere approfondite, il miele potrebbe possedere delle proprietà benefiche sfruttabili per la cura degli stati infiammatori della pelle provocati dall'acne, con riferimento alle manifestazioni che si presentano sulla pelle a causa di infezioni dei follicoli sebacei del viso, del petto e della schiena. 

Gli effetti positivi del miele nei confronti dell'acne potrebbero essere dovute alle proprietà antibatteriche che la ricerca scientifica ha recentemente attribuito ad esso. Tali proprietà curative sarebbero presenti nel miele di varietà "Manuka" e "Kanuka".
I vini del Piemonte sono probabilmente i vini qualitativamente più rappresentativi dell'Italia intera.

Il Piemonte annovera infatti tra i suoi vini 7 DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) ed una cinquantina di DOC (Denominazione di Origine Controllata).

Il Piemonte è la storia e la cultura del vino italiano. La vite è presente nel territorio piemontese almeno dall'età romana e numerose testimonianze ne ripercorrono gli eventi: Tito Livio menziona il Barbaresco nella storia di Roma; Plinio il Vecchio descrive le caratteristiche dei vigneti piemontesi; nella prima metà del 1200 Pier de' Crescenzi, autore del primo trattato di agricoltura, elogia i sistemi di coltivazione adottati dai contadini del Monferrato.

Ed è proprio in quel periodo che si hanno le prime evoluzioni con l'introduzione dell'allevamento a spanna e con la produzione del Vino Barbaresco, diverso da quello coltivato oggi, vinificato con l'aggiunta di uve Moscatello e Passeretta per renderlo dolce e frizzante.
I vini piemontesi rossi risultano essere il settanta per cento di tutta la produzione regionale.

La produzione dei vini in Piemonte.

I vini piemontesi rossi risultano essere il settanta per cento di tutta la produzione regionale. Tra i vini del Piemonte rossi più rimomati vi sono sicuramente il Barbera, il Barolo, il Dolcetto d'Alba, il Moscato, il Grignolino ed il Nebbiolo.

Praticamente quasi tutti i vini della regione sono famosi in tutto il mondo! La gran parte dei vini in Piemonte viene coltivata nelle tre zone del Monferrato: il Monferrato Astigiano, il Monferrato Casalese e l'Alto Monferrato. Altre zone di interesse sono i Colli Tortonesi situati al confine con la Lombardia vicino all'Oltrepò Pavese.

Vini Piemonte: dal 1997 la DOC.


La DOC Piemonte è entrata in vigore dal 1997 e comprende i vini Spumante, il Barbera e la Bonarda, il Grignolino, il Brachetto, il Cortese, il Chardonnay, il Moscato, il Pinot Bianco, il Pinot Grigio, il Pinot Nero, il Pinot Chardonnay. Tutte queste tipologie nel caso in cui provengano da vigneti iscritti all'albo dei vini del Piemonte DOC possono essere coltivati in tutta la regione.

Barbera d'Alba DOC, Barbera d'Asti DOCG, Barbera del Monferrato Superiore DOCG


Il vino Barbera d'Alba DOC, Barbera d'Asti DOCG, Barbera del Monferrato Superiore DOCG è dei vini più famosi del territorio del Piemonte e l’inizio della coltivazione è datato diciassettesimo secolo.

I vini del piemonte che hanno raggiunto soltanto ultimamente lo status di denominazione di origine controllata sono: Albugnano, Alta Langa, Canavese, Colline Novaresi, Cisterna d'Asti, Coste della Sesia, Colline Saluzzesi, Langhe, Freisa di Chieri, Monferrato, Loazzolo, Roero, Pinerolese, Roero, Verduno Pelaverga. Da tutto ciò possiamo dedurre come sia imminente il giorno in cui tutto il territorio del Piemonte produrrà vini DOC e DOCG a testimonianza della straordinaria tradizione vinicola di questa regione.

Barolo DOCG.

Vino rosso di qualità dalla regione Piemonte: vino Barolo.

Il vino Barolo DOCG sembra inizi la sua diffusione nel territorio italiano sin dal risorgimento attraverso l’uso di uve Nebbiolo.

Da quel tempo il vino Barolo risulta essere un vino rosso tra i maggiormente caratteristici della regione Piemonte nella quale sono raccolti i maggiori vigneti di coltivazione.

Caratteristiche organolettiche del vino Barolo.

Andiamo ora ad elencare le sensazioni organolettiche che contraddistinguono il vino Barolo e che gli garantiscono di essere considerato quale uno fra i vini italiani maggiormente conosciuti.

Al palato il gusto del vino Barolo è secco, caldo e pieno mentre il colore si presenta rosso granata con riflessi d'arancione con l'invecchiamento. Bisogna dire che il piacere di assaporarlo comincia già dal il primo momento della degustazione quando il suo inebriante profumo intenso con aromi di spezie, frutta, rosa canina, liquirizia, cannella soddisferà il vostro naso.

Vino Barolo DOCG: invecchiamento e gradazione.

Il Barolo è un vino avente una gradazione di 13 gradi circa ed il periodo di invecchiamento dopo il quale è ottimale la sua consumazione è di 20-30 anni. Tutti gli anni vengono raccolti approssimativamente 61305 hl di vino Barolo i quali corrispondono a circa 8200000 bottiglie.
Leggi anche: Vini italiani: i vini della Val d'Aosta sono un vero regalo della natura.
Se volete provare il vero vino Barolo DOCG potete andare nei territori di Barolo, Castiglione Falletto, Cherasco, Diano d'Alba, Grinzane Cavour, La Morra, Monforte d'Alba, Novello, Roddi d'Alba, Serralunga e Verduno.

Con che cosa si abbina il vino Barolo.

La capacità di abbinare ai piatti più ricercati un vino di qualità appare una delle peculiarità che valorizzano la tua tavola. Il vino Barolo è adatto soprattutto ad abbinarsi con arrosti, brasati, selvaggina.

Dolcetto d'Alba DOC e DOCG.

 Il vino Dolcetto d'Alba risulta essere un vino rosso tra i maggiormente caratteristici della regione Piemonte.
Il vino Dolcetto d'Alba: vino rosso prestigioso dalla regione Piemonte.

Il vino Dolcetto d'Alba DOC e DOCG sembra inizi la sua coltivazione nel territorio italiano durante il diciassettesimo secolo attraverso l’utilizzo di uve Dolcetto.

Da quel tempo il vino Dolcetto d'Alba risulta essere un vino rosso tra i maggiormente caratteristici della regione Piemonte all’interno della quale sono raccolti i maggiori centri di produzione.
Vino Dolcetto d'Alba: caratteristiche organolettiche.

Un vino di qualità ha la capacità di appagare, tramite le insite proprietà organolettiche, tutti i sensi della persona che lo degusta ed in questo talento il vino Dolcetto d'Alba sembra eccellere facilmente.

Ad una prima osservazione il vino Dolcetto d'Alba sfoggia un colore rosso rubino con frequenti riflessi violacei mentre al naso risulta fruttato con ciliegia e lampone. Ma è il sapore quello che separa un vino di qualità dai vini comuni. Assaporandolo il vino Dolcetto d'Alba si presenta secco e pieno con retrogusto amarognolo.

Gradi del Dolcetto d'Alba DOC e DOCG e invecchiamento.

Il Dolcetto d'Alba è un vino avente una gradazione di 11, 5 (un grado il più il superiore) gradi approssimativamente ed il periodo di invecchiamento in cui risulta consigliata la sua consumazione è di 3-6 anni. Ogni stagione vengono prodotti approssimativamente 65000 hl di vino Dolcetto d'Alba i quali danno luogo a più o meno 8700000 bottiglie.



Se volete provare il reale vino Dolcetto d'Alba DOC e DOCG potete andare nei territori di Grinzane Cavour, Diano d'Alba, Mango, La Morra.

Il vino Dolcetto d'Alba a tavola.

La capacità di abbinare ai cibi più saporiti un vino di qualità appare una tra le peculiarità capaci di impreziosire la tua cena. Il vino Dolcetto d'Alba risulta adatto in special modo ad essere servito con salumi, primi di carne, ravioli, carni bianche e rosse.

Moscato d'Asti DOCG.


Vino bianco prestigioso dalla regione Piemonte: vino Moscato d'Asti.

Uno dei vini più caratteristici della regione Piemonte risulta essere il vino Moscato d'Asti DOCGe l’inizio della coltivazione risale al tempo dei Romani.

Il vino Moscato d'Asti è un vino bianco e viene creato da uve esclusivi come Moscato bianco.

Vino Moscato d'Asti: profumo e gusto.

Un vino di qualità ha la capacità di appagare, tramite le insite proprietà organolettiche, l’olfatto ed il palato di chi lo degusta ed in questo talento il vino Moscato d'Asti appare riuscire facilmente.
Leggi anche: L’isola della Sardegna è la terra più ricca di vitigni in Italia.
Al palato il sapore del vino Moscato d'Asti è aromatico e dolce con struttura acidula ed alla vista si presenta giallo paglierino brillante, spesso tendente al dorato. Bisogna segnalare che la bellezza di assaggiarlo comincia già dalla prima fase della degustazione poiché il suo inebriante profumo delicato con note fruttate di pesca gialla e fiori di acacia e tiglio appagherà il vostro naso.
Gradi del Moscato d'Asti DOCG e invecchiamento.

Il Moscato d'Asti è un vino con una percentuale alcolica di 11 gradi approssimativamente mentre il periodo di maturazione dopo il quale risulta consigliata la sua degustazione è di alcuni mesi e non anni. Ogni vendemmia sono raccolti approssimativamente 37500 ettolitri di vino Moscato d'Asti che danno luogo a circa 5000000 bottiglie.

Le località dell’Italia nei quali la coltivazione del Moscato d'Asti è più sviluppata sono i territori di Treiso, Neive, Cassine, Strevi, Castelnuovo Belbo, Costiglione d'Asti, Nizza Monferrato, Incisa Scapaccino, Bistagno, Monastero Bormida, Acqui Terme, Cannelli, Santa Vittoria d'Alba, Serralunga d'Alba.

Come abbinare a tavola il Vino Moscato d'Asti.

La capacità di associare ai cibi più saporiti un vino adatto appare una di quelle cose che valorizzano la tua tavola. Il vino Moscato d'Asti risulta ideale in particolar modo ad abbinarsi con dolci, crostate, frutta.
il vino Grignolino si presenta con un colore rosso rubino pallido con tendenze al granata.

Grignolino DOC.


Vino rosso proveniente dalla regione Piemonte: vino Grignolino.

Il vino Grignolino DOC vede cominciare la propria coltivazione nella nostra nazione durante il tempo antico attraverso l’uso di uve Grignolino (90%) e Freisa (10%)



Da quella data il vino Grignolino risulta essere un vino rosso tra i più tipici della regione Piemonte all’interno della quale sono presenti la gran parte dei centri di coltivazione.

Colore e sapore del vino Grignolino.

Un vino DOC deve saper soddisfare, tramite le sue proprietà organolettiche, il palato e l’olfatto di chi lo consuma ed in questo talento il vino Grignolino appare riuscire senza difficoltà.

Ad una prima osservazione il vino Grignolino si presenta con un colore rosso rubino pallido con tendenze al granata mentre al naso è vinoso con sentori fruttati di nocciola e grignole. E’ però il il sapore quello che separa un vino pregiato dai vini di tutti i giorni. Assaporandolo il vino Grignolino si presenta secco, buona struttura con finale gardevolmente amarognolo.

Dove si produce il Grignolino DOC.

Il Grignolino risulta essere un vino con una gradazione di 11 gradi approssimativamente ed il periodo di maturazione dopo il quale è ottimale la sua degustazione è di 2-4 anni. Ogni anno vengono prodotti circa 26000 ettolitri di vino Grignolino i quali danno luogo a più o meno 3500000 bottiglie.

Se desiderate trovare il reale vino Grignolino DOC potete andare nei territori di Alessandia e Asti.

La capacità di associare ai piatti più saporiti un vino di qualità è una tra le peculiarità che valorizzano la tua tavola. Il vino Grignolino è ideale soprattutto ad abbinarsi con tutto il pasto, arrosti di carne, pollo, coniglio piatti a base di uova.
Il vino Nebbiolo d'Alba è un vino rosso pregiato dalla regione Piemonte.

Nebbiolo d'Alba DOC.

Il vino Nebbiolo d'Alba: vino rosso pregiato dalla regione Piemonte.

Uno tra i vini più famosi del territorio del Piemonte risulta essere il vino Nebbiolo d'Alba DOC e il vitigno viene coltivato dal tredicesimo secolo.

Caratteristiche organolettiche del vino Nebbiolo d'Alba.

Un vino pregiato ha l’obbligo di appagare, attraverso le sue proprietà organolettiche, l’olfatto ed il palato di chi lo degusta ed in questa capacità il vino Nebbiolo d'Alba sembra eccellere facilmente.

Al palato il gusto del vino Nebbiolo d'Alba è pieno, secco e vellutato mentre alla vista appare rosso con riflessi granata. Ma segnalare che la bellezza di assaporarlo comincia già dal il primo momento della degustazione quando il suo inebriante profumo elegante e complesso con note di lampone, confetture e spezie appagherà il vostro olfatto.

Vino Nebbiolo d'Alba: produzione e gradazione.

Il Nebbiolo d'Alba è un vino avente una percentuale alcolica di 11, 5 gradi approssimativamente ed il periodo di maturazione in cui è ottimale la sua consumazione è di 7-10 anni. Tutte le vendemmie sono raccolti all’incirca 20000 ettolitri di vino Nebbiolo d'Alba che corrispondono a circa 2550000 bottiglie.

Nel caso in cui desideriate trovare il reale vino Nebbiolo d'Alba DOC non dovete fare altro che recarvi nei territori di Canale, Castellinaldo, Corneliano, Monticello, Piobesi d'Alba, Priocca, Santa Vittoria e Vezza d'Alba.

Il vino Nebbiolo d'Alba a tavola.
Saper associare ai cibi più ricercati un buon vino appare una tra quelle peculiarità capaci di valorizzare la tua tavola. Il vino Nebbiolo d'Alba risulta adatto in particolar modo ad essere servito con ravioli al sugo di carne, coniglio, pollo.