L'uso delle mandorle in cucina è vario poiché è un alimento usato in tutte le portate, sia dolci che salate, anche nella cucina internazionale; una ricetta tra le più conosciute per esempio è il pollo alle mandorle cinese.

Moltissimi sono i dolci alle mandorle, come torte, biscotti (famosi i Cantucci Toscani), croccanti, torroni, confetti, creme, per non parlare delle bevande dissetanti come l\'orzata e il latte di mandorla utilizzate soprattutto nei Paesi Mediterranei. Un’altra specialità preparata con le mandorle è il marzapane, con il quale si preparano diversi dolci tipici. Le mandorle sono anche usate per produrre farine e paste nell’industria dolciaria ed estrazione di olio.

mandorle

Spesso, per esaltarne il sapore, ed in alcune ricette, le mandorle vengono tostate in padella antiaderente a fuoco medio per 5 minuti, oppure in forno a 180° per qualche minuto finché non risultano dorate e croccanti.
Le mandorle vengono anche sminuzzate (utilizzando un frullatore), tritate o tagliate a lamelle. Se le utilizzate per fare una torta, potete tritarle insieme a un cucchiaino della farina che utilizzerete in seguito, per evitare la separazione dell\'olio.

Se avete mandorle con la buccia, e per la ricetta che dovete preparare vi servono spellate, potete immergerle per qualche minuto in acqua bollente, e la buccia si leverà facilmente.

Curiosità.

Le mandorle costituiscono un vero concentrato energetico e calorico: contengono una significativa percentuale di proteine, preziose vitamine del gruppo E, B1 e B2, magnesio, ferro e calcio, perciò utilissime nella calcificazione delle ossa (consigliate quindi alle donne in gravidanza o in menopausa). Hanno inoltre proprietà antisettiche e remineralizzanti, emollienti e lassative, e ricostituenti e sono il tipo di frutta secca con il più elevato contenuto di fibre (12%).

Il particolare e originale equilibrio di minerali, vitamine, proteine e grassi, ne fanno soprattutto un rinforzante del sistema nervoso, costituendo un sano e saporito antidepressivo naturale.

Le mandorle contengono molti grassi \"buoni\", infatti circa l\'80% delle calorie di questo alimento provengono da questo nutriente e poiché la maggior parte di questi grassi sono monoinsaturi, le rende benefiche per l\'apparato cardiocircolatorio.

Studi recenti hanno dimostrato come un consumo abituale di questo alimento abbassa i livelli ematici di colesterolo e trigliceridi: ovviamente bisogna tenere in considerazione che chi è soprappeso non potrà abusarne, perché come tutti gli alimenti lipidici, il loro consumo va controllato con attenzione valutando sempre le quantità che il nostro organismo può permettersi.

La mandorla dolce non contiene amigdalina ed è innocua, mentre nel seme della varietà amara l´amigdalina e l´emulsina si combinano quando la mandorla si schiaccia e si bagna (o si mastica), e liberano acido cianidrico (acido prussico) che è tossico in quantità apprezzabili. L´avvelenamento mortale per uomo adulto avviene dopo assunzione di 7 -5 ml di olio di mandorle amare contenente il 2-4% di HCN. La legge italiana prevede una quantità massima di acido cianidrico pari a 1mg/kg in alimenti e bevande e di 50 mg/kg nel torrone e altri prodotti contenenti mandorle amare.

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10 Ricette con mandorle:

1.- Miele con mandorle e castagne.

Miele con mandorle e castagne

2.- Crema alle mandorle con salsa speziata.

Crema alle mandorle con salsa speziata

3.- Fichi al cioccolato con mandorle tostate.

Fichi al cioccolato

4.- Torta dorata di mandorle.

torta dorata di mandorl

5.- Tortino con mandorle e mandarini.

tortino con mandorle e mandarini

6.- Biscotti di Natale alle mandorle.

Biscotti di Natale alle mandorle

7.- Torta alle mandorle e cioccolato bianco.

Torta alle mandorle e cioccolato bianco

8.- Ciambellone al cacao con mandorle e noci.

ciambellone al cacao

9.- Crostata nordica con mandorle e prugne.

Crostata nordica

10.- Cestini di mandorle con gelato di fragole.

Cestini di mandorle con gelato di fragole

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Caratteristiche generali.
La robiola è un formaggio tipico del Piemonte, in particolare di Roccaverano,in provincia di Asti, dove la robiola ha ottenuto il marchio DOP.

Si tratta di un formaggio crudo e fresco, prodotto con latte vaccino, ovino e caprino, caratterizzato da una pasta molle, privo di crosta, di colore bianco e di forma cilindrica.

A livello alimentare, la robiola è apprezzata per il suo sapore delicato e fresco.
A livello nutrizionale, la robiola è ricca di calcio e di vitamine: A, B1, B2 e PP.

Uso in cucina.

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La robiola è un formaggio molle, facilmente spalmabile, per cui è utilizzato in molte ricette, dalle semplici tartine da servire come antipasto a più elaborati primi e secondi piatti.

Inoltre, può essere lavorata con erbe e spezie per la preparazione di salse con cui accompagnare carni e verdure.

Come pulire.
Come tutti i formaggi freschi, se si formano delle muffe, non è sufficiente rimuovere il pezzetto contaminato, ma è necessario eliminare tutto il pezzo.

Guida all'acquisto.
La robiola deve presentarsi di colore candido e odore gradevole e delicato. Per essere sicuri di acquistare la vera robiola di Roccaverano, accertatevi che sia presente il marchio DOP.

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Metodo di conservazione.
La robiola è un alimento delicato, che si conserva in frigorifero per uno o due giorni. Per quanto riguarda i prodotti industriali, controllate la data di scadenza riportata sulla confezione.

Curiosità.
Oltre che a Roccaverano, la robiola è prodotta anche nella provincia di Alessandria e nella parte orientale del territorio delle Langhe.

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Il nome del genere (Paeonia) deriva dal dal greco “paionia” femminile di “paionios”, salutare-soccorritore, perché le radici della pianta hanno proprietà medicinali. Secondo altri autori il nome deriverebbe da “Paeon”, medico delle divinità greche.

Le peonie appartengono alla famiglia delle Paeoniaceae che raggruppa piante da fiore antichissime dal punto di vista evolutivo che in passato erano comprese nella Ranuncolaceae.

Il genere Paeonia comprende una trentina di specie di piante erbacee e di arbusti perenni che presentano radici carnose e fusti, generalmente glabri, che portano foglie, di notevoli dimensioni, pennate, formate da numerose foglioline lobate e non lobate, di forma e dimensioni irregolari, talvolta glauche e tomentose. Sono coltivate in modo particolare per la bellezza dei fiori, grandi e appariscenti.

peoniePeonie erbacee.

Alcune specie erbacee sono spontanee anche in Italia. Secondo la mitologia greca, fu il medico degli dei, Paeon, a scoprire la pianta (Paeonia officinalis). Questa specie, originaria dell’Italia e delle regioni centro meridionali dell’Europa, è utilizzata fin dall'antichità come pianta medicinale, e per questo elogiata da molti scrittori greci e latini. Oggi è un'apprezzata pianta ornamentale: presenta foglie, profondamente divise, di color verde chiaro e talvolta tomentose sulla pagina inferiore; da aprile a maggio produce fiori semplici, larghi 5-15 cm di colore cremisi.

Vengono coltivate anche molte cultivar cinesi, tutte derivate da Paeonia lactiflora, specie originaria della Mongolia e della Siberia.

Le peonie erbacee, dotate di radici tuberose, emettono i propri getti in primavera, vegetano fino a raggiungere un'altezza di 60-100 cm, fioriscono a maggio e in autunno disseccano completamente per riapparire la primavera successiva.

Peonie arboree.

La prima citazione in Europa delle peonie arboree è nel rapporto di un membro della Compagnia Olandese delle Indie Orientali che, a metà dei Seicento, le descrisse come simili alle rose, ma senza spine e con fiori grandi il doppio. Prima che tali piante arrivassero in Occidente, se ne diffuse la fama grazie all'importazione di porcellane, sete e oggetti cinesi su cui era rappresentato questo fiore, molto amato in Oriente da moltissimi secoli (in Cina è conosciuto già mille anni prima della nascita di Cristo).

Le peonie arboree o arbustive, la cui pianta fuori terra è formata da solidi e nodosi arbusti che ogni anno lignificano una piccola parte dei nuovi getti, creano molto lentamente un cespuglio legnoso che può raggiungere i due metri di altezza e i tre-quattro metri di diametro. Perdono le foglie in autunno, in inverno gli arbusti restano spogli e all'inizio della primavera fanno schiudere le nuove foglie. Tra aprile e maggio producono splendidi fiori di varie forme e che possono raggiungere i 30 cm. Sono piante molto longeve (centinaia di anni) e presentano una crescita molto lenta.

Sebbene i botanici ne conoscano già centinaia di varietà, la loro classificazione è in continua evoluzione.

Le peonie arboree si suddividono in due grandi sezioni: Delavayane e Vaginatae.
Sezione Delavayane: comprende tutte specie a fiore semplice, piccolo e con toni di colore dal giallo al rosso scuro. Appartengono a questa sezione le specie: P. delavayi (con fiori che possono essere bianchi o gialli screziati di rosso-marrone, gialli e rosso scuro) e P. ludlowii (con fiori giallo vivo).

Sezione Vaginatae: comprende tutte specie a fiore semplice, con colore dal bianco, al rosa e al porpora. Queste le specie: P. suffruticosa, P. ostii, P. rockii, P. cathayana, P. decomposita, P. quii e P. jishanensis. Dagli incroci e dalla selezione delle diverse specie derivano numerosi ibridi e varietà che vengono coltivati da millenni in Cina e da lì in tutto l'Oriente e successivamente anche in Occidente.
Il Gruppo più numeroso quello classificato come Paeonia suffruticosa: ne fanno parte centinaia di varietà, con fiori bianchi e crema, rosa, corallo, porpora chiaro, porpora scuro. In base alla forma del fiore si distinguono varietà a fiore semplice, semidoppio, doppio e a corona. In base al periodo di fioritura, si distinguono varietà a fioritura precoce (20 marzo – 10 aprile), intermedia (10 – 25 aprile) e tardiva (25 aprile – 15 maggio).

Coltivazione.

Peonie arboree

La peonia arborea è una pianta molto forte, semplice da coltivare e che si adatta molto bene al clima dell'Europa continentale, molto simile a quello della zona di origine.

Il periodo ideale per l'impianto delle peonie a radice nuda è da ottobre a metà febbraio. Le peonie in vaso con una zolla ben formata, possono essere trapiantate in qualsiasi periodo dell'anno, eccetto i mesi estivi.

Predilige le posizioni in pieno sole, ma nelle regioni a clima più caldo, sono da preferire le posizioni in mezzombra che permettono una fioritura più lunga. Deve essere posta in luoghi riparati dal vento.

Abbisogna di terreni freschi e ricchi, preferibilmente neutri, ma si adatta a qualsiasi tipo di suolo da subalcalino a subacido, purché ben drenato, in quanto non sopporta i ristagni idrici.

Resiste bene alla siccità e necessita di innaffiature solo in caso di piante appena messe a dimora o in assenza prolungata di pioggia, in particolare nei periodi precedenti la fioritura.

La concimazione può essere fatta con concimi organici (meglio in autunno) o chimici complessi. Prima della fioritura sono da preferire quelli a bassa contenuto di azoto.

Peonie erbacee.

Le peonie erbacee sono piante perenni, vigorose, dotate di grosse radici fusiformi e carnose. Possono essere coltivate in ampi vasi o in piena terra, ponendole a 60-80 cm l'una dall'altra. Dopo alcuni anni in vaso smettono di fiorire. Per questo motivo, periodicamente devono essere svasate, divise e ripiantate cambiando completamente il substrato.

Il periodo per l'impianto è da ottobre a fine febbraio, ma ideale è l'inizio dell'autunno. Emettono i propri getti in primavera fino a raggiungere un'altezza di 60-100 cm.

La fioritura inizia a maggio per concludersi entro la prima metà di giugno.
Per quanto riguarda l'esposizione, le esigenze sono come per le peonie arboree. Nei periodi più siccitosi va irrigata senza bagnare la vegetazione. Non sopporta ristagni idrici. A inizio autunno la pianta entra in riposo vegetativo: quando la parte aerea comincia ad essiccare, bisogna tagliare gli steli a 5-6 cm dal terreno.

La moltiplicazione si effettua normalmente per divisione delle radici, lasciando 3-4 gemme per segmento. Alla riproduzione per seme si ricorre solo per ottenere nuovi ibridi.

Piantumazione.

Scavare una buca di circa 40 cm di lato e 40 cm di profondità. Porre sul fondo, non a contatto con le radici, del terriccio miscelato a letame. Per favorire il drenaggio si può porre, al di sotto del terriccio, uno stato di ghiaia grossolana. Interrare le radici facendo aderire bene la terra. Nelle erbacee, ricoprire le gemme con 2-3 cm; per le arboree, 5-10 cm sopra il punto di innesto.

La piantumazione delle peonie
Piantumazione delle peonie

Come tagliare i fiori.

Per le peonie arboree il fiore deve essere tagliato appena sopra la gemma ascellare più alta per evitare di eliminare i getti dell'anno successivo. Nel caso delle peonie erbacee, si possono tagliare i fiori anche a livello del terreno.

Centro Botanico Moutan.

In provincia di Viterbo, ai piedi dei monti Cimini, si trova la più grande collezione d'Europa di peonie cinesi: un terreno collinare di 15 ettari interamente coltivato a peonie arboree ed erbacee. Più di 200.000 piante e oltre 600 differenti varietà appartenenti a tutte le specie botaniche e gli ibridi naturali conosciuti. Il nome Moutan trae origine dal termine “Mu Dan”, usato in Cina per indicare la peonia arborea, ed è stato scelto per questo Centro nato nel 1993 dalla ventennale e profonda passione di un collezionista, Carlo Confidati. L'idea iniziale, quella di creare un giardino monotematico attorno a una dimora privata, si è trasformata, dopo le prime straordinarie fioriture, nel desiderio di conoscere tutte le varietà e le specie di peonie arbustive cinesi esistenti ricercandole singolarmente nelle più remote regioni asiatiche e importandole in Europa per riunirle in un unico luogo, curarne il mantenimento, studiarle e promuoverne la diffusione, la conoscenza e la protezione ovunque.

Nel periodo della fioritura, aprile e maggio, lo spettacolo che si gode è straordinario. La passeggiata lungo le vie del parco permette di ammirare angoli in cui le peonie, delle diverse specie e varietà, si combinano con altre piante mediterranee, oltre a campi aperti in cui migliaia di fiori di peonia accarezzano le dolci colline. I colori spaziano dalle tonalità dei rosa, sino al porpora scuro quasi nero, dal bianco puro al giallo luminoso, al crema, dando vita ad una meravigliosa visione di colore, bellezza e opulenza.

Per informazioni:
Centro Botanico Moutan
Vitorchiano (VT) - http://www.centrobotanicomoutan.it/

Centro botanico Moutan
Centro Botanico Moutan (foto Marco Salvaterra)

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Caratteristiche generali.

Il mascarpone è un formaggio a pasta molle. Prodotto in Italia, e più specificatamente in Lombardia, nella zona di Lodi, è riconosciuto come prodotto agroalimentare tradizionale italiano.

Il mascarpone è caratterizzato dalla consistenza cremosa, la pasta molle e grassa, e il sapore delicato, burroso con un retrogusto di panna.
Ricco in proteine, calcio e vitamine, il mascarpone è un formaggio molto grasso, e va perciò consumato con moderazione.

Stagione.

Tradizionalmente il mascarpone veniva preparato solo nei mesi invernali.
Con l'industrializzazione del prodotto, oggi è reperibile tutto l'anno.

mascarpone-creammaking

Uso in cucina.

Per il suo sapore e la sua consistenza, il mascarpone è ideale per la preparazione di creme sia dolci che salate. Nelle ricette salate il mascarpone si accompagna a prodotti saporiti, come prosciutto o alici, lavorato in crema per il condimento di pasta o risotto.

Tra i dolci, non possiamo non citare il tiramisù, di cui il mascarpone è uno degli ingredienti fondamentali.

Poiché è un formaggio molto grasso, spesso è mescolato alla ricotta per ottenere dei piatti più leggeri.

Guida all’acquisto.

Il mascarpone è un formaggio crudo, ed è fondamentale che sia molto fresco.

Metodo di conservazione.

Il mascarpone è un formaggio molto delicato, che va facilmente incontro alla deperibilità. Pertanto si può conservare, in frigorifero, al massimo per 2 giorni.

Curiosità.

La coagulazione del mascarpone non avviene attraverso cagliata, ma tramite acidificazione, con l'aggiunta di acido citrico o acetico. Per questo motivo è usato anche nella cucina vegetariana.

Ricette con il mascarpone:

Torta di formaggio all'uva

Pere sciroppate farcite al mascarpone.

pere sciroppate farcite al mascarpone

Torta di formaggio al pepe verde.

torta al pepe verde

Tortino alla ricotta.

Torta gastronomica di Natale.

torta gastronomica

Coppa al mascarpone e rum con tagliatelline di crepes al cacao.

Coppa al mascarpone e rum con tagliatelline di crèpes al cacao

Semifreddo al mascarpone.

Semifreddo al mascarponeCrema al mascarpone e torrone con chicchi di melagrana.

Crema al mascarpone e torrone con chicchi di melagrana

Torta al caffè e mascarpone.

Torta al caffè e mascarpone

Spumone al mascarpone con cuore morbido al caffè in salsa all'amaretto.

Spumone al mascarpone con cuore morbido al caffè in salsa all'amaretto

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9.- Proprietà del miele: le mille virtù.

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Le proprietà del miele: è uno degli alimenti le cui proprietà salutari sono già note da migliaia di anni. Proprietà di cui, del resto, è particolarmente ricco. Infatti il miele viene usato in moltissimi contesti e da moltissimo tempo con risultati...

10.- Vini e Vitigni di Romagna, la sfida degli autoctoni.

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La Sicilia, per condizioni climatiche, temperatura mite, terre collinose, leggera brezza di mare e sole acceso, ricorda i territori della California e dell'Australia.

Queste qualità risultano ideali e rendono la Sicilia l'isola del vino.
In effetti, la Sicilia testimonia con i suoi vini la secolare vocazione viti-vinicoltura che affonda le proprie radici già in età Greca, allorché si diede origine a quel binomio, Sicilia e Vini, ormai noto il tutto il mondo.

I vini presenti sul territorio siracusano abbracciano un circuito di cultura, mito e storia che caratterizzano ciascuno dei prodotti enologici citati in precedenza.

I metodi di lavorazione, di fermentazione e d’ imbottigliamento sono differenti per ciascun prodotto poiché differenziati da odori, profumi e colori tipici del vigneto d’appartenenza.

Anche le caratteristiche fisiche, nonché di sapori e profumi sono diversi per ciascun vino, lasciando al consumatore la possibilità non solo di scegliere ma anche di godere di tutte le caratteristiche del prodotto.

siracusa Grappolo_al_sole

Grazie alle caratteristiche di ciascun prodotto, nonché alla grandissima varietà di scelta per ciascuna tipologia di vino ( bianco, rosato, rosso), ci si può sbizzarrire e divertire mischiandoli e incrociandoli, toccando le papille gustative più raffinate e invitando i palati più esigenti. La storia del vino è un po' la storia stessa dell'umanità. Ogni civiltà, impero, vicenda politica e di potere ha avuto le proprie storie di vino, più o meno legate agli eventi stessi che hanno delineato il corso della storia.

Nella zona di Siracusa, la coltivazione della vite è stata per lungo periodo l'attività agricola prevalente ed ha dato vita ad una rilevante tradizione vitivinicola. La provincia si caratterizza per alcune produzioni di eccellenza, basate su vitigni autoctoni e non, che si possono fregiare dei marchi di origine DOC o IGT.

Il Moscato di Siracusa.

È un vino di colore giallo oro, rotondo ed armonico, con un'impronta serena e delicata come una melodia che mette subito di buon umore. Il Moscato di Noto è una variante nata poco più di mezzo secolo fa nella Cantina Sperimentale di Noto, allo scopo di ottenere un vino fine e profumato che potesse essere gustato giovane, senza la necessità di un lungo invecchiamento. Prodotti in quantità limitate, come si addice ad una gemma preziosa, questi vini di singolare bellezza - indubbiamente tra i più bei moscati d'Italia - onorano l'enologia siciliana.

Il Moscato di Siracusa secondo il celebre storiografo ed enologo Saverio Landolina Nava (1743-1814) sarebbe identificabile con l'antico Pollio siracusano, ottenuto dall'uva Biblia (dai monti Biblini, in Tracia), che fu introdotta a Siracusa da Pollis, mitico tiranno della città. Se così fosse, le sue origini risalirebbero al VIII-VII secolo a.C., e il Moscato di Siracusa potrebbe essere considerato il vino più antico d'Italia. Ancora oggi, seppur in quantità ridotte, questo vino viene prodotto nel territorio comunale di Siracusa con uve di Moscato Bianco sottoposte a un leggero appassimento.

Il Nero d'Avola.

È il più grande vitigno a bacca rossa della Sicilia e viene coltivato in una vasta fascia che taglia a metà l'isola, dalla costa tirrenica di Casteldaccia e Cefalù, a est di Palermo, fino a quella del canale di Sicilia fra Marina di Ragusa, Pachino e Noto. La viticoltura nell'area del Nero d'Avola ha radici antichissime, risalenti fino al V secolo a.C.
Questo vino, nelle sue varie versioni, è destinato a grande invecchiamento. Le bottiglie devono essere conservate orizzontali e stappate qualche ora prima del consumo, meglio se fatte decantare in caraffa.

Il BachYnum di Pachino.

Il vino nero dell’antica tradizione di Pachino è detto anche il “quarantottore”,
Pachino ha svolto per parecchi anni il ruolo di centro di produzione di mosti e vini prevalentemente impiegati per il taglio di vini più blasonati, acquistati dal nord d'Italia o dalla Francia in grandi quantitativi. Interi bastimenti venivano riempiti presso il vicino porticciolo di Marzamemi per poi prendere il largo verso i porti di Livorno o Genova, e poi proseguire verso il Piemonte ed oltre.

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Il Frappato.

Il Frappato è un vitigno a bacca rossa presente in tutta la Sicilia ma essenzialmente nella provincia di Siracusa e in quella di Ragusa.

Il vitigno è molto antico e le prime notizie certe lo fanno risalire al XVIII secolo. La sua origine non è nota e sembra possa non essere un vitigno autoctono ma proveniente dalla penisola iberica. Ne esistono due varietà molto simili con grappoli piuttosto allungati e con acini molto ravvicinati di colore rosso intenso tendente al violetto. Questa caratteristica ha un aspetto negativo in quanto quando l'uva è matura gli acini si pressano a vicenda provocando la spaccatura di alcuni di essi. Questo provoca la formazione di muffe ed un inquinamento del prodotto.

Ma anche vinificato in purezza, il Frappato è un vino suadente dal profumo intenso e delicato e dal sapore fresco ma ben strutturato. La sua presenza nel Suber aggiunge un aroma di pesca gialla e una nota gustativa leggermente tannica.

Altre notizie provengono dal primo novecento, presumendo un'origine spagnola dove sono presenti due varietà similari. Di certo si sa che era presente nella Sicilia orientale già dal XVII secolo, con il nome di Frappato dal significato di “fruttato”.

Eloro.

L'Eloro è un vino a Denominazione di Origine Controllata (DOC) riservata a vini prodotti nella Provincia di Siracusa precisamente nei comuni di: Noto, Pachino, Portopalo di Capo Passero, Rosolini e nel comune di Ispica della Provincia di Ragusa

I vini ammessi alla DOC sono i seguenti:

·         Eloro rosato

·         Eloro rosso

·         Eloro Nero d'Avola

·         Eloro Frappato

·         Eloro Pignatello

·         Eloro Pachino

·         Eloro Pachino riserva

Albanello.

Citato nel 1700 per le qualità del vino omonimo costituisce uno dei vitigni storici coltivati in provincia di Siracusa.

La coltivazione è limitata alla provincia di Siracusa, dove si è andata notevolmente riducendo a pochissimi esemplari, ceppi sparsi sono presenti anche nei vigneti ragusani.
La pianta è di media vigoria, foglia medio-grande, grappolo medio, cilindro-conico, leggermente spargolo, talvolta alato, acini medi, sferoidali o ovoidali, con ombelico evidente, buccia mediamente pruinosa, spessa e consistente, di colore giallo chiaro tendente al verdolino, dorata nella parte esposta al sole, polpa molto dolce. Maturazione media.
Generalmente viene vinificato insieme ad altre uve. Il vino è particolarmente fine, di colore giallo paglierino carico, dotato di ricco corredo aromatico e buona struttura gustativa.

Il Moscato di Noto.

è una variante de Moscato di siracusa, oggi riconosciuto come vino doc.

Il Moscato di Noto è frutto del lavoro di tanti viticoltori che non hanno voluto dimenticare secoli di storia continuando caparbiamente a coltivare il vitigno che ne è la base. Elorina ne ha raccolto e valorizzato l’impegno vinificando le loro uve e producendo un vino dolce e morbido, caldo e avvolgente.

La leggenda narra che il nome delle uve, da cui si produce il Moscato, trae origine da quanto accadde ad un dei servi della gleba di Falaride, tiranno in Sicilia, il quale era stato messo dal suo padrone a guardia di certe uve dai grappoli succosi dolcissimi di cui andava ghiotta la figlia cieca del tiranno. Il poveretto aveva l’incarico di passare per i vigneti con una verga per scacciare le mosche. Un giorno, stremato dalla calura e dalla stanchezza, il servo si appisolò e al suo risveglio scoprì che gli acini erano stati tutti punti dagli insetti. La figlia del tiranno trovò che quell’uva era di gran lunga migliore del solito così spiegò che il sonno era stato voluto dalla dea Demetra , affinché le api addolcissero la sua uva lasciando su ogni acino un segno per poterla riconoscere. Al di là della legenda, studi condotti dall’archeologo dott. Santocono Russo sulle ceramiche e sui vasi potori ritrovati nella grotta di Sbirulia , a pochi chilometri da Noto, hanno portato alla conclusione che nella zona il vino fosse già conosciuto circa 200 anni prima di Cristo.
Il Dalmasso ricorda nella "Storia della vite e del vino d’Italia" che i moscati hanno origini remotissime e provengono sicuramente (Gallesio) dal bacino orientale del Mediterraneo. Essi sono comunque da identificare con l’Apicia o Apianae di Catone, così chiamate per indicarne la predilezione da parte delle api. Da tanto culto per il vino ed i vini dolci in particolare e dalla geniale sensibilità enologica del dott. Montoneri – direttore della Cantina Sperimentale di Noto dal 1902-1943 - nasce all’inizio del novecento il Moscato di Noto. All’inizio degli anni settanta la stessa Cantina, si fece portavoce degli interessi e della volontà dei produttori ed elaborò il disciplinare di produzione della D.O.C. Moscato di Noto approvato il 14 Marzo 1974.

La tradizione vitiinicola dell'area sud orientale della Sicilia è ben viva nella memoria della gente del luogo. Qui la coltivazione della vite è stata per lungo periodo l'attività agricola prevalente. La coltivazione del nero d'avola ad alberello è lunga e faticosa, e fino a pochi decenni fa veniva svolta manualmente, con solo l'ausilio di un mulo per svangare la terra o per trasportare le botti di vino dal palmento alle rivendite. Pachino ha svolto per parecchi anni il ruolo di centro di produzione di mosti e vini prevalentemente impiegati per il taglio di vini più blasonati, acquistati dal nord d'Italia o dalla Francia in grandi quantitativi. Interi bastimenti venivano riempiti presso il vicino porticciolo di Marzamemi per poi prendere il largo verso i porti di Livorno o Genova, e poi proseguire verso il Piemonte ed oltre.

La zona è oggi al centro di un grande itneresse e di valorizzazione sotto il profilo commerciale, grazie a caratteristiche pedoclimatiche tali da permettere di ottenre vini di grande pregio, corpo estruttura, basati prevalentemente silla coltivazione di vitigni quali il "Nero d'Avola" o Calabrese, e il Moscato bianco.

Il percorso principale, prevede una serie di percorsi secondari attraverso le aree vitate di maggiore elezione, attraverso le quali è possibile raggiungere le aziende produttrici.

Si parte da Siracusa per assaporare il gustosissimo Moscato di Siracusa e Noto vini assolutamente classici, di colore giallo oro, rotondi ed armonici, hanno un impronta serena e delicata come una melodia e mettono subito di buon umore. Il Moscato di Noto è nato poco più di mezzo secolo fa nella Cantina Sperimentale di Noto, comune afferente alla provincia di Siracusa, allo scopo di ottenere un vino che potesse essere gustato giovane, senza la necessità di un lungo invecchiamento, fine e profumato.

Prodotto in quantità limitate, come si addice ad una gemma preziosa, questo vino di singolare bellezza - indubbiamente tra i più bei moscati d'Italia - onora l'enologia siciliana. Si prosegue alla volta del pregiato Nero d'Avola DOC La viticoltura nell'area del Nero d'Avola ha radici antichissime. Esistevano vigneti già nel V secolo a.C., e le prime notizie certe sull'esistenza del sito chiamato oggi Regaleali risalgono al Medioevo, quando su alcuni documenti compaiono riferimenti alla località Racaliali. Il Nero d'Avola è il più grande vitigno a bacca rossa di tutta la Sicilia, esteso in una vasta fascia che taglia a metà l'isola, dalla costa tirrenica di Casteldaccia e Cefalù, a est di Palermo, fino a quella del canale di Sicilia fra Marina di Ragusa, Pachino e Noto. La parte più importante agli effetti della produzione di questo vino è quella settentrionale e s'identifica con il nome di due aziende di grande storia, la Regaleali di Vallelunga, presso Caltanisetta, e la Duca di Salaparuta a Casteldaccia. Il Nero d'Avola, nelle sue varie versioni, è destinato a grande invecchiamento. Le bottiglie devono essere conservate orizzontali e stappate qualche ora prima del consumo, meglio se fatte decantare in caraffa.

Dopo avere assaporato l'emozione del vino avolese si arriva al vino di Pachino È il “quarantottore”, il vino nero di dell’antica tradizione di Pachino, proprio per la permanenza nelle vasche di fermentazione con le bucce per 48 ore, il nome BachYnum vuole riprendere l’antico modo con cui i contadini di Pachino chiamavano il paese. Il nostro vino, BachYnum, ha in se una cultura storica senza la quale esso non potrebbe essere ciò che è, e considerarlo alla stregua di una semplice bevanda industriale equivale a defraudarlo della propria essenza. Vogliamo quindi proporre e difendere il nostro vino come prodotto agricolo culturale nella sua unicità, contro la massificazione di un mercato sempre più globalizzato. Chi ama il vino è consapevole che ogni annata porta con se la propria particolarità. Il vino va capito e consumato non come prodotto sempre uguale, in quanto mai uguali sono le condizioni climatiche che influiscono sul territorio e sul lavoro dell’uomo.

La degustazione del nostro vino è opportuno che avvenga tenendo presenti le peculiarità che intendiamo offrire. Infine iil viaggio culmina nella zona di Eloro. Eloro DOC prende il nome dalla cittadina di Eloro, in provincia di Siracusa. La cittadina, sito archeologico molto importante che testimonia il dominio greco, produceva un vino pregiato detto Pollio. Il vino viene prodotto nelle tipologie rosso, bianco e rosato. Tutti prevedono la fermentazione del mosto a contatto con la vinaccia ed ha una durata variabile: da 2 a 3 giorni per i vini rossi giovani, oltre i 15 giorni per quelli di grande struttura, destinati a un invecchiamento più o meno lungo. Seguono la fase della svinatura, con la separazione della vinaccia dal mosto, i travasi, l’affinamento e l’invecchiamento. Al termine di questo periodo, che può essere anche molto prolungato, i vini vengono stabilizzati e, infine, imbottigliati. In particolare, l’Eloro DOC Rosato, prevede la rottura dell’acino e non dei raspi (pressatura soffice) e successivamente il mosto viene messo nei fermentini, dove subisce una breve macerazione e una modesta solfitazione.

vino moscato siracusa

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Il Recioto di Gambellara è un vino DOCG la cui produzione è consentita nella fascia limitrofa ad ovest della provincia di Vicenza

Del Recioto non sono incerte solo le origini, ma pure il nome: alcuni lo fanno risalire la passito denominato Reticio menzionato sia da Virgilio che da Plinio il Vecchio. Non è da escludere neppure la radice latina Racemus, grappolo, visto che nel Medio Evo è frequente indicare con Recis i grappoli spiccati dalla vite ed appesi ad asciugare per la conservazione. Altra ipotesi è che il termine Recioto derivi da quello veneto "recia", che significa orecchio, e con il quale si fa riferimento alla parte più alta del grappolo, ovvero quella contenente il succo migliore.(Disciplinare di produzione).

reciotodigambellaraclassico Recioto di Gambellara Classico - Consorzio per la Tutela della Doc dei Vini Gambellara

recioto Grappolo di Garganega (foto http://isolafelice.forumcommunity.net)

Vitigni - Grado alcolometrico minimo - Invecchiamento e qualifiche.

I vini a denominazione di origine controllata e garantita “Recioto di Gambellara Classico” devono essere ottenuti dalle uve provenienti dal vitigno Garganega per almeno l’80% e per il rimanente da uve dei vitigni Pinot Bianco, Chardonnay e Trebbiano di Soave (nostrano) fino ad un massimo del 20%. La Garganega è il vitigno autoctono e antichissimo delle colline di Gambellara, ed il più importante della provincia di Vicenza.

L’appassimento delle uve può essere condotto anche con l’ausilio di impianti di condizionamento ambientale, purchè operanti a temperature analoghe a quelle riscontrabili nel corso dei processi tradizionali di appassimento.
Il vino “Recioto Spumante di Gambellara Classico” deve essere ottenuto con mosti e/o vini che rispondono alle condizioni stabilite dal disciplinare la spumantizzazione deve avvenire con fermentazione naturale.
“Recioto di Gambellara Classico”:

- titolo alcolometrico vol. totale minimo: 14,5% vol. di cui almeno 11,5% in alcool effettivo svolto;
- acidità totale minima: 4,5 per mille;
- estratto minimo non riduttore: 22 g/l;
- Zuccheri riduttori residui: minimo 50 g/l.
“Recioto Spumante di Gambellara Classico”:
- Titolo alcolometrico: volumico totale minimo: 13,5% di cui almeno 11% in alcool effettivo svolto;
- Acidità totale minima: 5 per mille;
- Estratto minimo non riduttore: 18 g/l;
- Zuccheri riduttori residui:minimo 36 g/l.

Caratteristiche organolettiche.

“Recioto di Gambellara Classico”:
- colore: giallo dorato più o meno intenso con eventuali sfumature ambrate;
- odore: intenso, profumo di frutta matura con eventuali sfumature di vaniglia;
- sapore: caratteristico, armonico, con leggero gusto di passito, amabile o dolce, con leggero retrogusto amarognolo, anche vivace come da tradizione, con eventuale percezione di legno.
“Recioto Spumante di Gambellara Classico”:
- Spuma: fine e persistente;
- Colore: giallo dorato più o meno intenso;
- Odore: intenso, profumo di fruttato;
- Sapore: caratteristico, vellutato, armonico, fruttato, con leggero gusto di passito con eventuali sfumature di vaniglia, con eventuale percezione di legno.

Abbinamenti e temperatura di servizio.

Il Recioto di Gambellara si abbina bene a dolci (esclusi quelli al cioccolato), gelati, zabaione e biscotti di tutti i tipi. Temeratura di servizio 10°C.
Il Recioto Spumante di Gambellara Classico è un vino da dessert; va servito a 8°C.