Anche se dedichiamo molte cure alle nostre piante, spesso queste si ammalano: bisogna sapere individuare con precisione il motivo per cui soffrono per porre rimedio nel migliore dei modi; ma come fare per capire da che cosa sono affette le nostre piante?

Malattie e cure.
Una pianta sempre ben curata è sicuramente più resistente alle malattie ma non è certo che non si ammali.

Ti illustriamo in che modo individuare il problema e i suoi sintomi, quali piante devi proteggere e come debellare gli attacchi parassitari.

Afidi.


Si individuano con facilità. Non sono parassiti molto dannosi anche se vanno attaccati per tempo in quanto possono arrivare a diventare molto invadenti, favorendo la comparsa di altri parassiti

Piante a rischio.
Afelandra, crisantemo, dalia, dizigoteca, edera, ibisco, ortensia, viola, petunia, ra-darmachera, rosa e yucca.

Soluzioni
.
• Pulire le foglie con del cotone bagnato in acqua, eliminando gli insetti uno ad uno.
• Tagliare i butti teneri; si individuano facilmente perché è dove si vanno ad annidare per primi.

E dopo:
Isolare la pianta colpita e controllarla pe-riodicamente.



Cocciniglia.


I peggiori parassiti per le piante da inter­ni: sono invadenti e difficili da eliminare. Si nascondono sotto un cappuccio a for­ma di scudo rigido, ceroso oppure simile al cotone.

Piante a rischio.
Oleandro, anturio, azalea, schefflera, croton, dieffembachia, ficus, felce, ibi­sco, edera, yucca e la maggior parte delle palme.

Soluzioni.
• Si possono eliminare con acqua o con una soluzione di alcol e sapone neutro.
• Vaporizzare sulla pianta e poi eliminare gli insetti con un panno.

E dopo:
Trasferire la pianta in un luogo più fresco e umido.

Trips.
E un insetto molto piccolo ma visibile ad occhio nudo e quando si trova in grandi gruppi risulta uno dei parassiti più dan­nosi. Si trova specialmente sulla pagina delle foglie.

Piante a rischio.
Begonia, calancoe, camelia, clivia, ficus elastica, geranio, edera e peperoncino.

Soluzioni.
• Fare una doccia alla pianta con acqua tiepida o immergere la parte aerea in ac­qua se le foglie non sono villose.
• Se il lavaggio non è stato sufficiente eliminare le parti danneggiate.

E dopo:
Collocare la pianta in un luogo più fresco e ventilato; ridurre le annaffiature e la­sciarla isolata.

Mosca bianca.




Non risulta molto dannosa e si individua con facilità: basta muovere un po' le fo­glie e gli insetti, minuscoli, voleranno via.

Piante a rischio.
Fior di vetro, calatea, papiro, lingua di suocera, fucsia, geranio, gerbera, ibisco, ortensia e primula.

Soluzioni.
• Fare una doccia alla pianta con acqua tiepida o sommergere la parte aerea in acqua, ma soltanto se le foglie non
sono villose.
• Eliminare le parti danneggiate.

E dopo:
Isolare la pianta e vigilare sulla pagina delle foglie per vedere se ci sono uova depositate.

Insetti nella terra
.
Afidi, vermi delle radici, chiocciole e lu­mache, incluso forbicette. Sono difficili da individuare, si possono vedere quando si muovono o, se non si vedono, la pianta si presenta debilitata e avvizzita.

Piante a rischio.
Fior di vetro, aloè (vermi delle radici), anturio, bulbi (lumache e vermi) e tagete. Tutte, se si tratta di formiche.

Soluzioni.
• Collocare trappole di notte: una foglia di lattuga vicino alle piante che presenta­no parti marcite.
• Estrarre la pianta dal vaso, eliminare la terra e lavare le radici, tagliando le estre­mità danneggiate.

E dopo:
Piantare la pianta con un nuovo substrato e sbarazzarsi di quello vecchio.

Acari.


Minuscoli artropodi, molto invadenti e difficili da vedere. Di solito si individua­no con molto ritardo.

Piante a rischio.
Aglaonema, fior di vetro, aralia, camadorea, monstera, coleo, cordiline, crisantemo, croton, gardenia, kenzia, maranta, pilea e potos.

Soluzioni.

• Vaporizzare la pianta con acqua tiepida e pulita foglia per foglia.
• Fare una doccia con una pistola apressione agli essemplari da esterno più resistenti.

E dopo:

Controllare le piante con frequenza, sopratutto se si trovano in ambiente con i caloriferi accesi.


Ricerca personalizzata




Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:

I pregi di questo tipo di pomodoro, coltivato da sempre nel sud Italia, fanno sì che trovi spazio negli orti familiari. Il problema sta nella difficoltà di reperire la semente.

II «pomodoro da serbo» è un ortaggio intimamente legato alla cultura alimentare del sud Italia. In passato questo ortaggio rappresentava l'unica fonte da cui si po­tesse attingere per il consumo fresco di pomodoro nel periodo autunno-invernale.

Non ha bisogno di irrigazioni, né di interventi antiparassitari e si conser­va allo stato fresco fino a primavera.

Questo pomodoro si trova prevalente­mente nelle regioni meridionali (Cam­pania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sici­lia) dove viene coltivato in piccoli ap­pczzamenti a partire dal livello del mare sino ai 500 metri di altitudine.

Di questo pomodoro si conoscono di­versi tipi che si differenziano principalmente per la forma (rotondeggiante, ovoidale, piriforme) e per il peso (che può aggirarsi dai 10 ai 25 grammi del frutto) sempre di colore rosso intenso.

Rispetto alle altre varietà coltivate dello stesso ortaggio, ha un maggiore contenuto di composti an­tiossidanti (vitamina C, licopene, ecc.).



La peculiarità di questo pomodoro è quella di essere tradizionalmente coltiva­to «in seccagno», cioè senza l'utilizzo dell'irrigazione, fattore molto importante perché la scarsità di acqua rappresenta uno dei principali problemi che affliggo­no i Paesi caldo-aridi, il risparmio d'ac­qua ottenuto dal non irrigare si traduce, anche, in un risparmio economico non indifferente.

Altra caratteristica impor­tante è quella che non richiede interventi antiparassitari o con prodotti diserbanti perché lo sviluppo delle erbe infestanti in assenza di acqua è molto contenuto.


Poi, come si diceva all'inizio dell'arti­colo, grazie al notevole spessore della pol­pa e alla sua elasticità, la disidratazione è molto limitata e quindi si può consumare il frutto allo stato fresco fino a primavera. La conservazione dei pomodori avviene in luoghi asciutti, freschi e ben arieggiati.
Perché è poco coltivato nonostante i molti pregi.



Le basse rese (in un ettaro si producono circa 170 quintali di po-modororo, contro gli oltre 800 quintali del pomodo da industria), riconducibili al fatto che essa non viene irrigata, e gli elevati costi di manodopera nella colti­vazione, hanno determinato, a livello professionale, una graduale riduzione delle superfici coltivate.

Quindi il rilan­cio e la conservazione del patrimonio genetico del «pomodoro da serbo» pas­sano per la coltivazione negli orti fami­liari anche se la difficoltà del reperimen­to del seme - è disponibile solo presso pochi agricoltori che lo riproducono per l'autoconsumo - è un fattore limitante.



Ricerca personalizzata




Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:

E’ una bellissima pianta di appartamento dalle foglie e fiori belli e particolari, la cosa che la rende così comune a tante appassionate del verde è il fatto che resiste anche in ambienti non propio luminosi al massimo.

Ha foglie a forma di lancia dal colore verde scuro che spuntano direttamente dal terreno da piccolissimi e cortissimi piccioli, mentre i fiori di un candido colore bianco sono alla punta di esse, essi hanno una lunga durata anche alle volte resistono per un mese intero e prima di seccare assumono la colorazione verde.

Questa particolare pianta ha bisogno di una temperatura che va dai 18 ai 2o °C. deve essere posizionata lontana da fonti di calore e non alla luce diretta del sole, è bene che non abbia contatto con l’acqua quindi vi consigliamo di mettere nel suo sottovaso dell’argilla espansa in modo da isolarla dall’umidità continua.

Innaffiate soltanto quando vi accorgete che il terreno è secco e asciutto , e concimate una volta la settimana dalla Primavera all’Autunno per sospendere poi in Inverno. Non hanno bisogno di ambienti molto luminosi, è necessario purchè fioriscano avere almeno due-tre ore al giorno di luminosità intensa.

Spathiphyllum - genere delle Araceae Juss., sottofamiglia delle Monsteroideae, tribù delle Spathiphylleae, comprende circa 30 specie tropicali dalla forma elegante, che raggiungono il metro di altezza, con i fiori riuniti in uno spadice avvolto in una spata bianca o verdastra, note col nome comune di Spatafillo, Spatifillo o anche Pianta cucchiaio per la caratteristica forma della spata floreale.

La loro particolarità è la totale mancanza di fusto: le foglie crescono infatti direttamente da un rizoma sotterraneo.

Tra le specie coltivate citiamo lo Spathiphyllum floribundum originario di Colombia, Ecuador, Panama e Venezuela, pianta perenne alta da 30 a 60 cm; lo Spathiphyllum wallisi originario di Panama, pianta perenne alta da 50 cm a 1,2 m a seconda della varietà, ha foglie lanceolate di colore verde-vivo lunghe circa 10-15 cm con un lungo e robusto picciolo di circa 15 cm, i fiori primaverili-estivi sono riuniti in una infiorescenza giallastra a spadice avvolta da una spata di colore bianco, in cima ad un peduncolo lungo fino a 50 cm.

Richiede ambienti caldo umidi e ombreggiati con temperature minime invernali non inferiori ai 12 °C, nella bella stagione concimare 2 volte al mese con fertilizzanti liquidi, frequenti annaffiature estive, diradate d'inverno, spruzzature quotidiane delle foglie, rinvasare ogni 2-3 anni usando terriccio universale misto a torba, per gli individui di grandi dimensioni si preferisce praticare una potatura delle radici anziché rinterrare.

Si moltiplica con la semina o la divisione dei cespi in primavera
Avversità.

    * L'eccesso di ristagno idrico provoca l'ingiallimento delle foglie
    * L'esposizione ai raggi solari diretti provoca macchie necrotiche sulle foglie esposte
    * Gli ambienti troppo umidi e con basse temperature possono favorire i marciumi radicali causati da funghi
    * È sensibile ad attacchi di afidi, acari e cocciniglia farinosa

Specie.

Il genere Spathiphyllum Schott comprende le seguenti specie:

    * Spathiphyllum cannifolium (Dryand.) Schott
    * Spathiphyllum cochlearispathum (Liebm.) Engl.
    * Spathiphyllum floribundum (Linden & André) N.E. Br.
    * Spathiphyllum grandifolium
    * Spathiphyllum hybrid
    * Spathiphyllum patinii (Mast.) N.E. Br.
    * Spathiphyllum wallisi Regel




Ricerca personalizzata

Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:





Insieme al vino le castagne costituivano in passato il nutrimento abituale della gente comune, attri­buibile in parte alla facile reperibilità e al loro alto potere energetico.

Oggi che ci siamo lasciati alle spalle le esigenze primarie del fabbisogno calorico e guardiamo invece a questo frutto con l'attenzione che si dedica ai piaceri della tavola e al concetto dell'abbinamento cibo-vino, ti accorgiamo del valore di questo particolare connubio tramandateci dal sapere antico.

Perché il vino rosso, però, è in genere il più indicato? È vero che molto dipende dal momento del servizio, dal condi­mento e dagli altri ingredienti che andranno a comporre la ricetta, ma vale la pena ricordare che la gradevole presenza nei vini rossi, anche in piccola quantità, del tannino, una sostanza praticamente assente nei vini bianchi, mitiga la succulenta pastosità tipica della castagna.




Anche se si tratta sostanzialmente di un prodotto molto versatile che trova abbondante collocazione nella nostra tradizione gastronomica, vanno ricordati nello specifico alcuni esempi.

La farina di castagne, ricca di amido ed uti­lizzata in aggiunta alla farina di grano duro per preparare paste fresche oppure essiccate richiede in abbinamento vini freschi e sapidi come una Barbera del Monfìerrato od eventualmente anche leggermente vivaci come uno spu-meggiante Lambrusco di Sorbara capace di contrastare la tendenza dolce del piatto.

Se si propone, invece, un gradevole intermezzo oppure una piacevole merenda con la classica caldarrosta cotta al fuoco di carbonella nella padella di ferro bucata, è possibile accostare vini rossi giovani, fragranti, poco impegnativi e H^gari con un leggero residuo zuccherino per mitigare la lieve nota amara conferita dalla cottura a fuoco diretto, come la Cagnina di Romagna, oppure il Sangue di Giuda e l'Oltrepò Pavese.

Con le castagne bollite in acqua salata e passate al setac­cio oppure allo schiacciapate si può preparare un'ottima purea, seguendo lo stesso procedimento usato per la purea Jdfepatate, da utilizzare come contomo per accompagnare carni di maiale o salsicce.

In questo caso sarà opportuno, in funzione della cottura, utilizzare vini rossi di maggiore pittura come un vellutato Teroldego Rotaliano oppure un austero e tannico Aglianico del vulture.

L'abbinamento vino rosso e castagne ha origini remote. Un classico m tavola ancora oggi
Non bisogna neppure dimenticare che, grazie alla loro consistenza farinosa, le castagne sono molto utili per arric­chire un polpettone di verdure oppure per dare consistenza ai ripieni con cui si farciscono faraona, tacchino o più in generale tutto il pollame nobile.

La presenza delle verdure, nel primo caso, orienterà la nostra scelta verso un rosso giovane come un Grignolino d'Asti, mentre con le carni andrà meglio un maturo Refosco dal Peduncolo Rosso.

Al momento del dessert ci potremmo veramente sbizzarri­re con frittelle, castagnaccio, marroni canditi allo sciroppo oppure i classici marrons glacés. Qui l'aggiunta di zucchero renderà talmente evidente la componente dolce da consigliarci vini importanti e strutturati, caratterizzati allo stesso modo dall'esuberan­te nota dolce; in questo caso andranno molto bene vini morbidi e complessi come il Refrontolo passito oppure l'Aleatico dell'Elba.


Alcune ricette che ti posso interessare:



Anelli di castagne e prosciutto





Gnocci di castagna alla fontina





Castagne sautè nella tartelletta





Castagnaccio con finferli e montasio





Castagne rustiche con il guanciale





Millefoglie con zucca e castagne





Monte Bianco



Ricerca personalizzata

Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:



Nati in oriente si sono diffusi al seguito degli Arabi in Spagna e da qui in America. Ottimi negli stati di convalescenza e per contrastare la decalcificazione ossea.

I datteri sono uno dei frutti più ricchi di glucidi, possono arrivare a contenerne fino al 70%.

Essi sono coltivati da più di 4000 anni nelle zone desertiche del Nord Africa e del Medio Oriente. L'albero del dattero è una palma, i frutti oblunghi, di colore scuro, crescono su fitti grappoli che possono pesare fino a 15 kg.

Solo nel Medio Evo ha inizio la sua diffusione, con gli arabi che la portarono nelle regioni calde del sud e dell'est della penisola iberica e in seguito con i conquistatori spagnoli raggiunse l'America. La palma da dattero e' una pianta ricca di significati simbolici: per gli Egiziani era un simbolo di fertilita', per i Greci fonte di fortuna e prosperita', gli antichi romani usavano donare un ramo di palma agli attori piu' bravi, agli aurighi e ai gladiatori, per i Cristiani, le foglie delle palme sono tuttora un simbolo di pace. Si narra che l'imperatore Augusto amava moltissimo i datteri e la prima palma nata a Roma ebbe origine da un seme gettato dalla mensa dell'imperatore.

Nei paesi medio-orientali questa pianta e' ancor oggi quasi venerata dalle popolazioni indigene per i suoi molteplici impieghi: i frutti nutrono i popoli nomadi durante le traversate nel deserto, per questo sono denominati “nettare del deserto”, le sue foglie sono utilizzate per costruire capanne, panieri, cordami, cappelli e stuoie. Da essa si ricava, una volta fermentata la sua linfa anche il “vino di palma”.

Ma strano a dirsi uno dei maggiori produttori mondiali di questi frutti, e' la California. La palma da dattero, con un tronco diritto e ruvido puo' raggiungere i 20 metri d'altezza. Produce frutti oblunghi di colore scuro che crescono su fitti grappoli che possono arrivare a pesare fino a 15 kg. Ogni albero produce fino a 270 kg. di datteri l'anno. La maggior parte dei datteri e' fatta seccare al sole in modo da aumentare la concentrazione di zuccheri, essi diventano cosi' piu' dolci, si conservano piu' a lungo, e sono disponibili tutto l'anno.

Il dattero dal greco daktilos (pron. dactilos) che significa dito, ha una polpa carnosa e molto zuccherina (per il 66% di glucosio e fruttosio) e all'interno custodisce un piccolo seme legnoso I frutti sono fra i piu' ricchi di minerali: grandi fornitori di potassio, ferro, magnesio, fosforo e calcio oltre a rame, zinco e manganese. Contengono inoltre le vitamine del gruppo B, soprattutto B1, B2, e B6.

I 3/4 della produzione mondiale è situata in medio oriente, ma vengono anche coltivati in Nord Africa (soprattutto in Tunisia) e in california.


Varietà di datteri.

Le varietà più coltivate sono Majhool, Deklet noor, Ameri, Deri, Halawi e Zahidi, Berhi and Hiann.

Disponibilità dei datteri.
Quasi tutti i datteri vengono fatti seccare al sole, in modo tale da aumentare la concentrazione degli zuccheri. In questo modo diventano più dolci e si conservano più a lungo. Questa caratteristica li rende disponibili tutto l'anno.

Alcune varietà (la Berhi e la Hiann) vengono invece commercializzate fresche.

I datteri secchi si presentano più scuri e grinzi, di forma oblunga irregolare, quelli freschi sono lisci e perfettamente cilindrici.

Guida all'acquisto dei datteri.
I datteri più diffusi, purtroppo, sono quelli della grande distribuzione, di provenienza tunisina.

Questi datteri sono di bassa qualità: piccoli come calibro e poco dolci sebbene siano addizionati con sciroppo di glucosio. Sono confezionati nella classica confezione di plastica, attaccati a un finto ramo di plastica.

Fortunatamente è sempre più facile trovare i datteri di qualità, tunisini, israeliani e californiani.
I migliori sono senza dubbio quelli di Israele, molto grossi, scuri, morbidi e dolcissimi. Il costo è molto più elevato (dai 12 ai 18 Euro al kg), ma dato che il consumo di questi frutti ipercalorici deve essere saltuario e in piccole quantità, pensiamo che valga la pena spendere qualcosa di più per un prodotto di tutt'altra categoria.
Datteri Majhool
Preparazione dei datteri
I datteri si possono mangiare da soli, nei dessert, oppure con i formaggi, associazione che consigliamo vivamente di provare. Ottimi con tutti i formaggi saporiti: caprini, formaggi blu (gorgonzola, roquefort, stilton, ecc.), pecorini stagionati, ecc.

I datteri in cucina:




Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:



La pianta di Kaki (Diospoyros kaki, cachi o loti nel linguaggio comune) é originaria della Cina. I primi a coltivarlo in modo intensivo furono i giapponesi, in Europa invece é arrivato alla fine del Settecento, originariamente solo come pianta ornamentale.

L'impiego del cachi come albero da frutta ha origine nel 1860, prima in Francia e poi in Italia, grazie all'importazione dal Giappone di alcune varietà adatte allo scopo.

Varietà di cachi.


Il cachi è un frutto tipicamente autunnale.

I frutti del caco comune hanno una polpa dolcissima, morbida e cremosa. Di solito vengono raccolti leggermente acerbi e fatti maturare in seguito (operazione denominata 'ammezzimento'), per eliminare il tipico effetto astringente al palato provocato dall'elevato contenuto di tannini.

Durante la meturazione il contenuto di tannini dei cachi si riduce e aumenta quello di zuccheri, rendendoli molto gradevoli al palato.

Esiste anche un'altra varietà, chiamati cachi vaniglia o cachi mela, che hanno una polpa soda e croccante simile a quella delle mele. Sono più pratici da mangiare (basta sbucciarli e tagliarli a fette, senza il rischio di sporcarsi), e leggermente meno dolci.

Valori nutrizionali dei cachi.
I cachi devono la loro dolcezza a una quantità notevole di zuccheri (16%) e alla loro consistenza morbida e cremosa che esalta in bocca la loro dolcezza. Questa caratteristica purtroppo diminuisce l'indice di sazietà e quindi occorre valutare sempre con attenzione le quantità assunte per non esagerare con le calorie.
Un caco può pesare ben 250-300 e quindi può arrivare ad avere fino a 200-250 kcal.

I cachi contengono una buona quantità di vitamina A e discrete quantità di vitamina C.



Acquisto e conservazione dei cachi.
I cachi maturi si conservano per pochi giorni, quindi è bene acquistarli non ancora leggermente acerbi e farli maturare in casa a temperatura ambiente. Per accelerare la maturazione si possono lasciare vicino a frutti che sviluppano etilene, come le mele e le pere. I cachi maturi sono molto delicati e quindi è opportuno acquistarli nelle tipiche confezioni di polistirolo o di cartone dove ognuno è alloggiato in un vano apposito.

Botanicamente il genere Diospyros appartiene alla famiglia delle Ebenacee, che comprende circa 300 specie tutte di origine asiatica subtropicale. Per la coltivazione rivestono importanza solo alcune:

    * D. kaki, coltivato per la produzione di frutti per il consumo fresco;
    * D. lotus e D. virginiana usati come portainnesti e nell'industria di trasformazione;
    * D. oleifera e D. glaucifolia che sono usati per l'estrazione di tannino.

Gli alberi di D. kaki sono a foglia caduca, con altezza fino a 15-18 m ma di norma mantenuti con potature a più modeste dimensioni. Le foglie sono grandi, ovali allargate, glabre e lucenti. Nelle forme allevate per il frutto si riscontrano solo fiori femminili essendo gli stami abortiti, e la fruttificazione avviene spesso per via partenocarpica o in seguito ad impollinazione da parte di alberi della stessa specie provvisti di fiori maschili.

I frutti sono costituiti da una grossa bacca tendenzialmente sferoidale, talora appiattita e appuntita di colore giallo-aranciato, normalmente eduli solo dopo che hanno raggiunto la sovramaturazione e sono detti ammezziti (con polpa molle e bruna).

La preponderante consuetudine di coltivare piante fruttificanti in maniera partenocarpica non esclude la possibilità della esistenza di cultivar che hanno completamente o parzialmente la proprietà di produrre frutti ottenuti da fecondazione, spesso già eduli alla raccolta; questi frutti, ovviamente provvisti di semi, hanno polpa bruna, soda. Esistono anche kaki che producono frutti partenocarpici non astringenti, quindi già pronti per il consumo fresco al momento della raccolta allo stato apparente di frutto immaturo (duro). I frutti commestibili alla raccolta sono detti kaki mela.

I frutti del D. lotus sono piccoli, sferoidali, pruinosi, di colore giallo-bruno a completa maturazione; possono essere gamici ( con frutti fecondati) o partenocarpici. I semi, quando presenti, sono piccoli, reniformi con superficie di colore bruno chiaro. I frutti del D. virginiana sono relativamente piccoli, ovoidali con polpa leggermente astringente ma dotata di un caratteristico aroma che ricorda quello del dattero. I semi sono reniformi di colore bruno scuro. Il Diospiro fruttifica sulle gemme miste portate dai rami misti e dai brindilli. Ogni gemma mista origina, alla chiusura, un germoglio che all'ascella delle foglie basali porta i fiori. La differenziazione dei primordi fiorali avviene dai primi di luglio ai primi di agosto, quando sono evidenti gli abbozzi dei petali. L'evoluzione del fiore si arresta nel periodo autunno-invernale, per poi riprendere al risveglio vegetativo con il completamento degli organi fiorali. La fioritura avviene verso metà di maggio ed è seguita da una cascola dei frutticini non allegati, che raggiunge l'intensità massima nel mese di luglio.


Coltivazione.

Si distinguono oltre che per le caratteristiche vegetative (vigoria, produttività forma dei frutti) anche per il loro comportamento a seguito della impollinazione. La classificazione pomologica dei frutti di diospiro è determinata dagli effetti dell'impollinazione sulle caratteristiche organolettiche dei frutti al momento della raccolta e, su tale base, le cv possono essere suddivise in due gruppi principali:

   1. Costanti alla fecondazione(CF)-Coltivazione con frutti che mantengono la stessa colorazione della polpa (costantemente chiara) sia nei frutti fecondati sia in quelli partenocarpici.
   2. Variabili alla fecondazione(VF)-Coltivazione con frutti che modificano le caratteristiche della polpa che risulta chiara e astringente nei frutti partenocarpici, mentre diviene più o meno scura e non astringente in quelli fecondati.

Sulla base di questa classificazione ci sono cultivar che producono frutti costantemente astringenti, non eduli alla raccolta (Yokono, Sajo); altre costantemente non astringenti con frutti eduli alla raccolta ('Hana fuyu', 'Jiro', 'Izu', 'Suruga'); cultivar variabili all'impollinazione, con frutti gamici (da fecondazione e con semi) eduli alla raccolta (kaki-mela) e frutti partenocarpici non eduli alla raccolta ('Wase', 'Triumph').

Coltivazioni diffuse in Italia:

    * Loto di Romagna
    * Vaniglia della Campania
    * Fuyu
    * Kawabata
    * Suruga


I cachi in cucina:




Ricerca personalizzata

Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:

I vini della Valle d'Aosta DOC, DOCG e IGT sono un vero regalo della natura in quanto frutto della passione per la viticoltura in un terreno come quello valdostano impervio e difficile da coltivare.

I vini valdostani sono coltivati su una superficie di circa 600 ettari ragion per cui i vini prodotti in Valle d'Aosta non possono vantare certo una produzione quantitativamente imponente.

I vini della Valle d'Aosta sono caratterizzati comunque da una qualità medio-alta. Il lavoro necessario alla produzione del vino è comunque di natura esclusivamente manuale in quanto la presenza delle macchine nei vigneti è ostacolata dalla particolare conformazione dei vigneti spesso e volentieri situati su rupi scoscese.

I vitigni che danno luogo ai vini della Valle a'Aosta.

 Il vitigno autorizzato e raccomandato più famoso della Valle d'Aosta è senza dubbio il Blanc de Morgex che riesce a resistere anche ad una altitudine di 1100 metri dimostrando un attaccamento alla propria terra che non ha eguali. Altri vini DOC presenti sono il Petit Rouge ed il Nebbiolo.

Il vino valdostano, una tradizione lunga secoli.

I vini in Val d'Aosta prendono origine dai Salassi, un popolo insediatosi in epoca pre-romana lungo le sponde della Dora Baltea nel territorio del Canavese. Nel medioevo i vigneti furono mantenuti intatti e produttivi dal lavoro dei monaci benedettini visibile ancora oggi nei pergolati superstiti.

La coltura della vite era piuttosto florida, anche se le testimonianze pervenute non ci permettono di conoscere i vitigni coltivati dai coloni. Le invasioni barbariche causarono un progressivo abbandono delle superfici vitate e solo le specie più resistenti hanno superato il trascorrere dei secoli. Durante i regni dei Burgundi, dei Franchi e dei Savoia furono gradualmente introdotte diverse varietà, definite “tradizionali”; l’importazione, prevalentemente dal Piemonte e dalla Francia, si fece più consistente sulla fine dell’Ottocento dopo le devastazioni procurate dall’oidio, dalla peronospora e dalla fillossera, obbligando i vignerons valdôtains a ricorrere agli innesti.
La DOC VALLE D'AOSTA o VALLÉE D'AOSTE copre tutta la produzione regionale, suddivisa in 7 sottozone da ovest a est:

· BLANC DE MORGEX ET DE LA SALLE
· ENFER D'ARVIER
· TORRETTE
· NUS
· CHAMBAVE
· ARNAD MONTJOVET
· DONNAS


Il patrimonio autenticamente valdostano conta oggi Tredici vitigni Autoctoni, che costituiscono quel modesto ma significativo legame genetico con l’antica viticoltura degli agricolae romani; di questi, dodici sono a bacca rossa, uno a bacca bianca. La varietà a bacca bianca è il Prié, presente un po’ in tutto il fondovalle ma in coltura specializzata nella sola zona di Morgex e La Salle: denota una buona resistenza al freddo e una maturazione particolarmente precoce.

Sei sono le qualità rosse più diffuse. Il Petit Rouge, tipico della media Valle, è uno dei vitigni attualmente più coltivati e genera un vino dal gusto vellutato e di discreta alcolicità. Il Vien de Nus, diffuso soprattutto nell’omonimo comune, vanta un notevole adattamento ambientale. Dal Fumin, erroneamente assimilato alla Freisa, si ricava il Vallée d’Aoste DOC Fumin, vino da gustare invecchiato, poiché migliora col tempo le proprie qualità organolettiche. Il Cornalin (o Corniola), il cui areale si estende da Arnad ad Arvier e il cui frutto produce un vino di pregio, di acidità poco elevata e dal profumo intenso.

È stato esportato nel Vallese (Humagne Rouge) intorno agli anni Quaranta. Tra Aosta e Avise si trova il Mayolet, che matura precocemente e che si presta a una buona vinificazione. Il Ner d’Ala, conosciuto in bassa Valle anche come Gros Vien o Vernassa, origina un vino dal colore vivace e dal profumo speziato.

Più rare altre varietà, come il Vuillermin, la cui coltura è per ora circoscritta a Chambave e Châtillon, e la Prëmetta, con qualche vigneto in coltura specializzata tra Aosta e Saint-Pierre, che origina un vino di colore rosso chiaro, ma corposo. Piuttosto aspri sono invece i vini derivati dalla Crovassa, presente in pochi esemplari a Issogne e a Donnas, anche se è difficile attribuire a questo vitigno una sicura origine valdostana, e dal Bonda, ormai estremamente raro. Infine il Roussin, praticamente scomparso salvo qualche ceppo ad Arnad, le cui uve sono particolarmente tardive, e l’omonima varietà della Valdigne, il Roussin de Morgex.

Lodevole è l’opera compiuta, per custodire e valorizzare il germoplasma viticolo autoctono, dall’Institut Agricole Régional, che ha recentemente pubblicato su questo tema il libro “Vini e vitigni autoctoni della Valle d’Aosta” di Giulio Moriondo.


Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:

1.- RISPARMIO.
Comprare piante di stagione: hanno un prezzo più con­veniente e si avrà, sempre la garanzia, che attecchiscano.

2.- QUANDO COMPRARE.
Evitare di comprare piante quando fa molto cal­do o molto freddo, soffrono ancor di più lo spostamento a causa degli sbalzi di temperatura.

3.- CENTRO SPECIALIZZATO.
Acquistare in un centro in cui vi sia personale spe­cializzato che sappia consigliare sulle piante e sulle cure di cui hanno bisogno, oltre ad avere la sicurezza di portare a casa un esemplare che è stato curato perfettamente.

4.- SCARTARE.
Eliminare dalla scelta le piante con fiori avvizziti o con foglie e steli danneggiati. Se gli steli sono deboli, non comprarle.

5.- MEGLIO COMPATTE.
Non comprare piante con steli molto lunghi, sottili e nudi o che siano coperti da foglie di for­ma diseguale.

6.- TERRA UMIDA.
La terra deve essere umida e pulita, senza macchie bianca­stre o muffa, nel qual caso significherebbe che è stata annaffiata in eccesso.

7.- PARASSITI.
Osservare la parte inferio­re delle foglie per verificare l'eventuale presenza di insetti o parassiti.

8.- PIANTE IN FIORE.
Gli esemplari da fio­re devono avere molti boccioli in fase di apertura. Sopravvivranno meglio rispetto a una pianta con tutti i boccioli aperti anche se all'inizio sembreranno più belli.

9.- METTITI AL LORO POSTO Assicurar­si che le piante si acclimateranno al luogo in cui le si collocherà, in casa, in terrazza o in giardino.

10.- HANNO BISOGNO DI TEMPO.
Le piante hanno bisogno di alcune settimane per acclimatarsi. In linea di massima, collocarle in un luogo fresco.

11.- CONCIME.
Le piante appena com-I prate potranno essere concimate solo dopo sei settimane. Le annuali non hanno bisogno di concime se devono es­sere gettate via.

12.- TRASPORTO.
Proteggere bene la tm pianta durante il trasporto dal vivaio a casa. Lo spostamento, il movimento e le frizioni provocano stress alla pianta. Evitare le ore più calde o quelle più fredde.

13.- SBALZI DI TEMPERATURA.
Una volta a casa avrà bisogno di un po' di tempo per acclimatarsi, è quindi normale che perda qualche foglia. Se si è fatta una buona scelta ed è ben curata, si riprenderà.

14.-ESEMPLAR! DA INTERNI.
Per l'inter­no, la cosa migliore è scegliere piante che siano state curate in serra, abituate alle condizioni degli interni delle case.

15.- PIANTE IN VASO.
È il modo più J comune di comprare piante. Nel prezzo è incluso il prezzo del vaso, di conseguenza risultano sempre più care rispetto a quando si comprano in zolla o a radice nuda.

16.- CON ZOLLA.
È quando la pianta viene estratta dal terreno e viene venduta con le radici coperte da un bloc­co di terra avvolta in una plastica o rete. Verificare che la zolla sia umida. Piantarla in una cavità più grande della zolla perché le radici hanno bisogno di espandersi una volta piantate.

17.- RADICE NUDA.
La pianta si presenta con le radici pulite dalla terra, senza zolla. In genere è più economica di
un 50% ma è consigliabile comprare soltanto piante forti.

18.- ANNUALI E VIVACI.
Acquistare gli esemplari con fiori di stagione nelle prime fasi dllo sviluppo. Queste piante crescono con rapidità e se sono state coltivate senza fiori avranno il tempo di acclimatarsi e migliorare le fioriture succesive.

19.- PRIMAVERA - ESTATE,
Acquistare piante picoole, all'inizio di ogni stagione. Se si acquistano quando non hanno ancora i fiori o con i boccioli chiusi avranno tempo di crescere e si godrà di una fioritura più abbondante e duratura.

20.- AUTUNNO - INVERNO.
Acquistare esemplari a radice nuda di rose, alberi ornamentali, alberi da frutta, arbusti a foglia caduca. Anche i semi sia di esemplari da fiore che di piante per l'orto.


Se ti è piaciuto l'articolo , iscriviti al feed cliccando sull'immagine sottostante per tenerti sempre aggiornato sui nuovi contenuti del blog:

Ultimi post pubblicati

Salute & Benessere