mercoledì 11 novembre 2009

Il vino biologico italiano

Rappresenta ancora un prodotto di nicchia e rientra, per quantità e prezzo, in un ordine di consumo etitario. La scarsa informazione dei consumatori e gli ahi costi di distribuzione sono, tuttavia, un limite che può essere superato, utilizzando anche le numerose potenzialità offerte da Internet.

Secondo la definizione dell'Ifoam (Interna­tional Federation of Organic Agriculture Move-ments), "L'agricoltura bio­logica comprende tutti i si­stemi agricoli che promuo­vono la produzione di ali­menti e fibre in modo sano dal punto di vista sociale, economico e ambientale.

Questi sistemi hanno come base della capacità produt­tiva la fertilità intrinseca del suolo e, nel rispetto della natura delle piante, degli animali e del paesag­gio, ottimizzano tutti questi fattori interdipendenti.
L'a­gricoltura biologica riduce drasticamente l'impiego di input esterni, attraverso l'esclusione di fertilizzanti, pesticidi e medicinali chi­mici di sintesi. Al contrario, utilizza la forza delle leggi naturali per aumentare le rese e la resistenza alle ma­lattie."

Queste specifiche, provenienti da un organi­smo autorevole e "di setto­re" come l'Ifoam, aiutano a comprendere come si stia­no evolvendo, oggi, la filo­sofia e i principi di base dell'agricoltura biologica. In un passato ancora re­cente, erano, invece, misti­ci e pionieristici, fondati sui valori antroposofici e biodinamici introdotti da Rudolf Steiner fra la fine dell'Ottocento e il primo dopoguerra.

Uscita da un ambito elita-rio, l'agricoltura biologica si propone attualmente co­me un'importante alterna­tiva di mercato ai tradizio­nali sistemi di coltivazione e produzione.

La viticoltura biologica, co­sì come le altre attività a-gricole a carattere "natura­le", deve fare capo al Rego­lamento CEE n. 2092/91 del 24.06.1991 che stabilisce: la rotazione delle colture.

La caratteristica di fondo dell'alimentazione e del bere naturale rimane al momento quella di un mercato di nicchia: il con­sumo di prodotti biologici rappresenta in Italia solo l'I per cento del totale dei consumi alimentari. Ciò in contrasto con i trend in forte crescita riguardanti il numero delle aziende agri­cole biologiche italiane (passate fra il '92 e il '95 da circa 2000 a 8500 unità), e le aree coltivate (da 25 000 a oltre 270 000 et­tari, comprensivi di quelli in conversione, secondo elaborazioni Nomisma su dati del Ministero dell'A­gricoltura).


Il paradosso, tutto italiano, risiede, dun­que, in un forte incremen­to produttivo, cui non cor­risponde un'adeguata com­mercializzazione. Questi dati generali sul settore biologico-alimentare, risul­tano estremamente utili per inquadrare anche la si­tuazione del vino prodotto con criteri "naturali". I segmenti vitivinicolo e oli­vicolo (aggregati nelle sti­me), coprono appena il 5 per cento del comparto della produzione biologica,;! italiana.

Questo significa che un plotoncino di piccole-medie aziende agricole molto agguerrite sta cercando le strade valide per commercializzare i propri prodotti, utilizzando tutti i canali possibili di comuni­cazione, Internet compre­sa. La rete telematica glo­bale, per le sue caratteristi­che specifiche, fornisce di­verse risposte interessanti alle difficoltà "promozio­nali" dei produttori di vini biologici.

I problemi prin­cipali del comparto posso­no essere individuati nella scarsa informazione dei consumatori, negli alti co­sti di distribuzione, nella frammentazione e nella scarsità di offerta, nella li­mitata presenza nella di­stribuzione moderna e nei prezzi ancora troppo alti rispetto a prodotti analoghi non biologici; ebbene In­ternet, che consente di raggiungere facilmente tutti i mercati del globo e di operare comodi acquisti on-line a distanza, è in grado, almeno a livello po­tenziale, di sopperire a molte di queste deficienze strutturali.

Se i produttori e gli organismi di controllo e promozione del settore biologico sapranno sfrutta­re bene tale mezzo, proba­bilmente riusciranno a or­ganizzarsi meglio, ad ab­bassare i costi distributivi e a raggiungere meglio i clienti; tale spirale virtuo­sa dovrebbe consentire abbassare anche i prezzi dei prodotti. Con grande beneficio per tutti.



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I fagioli di Pigna famosi per il loro gusto morbido e delicato

• Grazie alle recenti leggi comunitarie sulla denominazione d'origine,tra i legumi con il "marchio" c'è anche questa specialità, coltivata nell'entroterra ligure da oltre tre secoli.

• Famosi per il loro gusto morbido e delicato, questi fagioli hanno buccia sottile, il che consente una cottura rapida(20minuti),senza aggiunte nell'acqua per intenerirli.

• Secondo la tradizione pignasca, accompagnano solitamente piatti di carne (famosa è la capra con i fagioli), ma il loro gusto li rende ideali anche peraffiancare preparazioni di pesce.

Nonostante la presenza do­minante del mare, la Ligu­ria è una delle poche regio­ni italiane che non utilizza la pesca come principale fonte di cibo. La sua gastro­nomia è ricca di prepara­zioni contadine, a base di cereali e ortaggi, condite con l'olio della Riviera e ricche di aromi.

La fascia montuosa che le fa da coro­na presenta un panorama agricolo tra i più vari. Ba­stano pochi chilometri per passare dalle colture medi­terranee della costa (olivo e vite), ai pascoli appenninici dell'entroterra. Nei pochi scampoli pianeggianti (le famose "terrazze liguri"), si coltiva di tutto, anche pro­dotti poco aristocratici, co­me i legumi, che riescono ad acquisire virtù gastronomiche tali da essere anno­verati tra i prodotti tipici regionali da proteggere e diffondere.


E' il caso del fa­giolo coltivato a Pigna, pae­se dell'entroterra d'Imperia, dove questo legume è di casa da oltre 300 anni. I suoi abitanti lo conobbero all'i­nizio del '600, grazie all'in­tensa attività commerciale delle città costiere della Ri­viera, dove approdavano le navi spagnole cariche di ci­bi del Nuovo Mondo. Lun­go la strada che portava verso il Regno Sabaudo, il phaseolus passò per Pigna e la sua piccola frazione di Buggio, luogo ideale per metter le radici.

Un terreno pedemontano ricco di sedi­menti, e un'acqua di sor­gente densa di sali minerali danno sapore a questo le­gume. Il fagiolo di Pigna è chiamato anche "fagiolo bianco" per il colore bian­co-lucido della buccia esterna; il suo aspetto, tipica­mente reniforme e tondeg­giante, ricorda quello del più famoso Borlotto, ma le dimensioni sono più ridot­te.

I semi si piantano nel terreno nei primi giorni di luglio, sfruttando le condizioni climatiche estive, che a 626 m sul livello del mare, non raggiungono mai temperature troppo elevate. La caratteristica principale sta nella sua buccia esterna, molto fine, che dipende dal tipo di terreno di coltura e dall'acqua d'irrigazione che, insieme a una sapiente selezione botanica, consen­tono di limitare la concen-trazione di cellulosa ed e-micellulosa nella parte su­perficiale.

Quando avviene la raccolta dei baccelli, la cuticola di copertura non si è ancora ispessita e i semi sono molto morbidi, specie in cottura. Una pellicina poco spessa assorbe inoltre più facilmente l'acqua di eottura e, con essa, gli aromi che vi sono aggiunti (seda­no, carote, pomodoro). Se si preferisce, invece, destinare i fagioli all'essiccamento, è necessario prolungarne la maturazione sulla pianta. Così il tegumento esterno diventa più ricco di cellulo­sa ed è in grado di resistere agli sbalzi d'umidità e agli attacchi dei parassiti duran­te la conservazione inver­nale.

I fagioli freschi si pos­sono tenere nel congelatore per mesi; le granelle secche resistono anche anni in re­cipienti di vetro riposti in locali ben asciutti. I semi freschi cuociono in 20-30 minuti in acqua bollente, senza aggiunte di sale o bi­carbonato. Al contrario, bi­sogna porre una certa at­tenzione a non lasciarli bol­lire troppo: il rischio è di spappolare tutti i semi.

Ol­tre che nella zona di colti­vazione, i fagioli di Pigna si trovano in molti ristoranti e drogherie della Riviera e presto, grazie alla denomi­nazione di origine protetta richiesta alla Cee, anche fuori dei confini regionali.


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lunedì 31 agosto 2009

Sbocciano i fiori. Quelli del Giardino Botanico di Londra

sbocciano_i_fiori Quello che negli ultimi anni sta diventando uno dei temi più di­battuti, il cambiamento climati­co, il riscaldamento della terra, sulla sponda sud del Tamigi, dieci chilometri a nord di Londra, mezz'ora di metropolitana dal centro della capitale, è una realtà che si misura con i colori, i profu­mi, le forme dei fiori.

Nigel Taylor, il curatore dell'or­to botanico più famoso del mon­do, lo ha detto con chiarezza: «L'inverno non esiste più. A parte una settimana a cavallo di Nata­le, negli ultimi dodici mesi non si è mai fatto sentire.

E l'anno scor­so è stato ancor più straordina­rio: la primavera è arrivata in gennaio, l'estate in aprile, l'au­tunno è stato caldo e soleggiato». E la prima ad adeguarsi, mentre gli uomini sono ancora lì a tenta­re di capire, è stata la natura.

Sandra Bell è la responsabile di un dipartimento nuovo di zecca, quello sul globo! dimate chan-ging. La visita guidata ai giardini è sorprendente: ecco, di fronte al-l'Orangerie, quel che resta dei bucaneve che hanno dato il me­glio a fine gennaio; le rose big purple hanno già le foglioline di un fresco colore marrone; la ma­gnolia invece ha le gemme gonfie e pelose; il biancospino, che biso­gna andare a cercare dietro il Kew Palace, è ormai una nuvola bianca; e poi il pruno selvatico e perfino i narcisi, che le guide pro­mettono ad aprile, sono già tutti fioriti. Dice Bell: «Quelli che per noi sono mutamenti impercetti­bili nelle piante diventano evidenti. A essere cambiate sono so­prattutto le fioriture della prima metà dell'anno, specialmente i bulbi. I tempi per specie come i bucaneve, i crocus, i narcisi si so­no clamorosamente anticipati».



Quelle di Sandra Bell non sono solo parole. Costruita nel 1631, di­ventata dal 1718 una delle resi­denze reali, la tenuta di Kew è stata trasformata dall'Ottocento in parco botanico. Da allora, lì si sono formate generazioni di stu­diosi che coltivano e analizzano ogni genere di piante.

Le specie che, secondo la Royal Horticultural Society, prospereranno a Londra e quelle che, invece, avranno difficoltà in base alla data di fioritura.

Ogni anno, per cinquant'anni, ha scritto su un registro, accanto ai nomi di cento piante, il giorno in cui è sbocciato il primo flore. Dal 2000 quell'archivio è stato in­formatizzato e scorrerlo riserva scoperte interessanti. Prendia­mo il narciso: cin­quant'anni fa il primo fiore con i petali gial­li ha messo fuori il ca­pino a Kew il 9 di marzo; negli anni Sessanta sul registro è annotata la data del 3 di marzo; negli anni Settanta, il 13 febbraio; negli anni Ottanta il 12; negli anni Novanta un giorno in antici­po ancora, 111; nel 2000 la fioritu­ra è stata anticipata al 27 genna­io e il record è stato quello del 2007, quando il primo daffodil si è aperto il primo gennaio. E non è il solo: gli anemoni hanno guada­gnato 19 giorni, i crocus e i bucaneve 11.

Il calendario degli eventi di Kew ne è uscito stravolto. Michael Williams, il cor-dinatore, è desolato: «Nei depliant non possiamo più scrive­re le date. Per star dietro alle fioriture negli ultimi anni abbiamo dovuto più volte spostare l'inizio del nostro festi­val di primavera».

Bisogna cambiare anche i nomi delle manifestazioni: quello che era il bluebellday, a maggio, è sta­to ribattezzato blubell wonder, perché a maggio le campanule so­no già sfiorite. Il biancospino di maggio, che si chiamava così pro­prio perché fioriva in maggio, ha messo le prime foglie ai primi di gennaio, con più di due mesi in an­ticipo. Anche l'organizzazione del lavoro, qui dentro, è stata stravol­ta: dalla preparazione del terreno all'innaffiatura.


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giovedì 4 giugno 2009

Rosmarino, un rifarne suggestivo per questa pianta costiera che ricorda il colore del mare

In un clima mediterraneo, il profumatissimo, sempreverde ro­smarino, che può superare i 2 metri d'altezza e diametro, fio­risce e rifiorisce con gran diletto delle api, che fanno bottino di polline e nettare.

Col­tivato nell'esilio del Nord, invece, dimen­sioni, fioritura, aroma e proprietà tera-peutiche si dimezzano, pur non alterando le qualità ornamentali. Il rosmarino vive bene sia in giardino, in piena terra, (per esempio a ridosso d'un muro volto a Sud) che in vaso sul balcone, e malgrado le sue origini "calde" sopravvive all'inverno sen­za dare troppi problemi.

LE VARIETÀ
Sono numerose, e un vivaio ben fornito in merito è Monverde di Brebbia in provin­cia di Varese (tei. 0332/772443) che vende anche per posta. Qualche consiglio. Se avete intenzione di
far crescere una bordurina scegliete una varietà nana (altezza 50 cm); per una sie­pe chiedetene invece una di buon svilup­po (altezza 120-150 cm).

In ogni caso pian­tate gli esemplari distanziandoli di mezzo metro e potateli a fine inverno. Perfetta da isolare vicino a una panca o a un mu­ro è la varietà piramidale, che ha porta­mento contenuto, svettante, mentre se vi serve una pianta che si espanda più in lar­ghezza che in altezza il rosmarino pro­strato (altezza circa 30 cm, fino a un me­tro di diametro) fa al caso vostro. Infine per un gruppo misto-colore in clima mi­te, rosmarini a fiore bianco, rosa, malva.

• Volete una pianta densa di rami e di foglie? Coltivatela in terreno grasso, an­naffiatela in abbondanza, tagliate in con­tinuazione le punte dei rami per non la­sciarla fiorire, proteggetela sotto il "tes­suto non tessuto" durante i mesi invernali.

• Preferite una pianta ben aromatica e di ricca fioritura? Coltivatela in terreno magro, a pieno sole, annaffiatela poco, non tagliate le punte dei rami; in feb­braio e in agosto somministrate un fer­tilizzante fosfo-potassico (per orto e frut­tiferi in genere).

• Desiderate "un mare" di rosmarini? In primavera-estate strappate dalla pian­ta che già possedete dei rametti giovani e metteteli in un bicchiere d'acqua (senza mai cambiarla); interrate quelli a cui spun­tano le radici quando queste sono lunghe quanto un'unghia. In inverno: interrate in un vaso i rametti legnosi comprati dal­l'ortolano dopo averli defogliati per metà della lunghezza. Ma dovrete essere pazienti e aspettare fino alla successiva estate, quan­do compariranno i nuovi germogli, per es­sere certe dell'avvenuta radicazione.

• L'aperitivo: 4 cucchiai di foglioli-ne fresche di rosmarino, 1 cucchiaio di foglie fresche di salvia, 1 cucchiaio di miele, 1 litro di vino rosso. Mettete in un pirex, scaldate a bagnomarìa per mezz'ora, lasciate raffreddare, filtra­te, imbottigliale.

• L'acqua di bellezza: preparate un infuso versando su una manciata di fiori e foglie fresche e contuse di ro­smarino un litro d'acqua bollente. La­sciate raffreddare, filtrate e conserva­te in frigorìfero. Questa "lozione" ser­ve per detergere la pelle impura, sciacquare la bocca per rinforzare le gengive, umettare piaghe e scottature per favorirne la cicatrizzazione.

UNA MANCIATA DI RICETTE
• il sale per la bistecca: 1 cuc­chiaio di foglie fresche di rosmarino, 1 cucchiaio d'aglio tritato, 1 foglia sec­ca e spezzettata di alloro, qualche gra­no di pepe bianco. Mescolate il tutto in mezzo chilo di saie marino, ripone­te in un vaso a chiusura ermetica. Pol­verizzate la quantità necessaria sulla carne cotta ai ferri.

• I fiori nel ghiaccio: mettete dei fiori freschi dì rosmarino nel portacu-betti di ghiaccio, colmate le vaschette con acquee limone, e congelatele. Con s i cubetti al rosmarino e timone tuffali ^§ in una caraffa potrete raffreddare e * £ aromatizzare del vino bianco o guar-£ nire il gelato alfe champagne.


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Rosati salentini: andar per vini in Puglia

In un territorio caratterizzato da terre rosse che ricoprono pianori e dolci rilievi, si producono rosati immediati e gradevoli, dal tipico sentore fruttato, da abbinare alla cucina marinara locale.


II Salento, il cosiddetto "tacco" dello stivale, è de­finito da pianure, da mo­desti rilievi dei Tavoliere di Taranto e di Lecce e dalle ondulazioni delle Serre, verso l'estremità della pe­nisola.

TERRENO: è costitui­to da una base calcarea tufacea permeabile, co­perta da uno strato di de­triti di rocce calcareo-ar-gillose, riconoscibile dal colore rosso, per la consi­stente presenza di ferro. Si rileva la mancanza qua­si totale di corsi d'acqua superficiali.


CLIMA: è caldo d'estate e temperato d'in­verno, con escursioni termiche tra giorno e notte. La diminuzione di calore nelle ore notturne giova al vigneto perché ne rallenta i processi di maturazione, permettendo alle uve di arricchirsi di aromi. Grazie a questo andamento cli­matico, il Salente è la zo­na viticola più felice del­l'intera regione. Ciò spie­ga perché i rosati salenti­ni si rivelano di buona ampiezza aromatica, pia­cevolmente pieni e sapidi.

La cultura del vino rosato non è molto diffusa. Vi sono episodiche produzioni de­gne di nota, spesso scono­sciute ai più. In quasi tutte le regioni il rosato è vissuto come una sorta di sottopro­dotto, come un rosso in­compiuto, ottenuto da una troppo breve macerazione del mosto, così che ne risul­ta un vino neutro, né bian­co né rosso.


In Puglia è di­verso: i vitivinicoltori salen­tini sanno che quelli prove­nienti dalle loro cantine so­no di alto profilo qualitati­vo, da porre ai vertici della produzione nazionale. E in­teressante osservare che in nessun'altra regione vinico­la il rosato è prodotto in modo così diffuso, né riveste tanta importanza.


Chi lo co­nosce, lo apprezza. A diffon­derne l'immagine contribui­rono i ristoratori pugliesi più attenti e attivi, che negli anni Sessanta cominciarono a operare in varie città ita­liane, proponendo vini di qualità, rosati compresi. Questi non passarono inos­servati, anche per i colori corallini e intensi, più simili a quelli di una bibita che di un vino. Grazie anche a queste bottiglie, l'immagine del vino pugliese, ritenuto pesante e grossolano, co­minciò a cambiare in senso positivo.
Alcuni vini rosati prodotti in Puglia sono doc: il Lizzano, il Salice Salenti-nò, il Leverano, l'Alezio. A fianco, vi sono altri vini di alta qualità che non hanno acquisito la doc, non per mancanza dei requisiti pre­visti, ma per averla rifiuta­ta, ritenendola restrittiva delle proprie potenzialità. Sono vini, quindi, che ven­gono genericamente chiamati "del Salento" o con nomi più o meno di fanta­sia come il Pive Roses o il Rosa del Golfo.

La penisola salentina si sviluppa a sud della linea immaginaria che congiunge Taranto a Brin­disi. La zona risulta legger-mente movimentata da ri­lievi, anche se non manca­no terreni pianeggianti.

LA STORIA
La coltivazione della vite nel Salento ha origini molto antiche; l'uva venne intro­dotta dal Medio Oriente, sin dai tempi della colonizzazione greca e rappresentava la coltura più importante. Le popolazioni dell'attuale Puglia venivano chiamate dai Greci Japigi: genti fiere, non si lasciarono assimilare dall'evoluta civiltà ellenica. Resistettero per secoli, indi­pendenti e fedeli alle pro­prie tradizioni, ma dovette­ro cedere ai Romani, che riuscirono a unificare cultu­ralmente le regioni conqui­state. Dopo la caduta del­l'impero, si succedettero le dominazioni straniere, a partire dai Barbari, che si alternarono ai Bizantini.

Musulmani e Longobardi si incontrarono in Puglia e, dopo la cacciata dei primi, la regione fu nuovamente spartita tra Longobardi e Bizantini. Seguirono le do­minazioni normanna e sve-va; soprattutto quest'ultima giovò allo sviluppo socioe­conomico della regione. Prima gli Angioini, però, e successivamente gli Arago­nesi, causarono una grave depressione economica e culturale.

Dopo l'unifica­zione nazionale, seguita al dominio borbonico, la re­gione intraprese un pro­gressivo percorso di rinasci­ta; l'esplosione demografi­ca, avvenuta nel secondo dopoguerra, ha creato non pochi problemi, di ordine economico e sociale. La Nili-coltura, negli ultimi treni an­ni, ha saputo proporre una nuova immagine di sé. commercializzando produzioni enologiche sempre più sele­zionate e mirate alle esigen­ze del mercato che non gra­diva più i pesanti vini tradi­zionalmente prodotti.

I ROSATI
Le uve alla base della pro­duzione dei rosati salenti-ni sono il Negroamaro e la Malvasia nera, vitigni di an­tica origine e autoctoni, che vengono estesamente coltivati nella regione. La colti­vazione delle viti ad albe­rello, le basse rese e l'im­piego limitatissimo di fito-farmaci sono i tratti caratte-ristici delle coltivazioni più qualificate.

Queste, nella vi­nificazione, utilizzano il frutto ottenuto dal cosiddet­to mosto fiore, che si rica­va dallo sgrondo e non dal­la torchiatura delle uve. Le uve, dopo la pigiatura, sono lasciate macerare con le bucce per 12-24 ore: il mo­sto, allora, è separato dalle parti solide semplicemente facendolo colare dalle winacce. I rosati salentini, inoltre, sono spesso smrìti per accompagnare la cucina marinara, perché, grane al­le note aromatìche fruttate. sono preferiti ai più anoni­mi bianchi locali.

La cucina ittica, però, deve essere sa­porita come quella del ter­ritorio: non solo sono gu­stosi i pesci, ma anche gli ingredienti impiegati per cucinarli. Si utilizzano, per­tanto, i piccoli pomodori, le erbe aromatiche e l'olio ex­travergine d'oliva. Tra le va­rietà dei vini rosati prodotti nel Salente ecco qui alcuni tra quelli più significativi.

ALEZIO
II vino è prodotto a est di Gallipoli, in una zona che si affaccia sul Mar Ionio, nei Comuni di Alezio e di San­nicola, e in parte quelli di Gallipoli e di Tuglie. Il vino, che prima della doc era de­nominato Rosato del Salen­te, è prodotto con uve negroamaro e da una percen­tuale non superiore al 20% costituita dai vitigni Malva­sia Nera di Lecce. Sangio­vese e Montepulciano. uti­lizzati soli o insieme: la resa delle uve non deve superare 140 quintali per ettaro.

Al consumo. L'alezio ha colore rosa corallo intenso, talvolta cerasuolo: odore ricco e delivato, fruttato, con possibili vaghi sentori di bergamotto: il sapore è sapido, asciutto, vellutato con fondo amarognolo, sostenuto da 12° alcolici. Lo si propone a 14° per accompagnare tutte le porta­te di un pranzo. Servito circa a 12 °C. si abbina a preparazioni di pesce an­che saporite.





LIZZANO
In provincia di Tarante, nei Comuni di Lizzano e Fag-giano e in alcune isole am­ministrative di Taranto, so­no prodotti il Lizzano rosa­to e il Negroamaro rosato. Il Lizzano rosato, un tempo chiamato "Lacrima" perché ottenuto solamente con il mosto fiore, oggi nasce dai vitigni Negroamaro (60-80%), Montepulciano, San­giovese, Bombino nero, Pinot nero insieme o separa­tamente per un massimo del 40%; Malvasia nera di Brin­disi e/o di Lecce (10% max).

La resa dell'uva è di 140 quintali per ettaro e il vino deve avere almeno 11,5 gradi alcolici. Ha colo­re rosa tendente al rubino delicato con possibili riflessi violacei; l'odore è vinoso, caratteristico, fruttato, di buona intensità; il sapore, a-sciutto, è fresco e armonico. Si serve a 12 gradi in pranzi a base di pesce, con spa­ghetti al ragoùt di totano, triglie in umido, tonno alle olive e capperi. E vinificato, inoltre, nella versione no­vello o giovane e nelle tipo­logie frizzante e spumante. Il Lizzano Negroamaro ro­sato è prodotto con uve Ne­groamaro (minimo 85%); la resa dell'uva per ettaro è di 140 quintali, mentre il tasso alcolico non deve essere in­feriore a 12 gradi. Ha colore rosa tenue con riflessi pur­purei; l'odore è fragrante, caratteristico; il sapore è a-sciutto e delicato. Il vino, servito a 12-14 gradi, ac­compagna tutte le portate di un pranzo, meglio se a base di carni bianche e arrosto.

SALICE SALENTINO Al Salice Salentino è stata riconosciuta la doc nel 1976. Oggi la produzione è regolamentata dal discipli­nare decretato nel 1991. La zona, non distante dai mari Ionio e Adriatico, si svilup­pa nel cuore del Salente, nella lascia settentrionale del Leccese sino a com­prendere una parte del Brindisino. Il vino è prodot­to con uve Negroamaro alle quali si aggiungono Malva­sia nera di Brindisi e/o Malvasia nera di Lecce (20% max). La resa delle u-ve è di 120 quintali per et­taro; il vino ha colore rosa­to tendente al cerasuolo te­nue; l'odore vinoso, persi­stente, trattato, fiorito da giovane, diventa dopo bre­ve invecchiamento più profondo; ha sapore asciut­to, pieno, caldo, vellutato con leggera vena amaro­gnola. Si serve a 12 gradi di temperatura con anguilla in umido, grongo al pomodo-ro, paillard di vitello, coni­glio al rosmarino.

LEVERANO
II Leverano rosato è un vi­no gradevolmente corposo, di carattere. La zona di pro­duzione comprende il Co­mune di Leverano e in par­te quelli di Arnesano e Co­pertine (Lecce). E un esem­pio di vino equilibrato, po­co conosciuto fuori dell'a­rea di produzione. 11 Leve­rano è vinificato con uve Negroamaro, Malvasia nera di Lecce, Sangiovese, Mon-tepulciano (35% max); Mal­vasia bianca, che non deve superare, se presente, il 10%. La resa massima delle uve è di 150 quintali per et­taro (le migliori produzioni hanno rese più contenute), mentre il tenore alcolico minimo è di 11,5 gradi. Il vino ha colore rosato con riflessi cerasuoli e corallini; il profumo, fruttato, è ricco, ampio e avvolgente; il sapo­re è asciutto, fragrante, giustamente pieno. Servito a 12 gradi, è da tutto pasto. per i pranzi estivi e di mez­za stagione, e accompagna primi piatti, pesci, carni bianche senza intingolo.

ROSA DEL GOLFO E un vino molto reputato. che nasce dai vitigni Ne-groamaro (90%) e Malvasia nera, coltivati nei tenitori di Alezio, Veglie. Campi Salentina e Sannicola. U me­todo di vinificazione impie­gato è tradizionale "a lacri­ma", che utilizza, cioè, il mosto fiore. Dopo la fer­mentazione a basse tempe­rature, il vino matura per sei mesi in vasche di acciaio inox. Alla commercializza­zione possiede i 2 gradi al­colici, presenta colore rosa­to, con riflessi corallini: il profumo è intenso con sen­tori fruttati. Il sapore è pia­cevole, pieno. Servito a 10-12 gradi, accompagna spa­ghetti alla scogliera, mo­scardini affogati, grigliate di pesche, lumachine di mare in umido. Proposto a 12-14° è da tutto pasto, per i pranzi estivi e di mezza stagione, e accompagna primi piatti, pesci, carni bianche senza intingolo.

PIVE ROSES
II vino è prodotto in pro­vincia di Lecce, con uve Negroamaro (90%) e Mal­vasia Nera. La resa delle u-ve è di 60-70 quintali per ettaro. Il vino ha colore vermiglio trasparente, pro­fumo vinoso, fruttato, so­prattutto anando è giovane. Il sapore è asciutto, caldo e armonico. Giovane, servito a 10-12 gradi di temperatu­ra, accompagna antipasti di salumeria, orecchiette ai broccoletti, tagliolini al ra-goùt di coniglio, petto di pollo al vapore. Le produ­zioni più mature, proposte a 12-14 gradi di temperatu­ra, si servono con scaloppi­ne di vitello, petto di farao­na stufato, scottadito di agnello, carni rosse alla brace.

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Il patè d'olive, per dare un tocco di sapore e per aromatizzare un piatto di verdure, pasta o pesce

Per dare un tocco di sapore e per aromatizzare un piatto di verdure, pasta, o pesce, basta un cucchiaio di questo morbido impasto bruno, ricavato dalle olive mature, tipico della cucina provenzale e rivierasca
La pasta scura che si ricava tritando le olive si trova facilmente in tutta la fascia costiera dalla riviera ligure di Ponente fino alla Provenza.

Lungo questo affascinante e pittoresco cammino si snoda tutta una serie di piatti con i sapori del mare, del sole, del pesce e delle verdure che crescono sulle colline a terrazze. In Provenza prende il nome di "tapenade" e si spalma con abbondanza su morbide e croccanti fettine di "baguette", o si serve con le saporite formaggelle di capra. In Italia questo prodotto, chiamato "pàté di olive", si consuma, stemperato con un po' di burro (giusto un velo) sulle fette di pane

CRUDITÀ DI STAGIONE
Ingredienti: dose per 4
un vasetto di pàté di olive - un peperone rosso - un peperone verde - sedano a coste - burro - sale

Preparazione: mondare, lavare, asciugare e dividere a falde il peperone rosso, quello verde e ridurre a bastoncini regolari alcune coste di sedano. Lavorare il burro morbido con una frusta trasformandolo in spuma, quindi amalga­marlo con qualche cuc­chiaiata di pàté di olive, un pizzichino di sale e, successivamente, distri­buire il composto sulle falde di peperone.

Siste­marle in un piatto da por­tata ovale alternando i colo­ri e inserendo, fra l'una e l'altra, i bastoncini di sedano. Guarnire con ciuffetti di prezze­molo e tenere in frigorifero fino a momento di presentare il piatto in tavola.

MEDITERRANEA
casereccio scaldato nel forno perché ne esalti la sapidità e il gusto. Anche la passata di pomodoro casalinga acquista una personalità più decisa con l'aggiunta di abbondante pàté di olive; versata sulla pasta, completata da una generosa spolverata di ricotta dura, questa salsa arricchita finisce così per trasformare il più semplice dei piatti mediterranei in una allegra tavolozza di colori.

Per non rischiare che il vasetto di pàté d'olive resti inutilizzato, suggeriamo di adoperarlo con un pizzico di fantasia e farlo diventare un aiuto prezioso in cucina e in tavola. Vediamo qui di seguito come trasformare facili ricette in autentiche "specialità da buongustai".


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giovedì 14 maggio 2009

Lo spinaccio, di costituzione robusta, antianemica e rinforzante, è proprio una pianta di ferro

Verdura di ferro
Di costituzione robusta, antianemica e rinforzante, è proprio una pianta di ferro

Sottocoperta
Una specie di piccola serra a forma di tunnel nell'orto è utile per prolungare o anticipare la vita degli ortaggi. Vie­ne per lo più costruito con tondini di ferro piantati nel terreno e coperti con teli plastici.

L'esperienza insegna che coprirlo con un telo di polietilene normale (PE) co­sta poco, ma trattiene altrettanto poco il calore e in più produce condensa, si opacizza, dura poco, invece iò telo di polieti­lene termico costano circa il doppio, ma man­tengono meglio il calore, producono poca condensa, restano trasparenti e s durano di più.
Le varietà invernali di spinaccio si seminano da agosto a novembre per es­sere raccolte da ottobre a marzo.

I modi sono due: si se­mina in solchetti tracciati con i denti del rastrello, distribuendo ogni cinque sol­chetti circa mezzo grammo di seme per ogni metro lineare e poi ricoprendo. Oppure si versa il seme a spaglio, circa 20 grammi per 5 metri quadrati, e si rianche tre anni. Il telo in PVC è, a pa­rità di metraggio, più pesante (circa 250 gr per mq contro i 190 del polietilene termico e dell'EVA) e si conserva per un paio d'anni.
• Dove c'è spesso il vento, il tunnel va orientato con la testa rivolta in direzione del vento dominante.
• Per arieggiare un pìccolo tunnel ba­sta aprirne le estremità, ma l'apertu­ra laterale è più comoda. Per ottener­la si piantono nel terreno, in posizio­ne alternata agli archetti di ferro, dei picchetti ai quali si lega una corda da far passare, incrociato, sopra il tun­nel. La corda tratterrà il telo, sollevato lateralmente all'altezza desiderata.

Quando, dopo qualche settimana, le piantine sono cresciute a suffi­cienza per poter essere consumate crude in insalata, si dirada la colti­vazione quanto basta per lasciare fra quelle che restano in terra un palmo di distanza in tutti i sensi.

Le cure, prima e dopo
L'acqua è indispensabile, soprat­tutto nel caso di semine nel mese d'agosto. Più tardi, se la stagione de­corre mite e asciutta, si annaffia ugual­mente, di preferenza al mattino. Il con­cime è necessario; ma attenzione, lo spinacio incorpora facilmente le sostanze che trova nel terreno ed è meglio evita­re la fertilizzazione del medesimo con letame fresco o urea. Va bene invece un prodotto come la Borlanda e il sangue secco, da somministrare ogni dieci gior­ni all'inizio dello sviluppo vegetativo.

Per evitare il marciume delle piantine si anticipa la soluzione del problema im­mergendo i semi, prima di spargerli, in una soluzione rameica (polvere bordo­lese KB o prodotto simile). Gli spinaci si raccolgono estirpando l'intera pianta o recidendo via via, di ognuna, le foglie più esterne. Per congelarli, utilizzare so­lo le foglie esterne private del picciolo. Lavarle rapidamente, scottarle per 2 minuti in acqua bollente, passarle subi­to in acqua fredda, scolare e asciugare sommariamente fra due teli.

Stendere le foglie, leggermente compresse, su un fo­glio di carta oleata e in uno strato non più alto di un dito, mettere nel freezer. Dopo qualche ora insacchettare, data­re, rimettere nel congelatore.

Ricette:

Una "torta di spina­ci" per 6 persone.

Preparate 1/2 chilo di bescia­mella e una purea fatta con 1 chilo di spinaci. Cuocete al den­te 4 etti di spa­ghetti, conditeli con la metà della purea e della besciamella preceden­temente amalgamate, aggiungete 2 uova sbattute e 1 etto di fontina finemente af­fettata.

Rassodate il composto in una te­glia antiaderente posta in forno caldo, dopo 5 minuti versateci sopra la restan­te metà di purea e besciamella, rimettete in forno per altri 5 minuti e servite.


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