giovedì 4 giugno 2009

Un rifarne suggestivo per questa pianta costiera che ricorda il colore del mare

In un clima mediterraneo, il profumatissimo, sempreverde ro­smarino, che può superare i 2 metri d'altezza e diametro, fio­risce e rifiorisce con gran diletto delle api, che fanno bottino di polline e nettare.

Col­tivato nell'esilio del Nord, invece, dimen­sioni, fioritura, aroma e proprietà tera-peutiche si dimezzano, pur non alterando le qualità ornamentali. Il rosmarino vive bene sia in giardino, in piena terra, (per esempio a ridosso d'un muro volto a Sud) che in vaso sul balcone, e malgrado le sue origini "calde" sopravvive all'inverno sen­za dare troppi problemi.

LE VARIETÀ
Sono numerose, e un vivaio ben fornito in merito è Monverde di Brebbia in provin­cia di Varese (tei. 0332/772443) che vende anche per posta. Qualche consiglio. Se avete intenzione di
far crescere una bordurina scegliete una varietà nana (altezza 50 cm); per una sie­pe chiedetene invece una di buon svilup­po (altezza 120-150 cm).

In ogni caso pian­tate gli esemplari distanziandoli di mezzo metro e potateli a fine inverno. Perfetta da isolare vicino a una panca o a un mu­ro è la varietà piramidale, che ha porta­mento contenuto, svettante, mentre se vi serve una pianta che si espanda più in lar­ghezza che in altezza il rosmarino pro­strato (altezza circa 30 cm, fino a un me­tro di diametro) fa al caso vostro. Infine per un gruppo misto-colore in clima mi­te, rosmarini a fiore bianco, rosa, malva.

• Volete una pianta densa di rami e di foglie? Coltivatela in terreno grasso, an­naffiatela in abbondanza, tagliate in con­tinuazione le punte dei rami per non la­sciarla fiorire, proteggetela sotto il "tes­suto non tessuto" durante i mesi invernali.

• Preferite una pianta ben aromatica e di ricca fioritura? Coltivatela in terreno magro, a pieno sole, annaffiatela poco, non tagliate le punte dei rami; in feb­braio e in agosto somministrate un fer­tilizzante fosfo-potassico (per orto e frut­tiferi in genere).

• Desiderate "un mare" di rosmarini? In primavera-estate strappate dalla pian­ta che già possedete dei rametti giovani e metteteli in un bicchiere d'acqua (senza mai cambiarla); interrate quelli a cui spun­tano le radici quando queste sono lunghe quanto un'unghia. In inverno: interrate in un vaso i rametti legnosi comprati dal­l'ortolano dopo averli defogliati per metà della lunghezza. Ma dovrete essere pazienti e aspettare fino alla successiva estate, quan­do compariranno i nuovi germogli, per es­sere certe dell'avvenuta radicazione.

• L'aperitivo: 4 cucchiai di foglioli-ne fresche di rosmarino, 1 cucchiaio di foglie fresche di salvia, 1 cucchiaio di miele, 1 litro di vino rosso. Mettete in un pirex, scaldate a bagnomarìa per mezz'ora, lasciate raffreddare, filtra­te, imbottigliale.

• L'acqua di bellezza: preparate un infuso versando su una manciata di fiori e foglie fresche e contuse di ro­smarino un litro d'acqua bollente. La­sciate raffreddare, filtrate e conserva­te in frigorìfero. Questa "lozione" ser­ve per detergere la pelle impura, sciacquare la bocca per rinforzare le gengive, umettare piaghe e scottature per favorirne la cicatrizzazione.

UNA MANCIATA DI RICETTE
• il sale per la bistecca: 1 cuc­chiaio di foglie fresche di rosmarino, 1 cucchiaio d'aglio tritato, 1 foglia sec­ca e spezzettata di alloro, qualche gra­no di pepe bianco. Mescolate il tutto in mezzo chilo di saie marino, ripone­te in un vaso a chiusura ermetica. Pol­verizzate la quantità necessaria sulla carne cotta ai ferri.

• I fiori nel ghiaccio: mettete dei fiori freschi dì rosmarino nel portacu-betti di ghiaccio, colmate le vaschette con acquee limone, e congelatele. Con s i cubetti al rosmarino e timone tuffali ^§ in una caraffa potrete raffreddare e * £ aromatizzare del vino bianco o guar-£ nire il gelato alfe champagne.


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Rosati salentini: andar per vini in Puglia

In un territorio caratterizzato da terre rosse che ricoprono pianori e dolci rilievi, si producono rosati immediati e gradevoli, dal tipico sentore fruttato, da abbinare alla cucina marinara locale.

II Salento, il cosiddetto "tacco" dello stivale, è de­finito da pianure, da mo­desti rilievi dei Tavoliere di Taranto e di Lecce e dalle ondulazioni delle Serre, verso l'estremità della pe­nisola.

TERRENO: è costitui­to da una base calcarea tufacea permeabile, co­perta da uno strato di de­triti di rocce calcareo-ar-gillose, riconoscibile dal colore rosso, per la consi­stente presenza di ferro. Si rileva la mancanza qua­si totale di corsi d'acqua superficiali.

CLIMA: è caldo d'estate e temperato d'in­verno, con escursioni termiche tra giorno e notte. La diminuzione di calore nelle ore notturne giova al vigneto perché ne rallenta i processi di maturazione, permettendo alle uve di arricchirsi di aromi. Grazie a questo andamento cli­matico, il Salente è la zo­na viticola più felice del­l'intera regione. Ciò spie­ga perché i rosati salenti­ni si rivelano di buona ampiezza aromatica, pia­cevolmente pieni e sapidi.

La cultura del vino rosato non è molto diffusa. Vi sono episodiche produzioni de­gne di nota, spesso scono­sciute ai più. In quasi tutte le regioni il rosato è vissuto come una sorta di sottopro­dotto, come un rosso in­compiuto, ottenuto da una troppo breve macerazione del mosto, così che ne risul­ta un vino neutro, né bian­co né rosso.

In Puglia è di­verso: i vitivinicoltori salen­tini sanno che quelli prove­nienti dalle loro cantine so­no di alto profilo qualitati­vo, da porre ai vertici della produzione nazionale. E in­teressante osservare che in nessun'altra regione vinico­la il rosato è prodotto in modo così diffuso, né riveste tanta importanza.

Chi lo co­nosce, lo apprezza. A diffon­derne l'immagine contribui­rono i ristoratori pugliesi più attenti e attivi, che negli anni Sessanta cominciarono a operare in varie città ita­liane, proponendo vini di qualità, rosati compresi. Questi non passarono inos­servati, anche per i colori corallini e intensi, più simili a quelli di una bibita che di un vino. Grazie anche a queste bottiglie, l'immagine del vino pugliese, ritenuto pesante e grossolano, co­minciò a cambiare in senso positivo.
Alcuni vini rosati prodotti in Puglia sono doc: il Lizzano, il Salice Salenti-nò, il Leverano, l'Alezio. A fianco, vi sono altri vini di alta qualità che non hanno acquisito la doc, non per mancanza dei requisiti pre­visti, ma per averla rifiuta­ta, ritenendola restrittiva delle proprie potenzialità. Sono vini, quindi, che ven­gono genericamente chiamati "del Salento" o con nomi più o meno di fanta­sia come il Pive Roses o il Rosa del Golfo. La penisola salentina si sviluppa a sud della linea immaginaria che congiunge Taranto a Brin­disi. La zona risulta legger-mente movimentata da ri­lievi, anche se non manca­no terreni pianeggianti.

LA STORIA
La coltivazione della vite nel Salento ha origini molto antiche; l'uva venne intro­dotta dal Medio Oriente, sin dai tempi della colonizzazione greca e rappresentava la coltura più importante. Le popolazioni dell'attuale Puglia venivano chiamate dai Greci Japigi: genti fiere, non si lasciarono assimilare dall'evoluta civiltà ellenica. Resistettero per secoli, indi­pendenti e fedeli alle pro­prie tradizioni, ma dovette­ro cedere ai Romani, che riuscirono a unificare cultu­ralmente le regioni conqui­state. Dopo la caduta del­l'impero, si succedettero le dominazioni straniere, a partire dai Barbari, che si alternarono ai Bizantini. Musulmani e Longobardi si incontrarono in Puglia e, dopo la cacciata dei primi, la regione fu nuovamente spartita tra Longobardi e Bizantini. Seguirono le do­minazioni normanna e sve-va; soprattutto quest'ultima giovò allo sviluppo socioe­conomico della regione. Prima gli Angioini, però, e successivamente gli Arago­nesi, causarono una grave depressione economica e
culturale. Dopo l'unifica­zione nazionale, seguita al dominio borbonico, la re­gione intraprese un pro­gressivo percorso di rinasci­ta; l'esplosione demografi­ca, avvenuta nel secondo dopoguerra, ha creato non pochi problemi, di ordine economico e sociale. La Nili-coltura, negli ultimi treni an­ni, ha saputo proporre una nuova immagine di sé. com-
mercializzando produzioni enologiche sempre più sele­zionate e mirate alle esigen­ze del mercato che non gra­diva più i pesanti vini tradi­zionalmente prodotti.

I ROSATI
Le uve alla base della pro­duzione dei rosati salenti-ni sono il Negroamaro e la Malvasia nera, vitigni di an­tica origine e autoctoni, che vengono estesamente coltivati nella regione. La colti­vazione delle viti ad albe­rello, le basse rese e l'im­piego limitatissimo di fito-farmaci sono i tratti caratte-ristici delle coltivazioni più qualificate.

Queste, nella vi­nificazione, utilizzano il frutto ottenuto dal cosiddet­to mosto fiore, che si rica­va dallo sgrondo e non dal­la torchiatura delle uve. Le uve, dopo la pigiatura, sono lasciate macerare con le bucce per 12-24 ore: il mo­sto, allora, è separato dalle parti solide semplicemente facendolo colare dalle winacce. I rosati salentini, inoltre, sono spesso smrìti per accompagnare la cucina marinara, perché, grane al­le note aromatìche fruttate. sono preferiti ai più anoni­mi bianchi locali.

La cucina ittica, però, deve essere sa­porita come quella del ter­ritorio: non solo sono gu­stosi i pesci, ma anche gli ingredienti impiegati per cucinarli. Si utilizzano, per­tanto, i piccoli pomodori, le erbe aromatiche e l'olio ex­travergine d'oliva. Tra le va­rietà dei vini rosati prodotti nel Salente ecco qui alcuni tra quelli più significativi.

ALEZIO
II vino è prodotto a est di Gallipoli, in una zona che si affaccia sul Mar Ionio, nei Comuni di Alezio e di San­nicola, e in parte quelli di Gallipoli e di Tuglie. Il vino, che prima della doc era de­nominato Rosato del Salen­te, è prodotto con uve negroamaro e da una percen­tuale non superiore al 20% costituita dai vitigni Malva­sia Nera di Lecce. Sangio­vese e Montepulciano. uti­lizzati soli o insieme: la resa delle uve non deve superare 140 quintali per ettaro. Al consumo. L'alezio ha colore rosa corallo intenso, talvolta cerasuolo: odore ricco e delivato, fruttato, con possibili vaghi sentori di bergamotto: il sapore è sapido, asciutto, vellutato con fondo amarognolo, sostenuto da 12° alcolici. Lo si propone a 14° per accompagnare tutte le porta­te di un pranzo. Servito circa a 12 °C. si abbina a preparazioni di pesce an­che saporite.

LIZZANO
In provincia di Tarante, nei Comuni di Lizzano e Fag-giano e in alcune isole am­ministrative di Taranto, so­no prodotti il Lizzano rosa­to e il Negroamaro rosato. Il Lizzano rosato, un tempo chiamato "Lacrima" perché ottenuto solamente con il mosto fiore, oggi nasce dai vitigni Negroamaro (60-80%), Montepulciano, San­giovese, Bombino nero, Pinot nero insieme o separa­tamente per un massimo del 40%; Malvasia nera di Brin­disi e/o di Lecce (10% max). La resa dell'uva è di 140 quintali per ettaro e il vino deve avere almeno 11,5 gradi alcolici. Ha colo­re rosa tendente al rubino delicato con possibili riflessi violacei; l'odore è vinoso, caratteristico, fruttato, di buona intensità; il sapore, a-sciutto, è fresco e armonico. Si serve a 12 gradi in pranzi a base di pesce, con spa­ghetti al ragoùt di totano, triglie in umido, tonno alle olive e capperi. E vinificato, inoltre, nella versione no­vello o giovane e nelle tipo­logie frizzante e spumante. Il Lizzano Negroamaro ro­sato è prodotto con uve Ne­groamaro (minimo 85%); la resa dell'uva per ettaro è di 140 quintali, mentre il tasso alcolico non deve essere in­feriore a 12 gradi. Ha colore rosa tenue con riflessi pur­purei; l'odore è fragrante, caratteristico; il sapore è a-sciutto e delicato. Il vino, servito a 12-14 gradi, ac­compagna tutte le portate di un pranzo, meglio se a base di carni bianche e arrosto.

SALICE SALENTINO Al Salice Salentino è stata riconosciuta la doc nel 1976. Oggi la produzione è regolamentata dal discipli­nare decretato nel 1991. La zona, non distante dai mari Ionio e Adriatico, si svilup­pa nel cuore del Salente, nella lascia settentrionale del Leccese sino a com­prendere una parte del Brindisino. Il vino è prodot­to con uve Negroamaro alle quali si aggiungono Malva­sia nera di Brindisi e/o Malvasia nera di Lecce (20% max). La resa delle u-ve è di 120 quintali per et­taro; il vino ha colore rosa­to tendente al cerasuolo te­nue; l'odore vinoso, persi­stente, trattato, fiorito da giovane, diventa dopo bre­ve invecchiamento più profondo; ha sapore asciut­to, pieno, caldo, vellutato con leggera vena amaro­gnola. Si serve a 12 gradi di temperatura con anguilla in umido, grongo al pomodo-ro, paillard di vitello, coni­glio al rosmarino.

LEVERANO
II Leverano rosato è un vi­no gradevolmente corposo, di carattere. La zona di pro­duzione comprende il Co­mune di Leverano e in par­te quelli di Arnesano e Co­pertine (Lecce). E un esem­pio di vino equilibrato, po­co conosciuto fuori dell'a­rea di produzione. 11 Leve­rano è vinificato con uve Negroamaro, Malvasia nera di Lecce, Sangiovese, Mon-tepulciano (35% max); Mal­vasia bianca, che non deve superare, se presente, il 10%. La resa massima delle uve è di 150 quintali per et­taro (le migliori produzioni hanno rese più contenute), mentre il tenore alcolico minimo è di 11,5 gradi. Il vino ha colore rosato con riflessi cerasuoli e corallini; il profumo, fruttato, è ricco, ampio e avvolgente; il sapo­re è asciutto, fragrante, giustamente pieno. Servito a 12 gradi, è da tutto pasto. per i pranzi estivi e di mez­za stagione, e accompagna primi piatti, pesci, carni bianche senza intingolo.

ROSA DEL GOLFO E un vino molto reputato. che nasce dai vitigni Ne-groamaro (90%) e Malvasia nera, coltivati nei tenitori di Alezio, Veglie. Campi Salentina e Sannicola. U me­todo di vinificazione impie­gato è tradizionale "a lacri­ma", che utilizza, cioè, il mosto fiore. Dopo la fer­mentazione a basse tempe­rature, il vino matura per sei mesi in vasche di acciaio inox. Alla commercializza­zione possiede i 2 gradi al­colici, presenta colore rosa­to, con riflessi corallini: il profumo è intenso con sen­tori fruttati. Il sapore è pia­cevole, pieno. Servito a 10-12 gradi, accompagna spa­ghetti alla scogliera, mo­scardini affogati, grigliate di pesche, lumachine di mare in umido. Proposto a 12-14° è da tutto pasto, per i pranzi estivi e di mezza stagione, e accompagna primi piatti, pesci, carni bianche senza intingolo.

PIVE ROSES
II vino è prodotto in pro­vincia di Lecce, con uve Negroamaro (90%) e Mal­vasia Nera. La resa delle u-ve è di 60-70 quintali per ettaro. Il vino ha colore vermiglio trasparente, pro­fumo vinoso, fruttato, so­prattutto anando è giovane. Il sapore è asciutto, caldo e armonico. Giovane, servito a 10-12 gradi di temperatu­ra, accompagna antipasti di salumeria, orecchiette ai broccoletti, tagliolini al ra-goùt di coniglio, petto di pollo al vapore. Le produ­zioni più mature, proposte a 12-14 gradi di temperatu­ra, si servono con scaloppi­ne di vitello, petto di farao­na stufato, scottadito di agnello, carni rosse alla brace.

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Il patè d'olive, Per dare un tocco di sapore e per aromatizzare un piatto di verdure, pasta, o pesc

IL PATÉ D'OLIVE

Per dare un tocco di sapore e per aromatizzare un piatto di verdure, pasta, o pesce, basta un cucchiaio di questo morbido impasto bruno, ricavato dalle olive mature, tipico della cucina provenzale e rivierasca
La pasta scura che si ricava tritando le olive si trova facilmente in tutta la fascia costiera dalla riviera ligure di Ponente fino alla Provenza.

Lungo questo affascinante e pittoresco cammino si snoda tutta una serie di piatti con i sapori del mare, del sole, del pesce e delle verdure che crescono sulle colline a terrazze. In Provenza prende il nome di "tapenade" e si spalma con abbondanza su morbide e croccanti fettine di "baguette", o si serve con le saporite formaggelle di capra. In Italia questo prodotto, chiamato "pàté di olive", si consuma, stemperato con un po' di burro (giusto un velo) sulle fette di pane

CRUDITÀ DI STAGIONE
Ingredienti: dose per 4
un vasetto di pàté di olive - un peperone rosso - un peperone verde - sedano a coste - burro - sale

Preparazione: mondare, lavare, asciugare e dividere a falde il peperone rosso, quello verde e ridurre a bastoncini regolari alcune coste di sedano. Lavorare il burro morbido con una frusta trasformandolo in spuma, quindi amalga­marlo con qualche cuc­chiaiata di pàté di olive, un pizzichino di sale e, successivamente, distri­buire il composto sulle falde di peperone. Siste­marle in un piatto da por­tata ovale alternando i colo­ri e inserendo, fra l'una e l'altra, i bastoncini di sedano. Guarnire con ciuffetti di prezze­molo e tenere in frigorifero fino a momento di presentare il piatto in tavola.

MEDITERRANEA
casereccio scaldato nel forno perché ne esalti la sapidità e il gusto. Anche la passata di pomodoro casalinga acquista una personalità più decisa con l'aggiunta di abbondante pàté di olive; versata sulla pasta, completata da una generosa spolverata di ricotta dura, questa salsa arricchita finisce così per trasformare il più semplice dei piatti mediterranei in una allegra tavolozza di colori. Per non rischiare che il vasetto di pàté d'olive resti inutilizzato, suggeriamo di adoperarlo con un pizzico di fantasia e farlo diventare un aiuto prezioso in cucina e in tavola. Vediamo qui di seguito come trasformare facili ricette in autentiche "specialità da buongustai".


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giovedì 14 maggio 2009

Lo spinaccio, di costituzione robusta, antianemica e rinforzante, è proprio una pianta di ferro

Verdura di ferro
Di costituzione robusta, antianemica e rinforzante, è proprio una pianta di ferro

Sottocoperta
Una specie di piccola serra a forma di tunnel nell'orto è utile per prolungare o anticipare la vita degli ortaggi. Vie­ne per lo più costruito con tondini di ferro piantati nel terreno e coperti con teli plastici.

L'esperienza insegna che coprirlo con un telo di polietilene normale (PE) co­sta poco, ma trattiene altrettanto poco il calore e in più produce condensa, si opacizza, dura poco, invece iò telo di polieti­lene termico costano circa il doppio, ma man­tengono meglio il calore, producono poca condensa, restano trasparenti e s durano di più.
Le varietà invernali di spinaccio si seminano da agosto a novembre per es­sere raccolte da ottobre a marzo.

I modi sono due: si se­mina in solchetti tracciati con i denti del rastrello, distribuendo ogni cinque sol­chetti circa mezzo grammo di seme per ogni metro lineare e poi ricoprendo. Oppure si versa il seme a spaglio, circa 20 grammi per 5 metri quadrati, e si rianche tre anni. Il telo in PVC è, a pa­rità di metraggio, più pesante (circa 250 gr per mq contro i 190 del polietilene termico e dell'EVA) e si conserva per un paio d'anni.
• Dove c'è spesso il vento, il tunnel va orientato con la testa rivolta in direzione del vento dominante.
• Per arieggiare un pìccolo tunnel ba­sta aprirne le estremità, ma l'apertu­ra laterale è più comoda. Per ottener­la si piantono nel terreno, in posizio­ne alternata agli archetti di ferro, dei picchetti ai quali si lega una corda da far passare, incrociato, sopra il tun­nel. La corda tratterrà il telo, sollevato lateralmente all'altezza desiderata.

Quando, dopo qualche settimana, le piantine sono cresciute a suffi­cienza per poter essere consumate crude in insalata, si dirada la colti­vazione quanto basta per lasciare fra quelle che restano in terra un palmo di distanza in tutti i sensi.

Le cure, prima e dopo
L'acqua è indispensabile, soprat­tutto nel caso di semine nel mese d'agosto. Più tardi, se la stagione de­corre mite e asciutta, si annaffia ugual­mente, di preferenza al mattino. Il con­cime è necessario; ma attenzione, lo spinacio incorpora facilmente le sostanze che trova nel terreno ed è meglio evita­re la fertilizzazione del medesimo con letame fresco o urea. Va bene invece un prodotto come la Borlanda e il sangue secco, da somministrare ogni dieci gior­ni all'inizio dello sviluppo vegetativo.

Per evitare il marciume delle piantine si anticipa la soluzione del problema im­mergendo i semi, prima di spargerli, in una soluzione rameica (polvere bordo­lese KB o prodotto simile). Gli spinaci si raccolgono estirpando l'intera pianta o recidendo via via, di ognuna, le foglie più esterne. Per congelarli, utilizzare so­lo le foglie esterne private del picciolo. Lavarle rapidamente, scottarle per 2 minuti in acqua bollente, passarle subi­to in acqua fredda, scolare e asciugare sommariamente fra due teli.

Stendere le foglie, leggermente compresse, su un fo­glio di carta oleata e in uno strato non più alto di un dito, mettere nel freezer. Dopo qualche ora insacchettare, data­re, rimettere nel congelatore.

Ricette:

Una "torta di spina­ci" per 6 persone.

Preparate 1/2 chilo di bescia­mella e una purea fatta con 1 chilo di spinaci. Cuocete al den­te 4 etti di spa­ghetti, conditeli con la metà della purea e della besciamella preceden­temente amalgamate, aggiungete 2 uova sbattute e 1 etto di fontina finemente af­fettata.

Rassodate il composto in una te­glia antiaderente posta in forno caldo, dopo 5 minuti versateci sopra la restan­te metà di purea e besciamella, rimettete in forno per altri 5 minuti e servite.


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II Riesling Renano è un vitigno a bacca bianca ori­ginario della Valle Reno

Nella terra caratterizzata da vini eleganti, dove i bianchi soprattutto si distinguono per l'aroma fine e delicato, ecco una delle migliori espressioni locali

II Riesling Renano è un vitigno a bacca bianca ori­ginario della Valle Reno e più specificatamente del Rheingau, zona viticola te­desca che si sviluppa da Lorch a Francoforte.

Tutto­ra è il bianco maggiormen­te coltivato in quell'area e assume massimo pregio se le uve sono attaccate dalla Botrytis cinerea, ossia dalla cosiddetta muffa nobile, che disidrata gli acini, sen­za degradarne la polpa. I primi riferimenti scritti re­lativi al vitigno sono tede­schi e risalgono al Quattro­cento; in Italia, tuttavia, es­so è coltivato solo da circa un secolo. Chiamato anche Rhine o Johannisberg, è un vitigno di modico ren­dimento e di maturazione tardiva, che produce un succo dolce e fiorito.
Da non confondere con il Riesling Italico, in Italia viene prodotto soprattutto in Alto Adige e in Friuli. Il Riesling Renano è caratte­rizzato da una distinta componente aromatica con reminiscenze di Moscato e di ginestra; è un vino di grande pregio e rara ele­ganza, resistente a un mo­derato invecchiamento, da alcuni considerato il mi­glior bianco in assoluto. Ciononostante, è ben lungi dal raggiungere la diffusio­ne di altri vini bianchi co­me il Pinot bianco o lo Chardonnay, e la fetta di mercato che occupa a livel­lo nazionale è alquanto mo­desta, se non insignificante.

Zone di produzione.
L'enologia della provincia di Bolzano è molto reputata per l'alta qualità dei vini prodotti, per le avanzate tecnologie adottate e per il ricorso minimo ai fitofar-maci. Il Riesling Renano al­toatesino, chiamato anche Rheinriesling, viene pro­dotto in due zone doc, ossia l'Alto Adige o Sudtiroler e Terlano o Terlaner.

Alto Adige.
E la zona altoatesina più estesa; si colloca sul versante meridionale delle Alpi, do­ve le alte montagne la pro­teggono dai venti freddi provenienti dal nord. Svi­luppandosi lungo i fiumi Adige e Isarco, si sovrappo­ne a quasi tutte le altre aree di produzione e comprende più di trenta Comuni. Per la produzione del Riesling, si impiegano le omonime uve (minimo 95 per cento); il disciplinare che ne regola­menta la produzione stabi­lisce, inoltre, che la resa massima delle uve sia di ]30 quintali per ettaro. La vinifi­cazione, in bianco, si effet­tua generalmente in reci­pienti di acciaio inox, così da ottenere vini fragranti e profumati.

Al momento del­la commercializzazione, il Riesling ha colore che va dal giallo chiaro al giallo verdino. Il profumo è delicato, leggermente etereo, con possibili sentori di mirtillo; il sapore è secco, fresco, pia­cevolmente acidulo, elegan­te, con fondo aromatico. Dotato di almeno 11 gradi alcolici, è un bianco da de­gustare entro il secondo an­no dalla vendemmia, a 8-10 gradi di temperatura.

La ca­ratteristica aromaticità con­sente al vino di accompa­gnare preparazioni legger­mente affumicate, come sal­mone, trota, speck, bresaola. L un vino da scoprire come aperitivo, oltre che, natural­mente, a tavola. Si serve con mousse di salmone, antipasti di salumeria nobile, frutti di mare gratinati.

Terlano.
Terlano è un centro vinico­lo della Valle dell'Adige, che comprende entrambe le sponde del fiume nei Co­muni di Terlano, Nales e Andriano, che costituiscono la zona classica; si sviluppa, quindi, più a sud, lungo una striscia formata dai Co­muni di San Genesio, Tesimo, Appiano, Caldaro e Meltina. Il Terlaner Rhein-riesling (ossia il Riesling di questa zona doc) è prodotto in piccole quantità; le omo­nime uve costituiscono la base del vino (minimo 90 per cento) con resa non superiore a 130 quintali per ettaro. Il vino ottenuto, che al momento della commer­cializzazione deve possede­re almeno 11,5 gradi alcolici.

Denominazione.
Alto Adige Riesling Renano o Sudtiroler Rheinriesling.

Analisi organolettica.
Colore che va dal giallo verdi­no al giallo chiaro; profumo delicato, leggermente etereo, con possibili sentori di mirtil­lo; sapore secco, fresco, pia­cevolmente acidulo, elegante con fondo aromatico.

Temperatura di servizio 8-10 °C. Abbinamenti.
Preparazioni leggermente af­fumicate, come salmone, trota, speck, bresaola. Si serve con mousse di salmo­ne, antipasti di salumeria no­bile, frutti di mare gratinati, profumati alle erbe.
ci, ha colore giallo paglieri­no, con riflessi verdognoli; il profumo ripropone i ca­ratteri varietali del vitigno ed è pieno, con toni sottil­mente aromatici; il sapore è secco, asciutto, di buon corpo, con fondo aromati­co. Si degusta a 8-10 gradi di temperatura ed è ottimo servito con acciughe al ver­de, cocktail di scampi, pro­sciutto di Sauris, culatello, risotto al prezzemolo, orata al salmoriglio.

Le produzioni.
Si ricordano le produzioni Alto Adige Riesling Renano Montiggl dei Produttori San Michele Appiano; l'Alto A-dige Riesling Renano Rune, di Niedrist Ignaz; l'Alto Adige Riesling Renano del Castello Schwanburg, L'Alto Adige Terlano Tannham-merhof di Lageder Alois.

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Limoncello: Un pranzo importante, in Italia si conclude spesso con un liquore

Profumato, dolce e acidulo nello stesso tempo, esiste da sempre, ma, negli ultimi anni, è diventato di moda. Immancabile in bar e ristoranti, viene consumato anche a casa, fresco di frigo.

Un pranzo importante, in Italia si conclude spesso con un liquore. E un punto fermo, quasi irrinunciabile. Soprattutto al ristorante, con il caffè si chiede l'ama­ro o, almeno, si chiedeva.

Questo genere di consuma­zione, infatti, ha subito una una flessione a vantaggio di un liquore che è sempre e-sistito, ma che negli ultimi anni è diventato di moda.

Si tratta del limoncello (li­quore di limone) che si col­lega alla cultura del rosolio mediterraneo e, più in ge­nerale, a quella dei liquori fatti in casa.

Pur acquistan­dolo al supermercato, infat­ti, ripropone sapori familia­ri, perché ha il gusto e Fa-roma propri della liquore­ria domestica. Piace anche per il colore giallo paglieri­no con riflessi citrini; inol­tre, ha un gradevole profu­mo d'agrume, mentre il sa­pore dolce è equilibrato dalla fresca acidità del li­mone. Servito fresco o fred­do, è particolarmente "be­verino", morbido, rotondo e. al contrario dei secchi di­stillati, possiede una più contenuta alcolicità che, ge­neralmente, non supera la soglia dei 36 gradi. Da qualche anno si è imposto sul mercato ed è diventato una bevanda di moda.
Il limoncello è nato lungo la costiera amalfitana, nella penisola sorrentina, oltre che in alcune zone della Si­cilia e della Sardegna, cioè nel cuore del Mediterraneo. La produzione è sempre stata artigianale e casalinga. Oggi a produrlo sono anche le affermate case di liquori. Alla base di un buon limon-cello c'è la qualità della materia prima, quindi dei limoni.

Le coltivazzioni di mag­gior pregio trovano le loro zone vocale nella costiera amalfitana e nella penisola sorrentina. Nell'Amalfitano prospera il "limone sfusato di forma allungata e contraddistinto da buccia spessa: nel sorrentino cre­sce il massese o "femminiello", di forma più ton­deggiante. Ad accomunare le due varietà è la buccia partìcolarmente ricca di oli essenziali, i quali comuni­cano profumo e sapore al liquore.

Inollre. dopo un anno dal confezionamento, il prodot­to perde la fragranza frutta­la. Pertanto, occorre verificare la data, se presente, dell'imbottigliamento, e scegliere di conseguenza il prodotto.

La produzione.
La produzione del liquore prevede più fasi. I frutti raccolti sono sottoposti ad accurata pulizia che com­prende innanzitutto il la­vaggio. Successivamente, viene selezionato lo strato colorato delle bucce con esclusione di quello bianco, (ossia dell'albedo). La parte scelta è messa in infusione in alcol buongusto per circa 40 giorni. L'infuso è quindi miscelato con uno sciroppo di acqua zuccherata e la­sciato riposare per 24 ore. L'operazione successiva con­siste nel filtraggio, per eliminare bucce e residui soli­di in genere. il limoncello, quindi, è imbottigliato e commercializzato.

Dove si consuma.
Dai dati di vendita del li­moncello risulta che l'area di maggior consumo è co­stituita dalle regioni nord occidentali; segue l'area nord orientale (comprensi­va dell'Emilia Romagna), quindi, nell'ordine, l'Italia centrale (esclusi Abruzzo e Molise) e, infine, le restanti regioni. Il fatto potrebbe stupire, in quanto nei luo­ghi tradizionali di produ­zione corrisponde un minor consumo. Va detto, però, che i dati di vendita non comprendono le produzioni domestiche, né quelle dei ristoratori i quali, spesso, preferiscono prepararlo in proprio. E il caso, per esempio. del rinomato 3 stel­le "Don Alfonso 1890".

Denominazione
Liquore di limone.

Analisi organolettica.
Colore giallo paglierino con riflessi citrini; profumo ricco, con note marcate d'agrume; sapore immediato, gusto ine­quivocabile di limone, dotato di dolcezza che armonizza con la componente agra pro­pria del limone. Servito fre­sco o freddo, è scorrevole, morbido, rotondo, anche grazie alla contenuta alcoli­cità che in genere non supera la soglia dei 36 gradi.

Temperatura di servizio 4-5 °C. Abbinamenti.
Da gustare a fine pranzo op­pure da aggiungere a sorbetti, gelati e macedonie.
nel suo locale di S. Agata sui Due Golfi (Napoli), pro­pone a fine pasto un ottimo Limoncello della casa.

Le produzioni.
Numerose le case produttrici. Tra queste: Piemme, Sorren­to; Gioia Luisa, Piano di Sor­rento; Villa Massa, Piano Sor­rentino; Mid. Palermo, Bartolo Sammarco. Scala (Melo­die d'Amalfi); Zucca, Milano (Limonilo); Consorzio Netta­re delle Esperidi, Minori; Ca­la, Amalfi; I Giardini di Ravello, Ravello; Rinaldo Rau, Sassari; Averna, Callanissella.
La Produzione del Limoncello (dal sito Distilleria Petrone)
Da un’ antica ricetta tramandata da generazioni è stato ricavato questo LIMONCELLO, per la cui realizzazione sono stati impiegati limoni freschi e indenni da attacchi parassitari e da tracce di fitofarmaci.

FASE 1: COLTIVAZIONE E RACCOLTA DEI LIMONI.
I nostri limoni vengono coltivati nella “ZONA CEMENTARA” della Riviera Domitia, particolarmente adatta ,per il suo terreno di origine vulcanica costituito prevalentemente da tufo. Tutti i passaggi di cui consta la coltivazione di tali agrumi, vengono dalla nostra azienda rigorosamente seguiti e controllati. Per favorire la produzione di questi ultimi, utilizziamo tecniche particolari come l'interruzione delle irrigazioni per un certo periodo. In questo modo riusciamo ad ottenere frutti dalla buccia sottile e dalla polpa molto succosa. Quando essi sono giunti a piena maturazione, si dà inizio alla raccolta, la quale si effettua manualmente, e si fonda su una scrupolosa cernita volta alla selezione degli elementi migliori.

FASE 2: PELATURA DEI LIMONI.
Una volta raccolti, i limoni sono sottoposti a scrupoloso lavaggio, momento preliminare alla fondamentale fase di pelatura degli stessi. Essa viene svolta tramite l’ ausilio di un imponente macchinario, il quale permette di ottenere bucce incredibilmente sottili, basilare presupposto per l’ottenimento di una bevanda purissima ed estremamente naturale.

FASE 3: INFUSIONE.
Utilizzando contenitori in acciaio inox, le bucce ottenute durante la precedente fase vengono sottoposte ad immersione in alcool purissimo, che si protrarrà per alcuni giorni. Al termine di questi, le bucce vengono estratte dai contenitori, sul cui fondo rimane il prezioso infuso di limoni.

FASE 4: PREPARAZIONE.
Immediatamente si provvede ad estrarre l’ infuso dai contenitori, e da filtrarlo; l’infusione così ottenuta, dopo essere stata sottoposta a rigorosi controlli, viene immessa in un serbatoio la cui temperatura deve permanere inferiore ai 10°C,al fine di favorire il separarsidegli oli essenziali e delle cere che, se in eccesso, possono risultare dannosi; in seguito, si opera effettuando un ulteriore filtro dell’ infusione, nonché una sua distillazione,per verificarne l’ esatto grado alcoolico.

FASE 5: IMBOTTIGLIAMENTO.
A questo punto il processo subisce alcune diramazioni, a seconda del tipo di prodotto che si intende ottenere:

  • L’ infuso destinato alla produzione di Limoncello, viene miscelato con acqua distillata unita a zucchero raffinato;
  • L’ infuso destinato alla produzione di Crema al Limoncello, è unito ad una squisita crema di latte e panna;
L’ infuso destinato alla produzione dei deliziosi e inimitabili dolci della tradizione campana, i famosi Babà al Limoncello, viene utilizzato per imbevere questi dolci allo scopo di conferire loro l’ inconfondibile, celebre sapore.


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domenica 19 aprile 2009

Uva da bere, uva da mangiare: gli acini protagonisti dei piatti, richiedono il nettare dei grappoli

Fin dai tempi più remoti, la saggezza popolare ha f considerato l'uva come uno dei frutti più importanti dal punto di vista nutritivo. Oggi, abbiamo la consapevo­lezza di un prodotto dal valore energetico elevato. Grazie ad una presenza di zuccheri variabile tra il Htó il 30°/o a seconda delle varietà, può essere consigliata quindi a bambini, convalescenti ed anziani. Contiene vitamina B e C, sali minerali di potassio, calcio e fosforo, ed è rac­comandata per gli sportivi proprio perché gli zuccheri presenti sono facilmente assimilabili. Inoltre, grazie al suo gradevole sapore acidulo, attiva le funzioni digestive ed aumenta l'appetito.

Per quanto riguarda invece l'aspetto prettamente gastro­nomico, occorre ricordare che il connubio del vino con la frutta è un problema non sempre facile da risolvere poiché in genere i frutti polposi non richiedono alcuna bevanda specifica anche se, ad esempio, risultano grade­voli le pesche con un vino bianco morbido ed aromatico oppure le pere con un vino rosso amabile e fresco di acidità.
Tuttavia quando parliamo di abbinamento vero e proprio arriviamo al curioso paradosso che proprio il frutto della vite, da cui ricaviamo la nostra nobile bevan­da, così come gli agrumi, alcune varietà di mele ed i fichi freschi, mal si presta all'abbinamento con il vino a causa di una componente di acidità talvolta piuttosto elevata.

E' comunque piuttosto remoto il caso di un piatto che preveda l'uva come ingrediente principale, quasi sempre la utilizziamo come una guarnizione oppure un com­plemento di altre preparazioni dal sapore dolce oppure salato, ci possiamo quindi limitare a considerare l'ap­porto che la varietà di uva utilizzata offrirà all'equilibrio complessivo del piatto ed orientarci di conseguenza. In generale possiamo dire che, proprio per la tipologia del frutto, non ci potrà mai essere un apporto di untuosità o di grassezza, ma potrà verificarsi un incremento di succulenza, intesa come presenza di liquidi nella cavità orale oppure, come già ricordato, una accentuazione dell'acidità.

Ci potrà essere inoltre un incremento della persistenza gusto-olfattiva, poiché per dare impulso ed originalità al carattere dei piatti si tende a fare uso di uve preferibilmente arpmatiche piuttosto che uve dal sapore neutro. Quindi in sede di abbinamento terremo sempre in considerazione le caratteristiche dell'ingre­diente principale ed a questo faremo riferimento.
Negli antipasti sceglieremo quasi sempre vini bian­chi giovani di medio corpo, dagli invitanti profumi fruttati come un Pinot Bianco del Trentino oppure un Vermentino di Gallura.

Nei primi piatti potremo orien-tare la nostra preferenza verso vini rosati morbidi e vel­lutati come un Montepulciano d'Abruzzo nella versione Cerasuolo oppure un Ciliegiolo del Golfo del Tigullio, in Liguria. Con i piatti di pesce andremo a ricercare vini bianchi aromatici o semi-aromatici, caldi e strutturati come un Traminer Aromatico dell'Alto Adige oppure un Sauvignon dei Colli Orientali del Friuli. Nel caso di piatti di carne caratterizzati da buona succulenza ed untuosità sarà particolarmente gradita la lieve presenza tannica messa in evidenza da un Rosso di Valtellina oppure da un Aglianico del Taburno, in Campania.

Con i dolci infine sceglieremo due vini aromatici per eccellenza con cui giocare in funzione della variante cromatica della tipo­logia di uva prescelta per guarnire il dessert: Moscato d'Asti se l'uva è a bacca bianca, Brachetto d'Acqui con l'uva a bacca nera.

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