giovedì 8 gennaio 2009

Vini da tutto pasto: Due bottiglie per una piccola cantina

Una volta si portava il vino a ta­vola senza tenere in debito con­to quali cibi avrebbe accompagnato. Ciò perché rappresentava a sua volta un alimento, tra l'altro molto energe­tico, che serviva a integrare diete tal­volta povere; rappresentava quindi un cibo in più da mettere a tavola, a prescindere dalla sua qualità, spesso modesta, quando non scadente.

Og­gi, invece, che rispetto a un tempo si beve meno, ma meglio, il vino non rappresenta più, come prima istanza, un alimento, bensì una fonte di piace­re, capace di rendere più gradevoli i momenti conviviali. Pertanto deve es­sere di buona qualità e deve saper ar­monizzare con la vivanda che accompagnerà a tavola, anche perché servire ad amici o conoscenti una buona bottiglia con il cibo giusto è motivo di prestigio.
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Ma anche il vino consumato abitualmente ai pasti deve essere gra­devole e affidabile. Non deve, cioè, essere un vino qualsiasi, ma possedere alcuni requisiti importanti; deve risultare genuino, ave­re una giusta alcolicità e dimostrarsi sufficientemente "eclettico" da poter accompagnare tutte le portate del pranzo. Pertanto ci si potrebbe orientare su due tipologie: un bianco per i pasti più leg­geri e in genere quelli estivi e un rosso per i pranzi a base di carne.

Il vino bianco ideale dovrebbe nascere dalle uve più nobili quali il Cortese, vitigno piemontese di pregio che genera vini raffinati co­me il Cavi; lo Chardonnay, impiegato per la produzione dei più e-leganti Champagne e Spumanti Classici Italiani; i Pinot, che gene­rano vini di grande equilibrio. Il bianco che nasce da questo uvag-gio si presenta fresco e gentile, gradevolmente profumato, con ri­cordi di frutta matura, ma al tempo stesso secco, snello, immedia­to.

E' il vino ideale per i pranzi leggeri e quelli a base di pesce; ser­vito a 8 gradi di temperatura, accompagna frutti di mare crudi, an­tipasti di affettati all'italiana (soprattutto salumi nobili come pro­sciutto e culatello); pesci variamente cucinati e carni bianche deli­cate. Il vino rosso da preferire dovrebbe, invece, avere la corposità dei rossi toscani, l'eleganza di alcuni vini piemontesi e la freschez­za di quelli Veneti.

Dovrebbe cioè essere preferibilmente ottenuto da uve Sangiovese (che sono alla base di tutti i rossi docg toscani), Dolcetto (vitigno piemontese che esprime vini spesso delicati ed e-leganti) e Merlot (vitigno francese che ha trovato in Veneto un fa­vorevole terreno d'espansione). O rosso che nasce da queste uve è piacevolmente fruttato, asciutto, dotato di corpo caldo e morbido.

Si può servire a temperatura ambiente con primi piatti saporiti, formaggi stagionati, carni bianche come pollame e vitello, carni rosse come manzo e anatra variamente cucinate. Inoltre, proposto a temperatura di cantina, accompagna le bistecche, gli hamburger e le salsicce, preparati al barbecue, nel corso di gradevoli pranzi al­l'aperto.

Disponendo di entrambi i vini, si potranno elaborare menù più complessi, che comprendano cioè raffinati antipasti di mare e importanti piatti forti a base di carne con salse. Infatti que­sti due vini possono incontrarsi in sintonia all'interno dello stesso pasto, a condizione che il bianco preceda il rosso, o accompagnare, separatamente, i pranzi più diversi.


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Grazie a tali caratteristiche possono costituire la base per chi vo­lesse allestire una piccola, ma funzionale, cantina.




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Salute & Benessere

mercoledì 7 gennaio 2009

Il Pomodoro di Albenga: una questione di cuore

Si chiama Cuore di Bue per fa sua forma insolita. E dolce, gustoso e la sua polpa è compatta: ideale da mangiare in insalata

La Liguria, in special modo la zona di Albenga, oltre ad esse­re una grande produttrice di po­modori vanta la coltura di una par­ticolare tipologia: il Cuor di Bue, detto anche Pomodoro di Albenga o Pera ligure.

Dapprima ritenuto brutto e sgradevole alla vista, il Cuore di Bue negli anni ottanta ha cominciato ad essere apprezzato per le sue qualità organolettiche: polpa asciutta e consistente, pochi semi, quasi nulla presenza di succo, sapore dolce non acidulo.


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La pianta del "costoluto", altro no­me del pomodoro di Albenga dalle tipiche spaccature che lo rendono unico e facilmente identtficabile, produce frutti del peso di 300 g, a forma di cuore e di colore rosso chiaro che vengono raccolti a 100 giorni dal trapianto. La raccolta, in apprestamento pro­tetto si svolge da marzo a luglio per la coltura primaverile, da settembre a dicembre per la coltura autunna­le; mentre per il pieno campo la raccolta è limitata a giugno-set­tembre.

Originario delle regioni tropicali e sub tropicali d'America (Perù, Messico), il pomodoro, alimento ricco di calcio, fosforo e acido ascorbico, fu importato in Europa dagli spagnoli nel XVI secolo. Molti però forse non sanno che, se oggi ne è diffusa la cottura ali­mentare in tutto il mondo, fino all'ottocento si considerava solo una pianta ornamentale.

Attualmente l'Italia, nei primi posti su scala mondiale, rappresenta il più importante produttore della Comunità Europea (la quantità della produzione in ambiente pro­tetto inviata annualmente ai merca­ti ortofrutticoli si aggira intorno ai 2,5 milioni di t, di queste circa 2000 sono di pomodori Cuore di Bue e provengono da Albenga).

IL POMODORO
Cuor di Bue di Albenga è essenzialmente consumato fresco, ma è ottimo anche cotto per cucinare le svariate ricette gastronomiche tipiche delia cucina mediterranea.

II Pomodoro Cuor di Bue d'Albenga è commercializzato con il mar­chio "Liguria di Qualità" ed è garan­tito dal "Consorzio di Valorizzazio­ne dei Prodotti Tipici della Liguria". Le bacche di categoria, pezzatura, grado di maturazione il più possibi­le omogenea vengono confezionate in contenitori che ne garantiscono la protezione durante il trasporto e la commercializzazione.

Al momento dell'acquisto le bacche devono presentare, oltre ad un aspetto sano, turgido e fresco, l'assenza di:
• odori e sapori anomali;
• ammaccature, spellature, tagli e difetti evidenti;
• parassiti, terra ed altre impurità;
• umidttà esterna anormale:
• piccole spaccature cicatrizzate, un piccolo ombelico con lievi formazioni legnose e cicatrici di forma ombelicale m corrispondenza del punto stelare sono tipiche odia varietà, pertanto non ne pregiudicano la qualità.

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Salute & Benessere

Un tocco di sapore in più: l'olio d'oliva

Conosciuto fino dalla antichità, questo prodotto della terra e del sole è sempre stato considerato un dono divino; oggi, come mille anni fa, si usa ogni giorno in tavola e in cucina con ottimi risultati per il palato e per la salute.

Parlare di olio d'oliva ci porta indietro id tempo, addirittura all'antica Grecia e all'Olimpo dove, racconta la leggenda, Zeus propose ad Atena e Poseidone una gara per ottenere la sovranità sull'Attica; la vittoria sarebbe andata a chi avesse presentato il regalo più utile che risultò essere l'olivo portato da Atena come simbolo della pace.

Partendo dunque da tanto lontano, scopriamo le radici sacre dell'olio, radici che si incontrano anche nel Cristianesimo: per esempio, la Festa degli Olivi e l'Olio Santo che unge i moribondi e i sacerdoti, dunque coloro che sono più vicini a Dio.

L'olio è ingrediente comune a tutte le civiltà del bacino del Mediterraneo, troviamo l'olio e l'olivo come coltivazione nelle vaste estensioni di terreno che circondano i monasteri e troviamo che l'olio, nelle mani di sapienti monaci alchimisti, diventa anche medicina e ingrediente salutare nella dieta di tutti i tempi.

Ciò premesso, vediamone l'uso in cucina al giorno d'oggi. Come se un sottile filo tenesse legati gli antichi Romani e gli uomini moderni, ecco l'olio comparire sempre sulle nostre tavole, sia utilizzato a crudo (in questo caso è particolarmente indicato l'extravergine) sia cotto, come condimento o grasso per la frittura.
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In questo blog trovate alcune ricette, rapide e facili da realizzare, in cui l'olio diventa ingrediente importante per esaltare il gusto di ogni piatto.

La produzione dell'olio d'oliva di maggiore importanza si basa su processi di estrazione esclusivamente meccanici. In questo modo si distinguono merceologicamente gli oli vergini da quelli ottenuti mediante processi basati su metodi fisici e chimici (oli di semi, oli di oliva rettificati e raffinati, oli di sansa).

Altre tecniche prevedono l'impiego di metodi fisici e chimici. Va però detto che le norme gli standard di qualità stabiliscono che un olio di oliva possa essere definito "vergine" solo se per la sua produzione siano stati impiegati esclusivamente metodi meccanici. L'olio ottenuto con il ricorso a metodi chimici e fisico-chimici è pertanto identificato con tipologie merceologiche differenti e distinte dal vergine.

Le linee di lavorazione nell'estrazione meccanica differiscono per i metodi usati nelle singole fasi, pertanto esistono tipologie d'impianto differenti.

Oltre che per le caratteristiche tecniche gli impianti differiscono in modo marcato per la capacità di lavoro, il livello di meccanizzazione, l'organizzazione del lavoro, la resa qualitativa e quantitativa, i costi di produzione. In generale la linea di produzione di un oleificio comprende 5 fasi fondamentali:

  • Operazioni preliminari.
  • Molitura.
  • Estrazione del mosto d'olio.
  • Separazione dell'olio dall'acqua.
  • Stoccaggio, chiarificazione e imbottigliamento.

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