mercoledì 29 ottobre 2008

Piante medicinali moderne

Il salice è albero volgare. Le cui fronde, seme, corteccia e liquore hanno virtù costrettiva. Le fronde trite, e bevute con un poco di vino e di pepe, vagliono à i dolori dei fianchi: e tolte sole con acqua non lasciar ingravidare le donne. Ristagna il seme, bevuto, lo sputo del sangue. Il che fa parimente la sua corteccia. La cui cenere macerata in aceto guarisce i porri e i calli, che s'impiastrano con essa ... ".

Così sentenzia - nella traduzione cinquecentesca di Pietro Andrea Mattioli - il celebre medico greco Dioscoride, vissuto nel I secolo dopo Cristo. Anzi, le virtù officinali del salice sono ben note da almeno 2.500 anni, dal momento che già Ippocrate, nel V secolo a.C., l'aveva raccomandato alle partorienti per alleviare i loro dolori.

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Solo da pochi secoli, tuttavia, si è passati ad uno sfruttamento assai più preciso e sistematico di una pianta tanto bella quanto utile. Sappiamo infatti che frequentemente nell'antichità l'erboristeria ha solo "sfiorato" la conoscenza delle effettive virtù terapeutiche delle piante, limitandosi ad usare in decotti ed intrugli vari alcune loro parti (foglie, corteccia, semi, fiori e radici) più o meno così come la natura le presentava, senza cioè arrivare a cogliere l'essenza stessa delle potenzialità medicamentose della pianta, mettendo in luce i suoi "principi attivi".

Il vero salto di qualità, in questo senso, si ebbe solo con Paracelso (XVI secolo), il celebre alchimista-filosofo tedesco che per primo andò alla ricerca del principio attivo della pianta, selezionando e separando le sostanze in essa contenute, e aprendo in tal modo la via per la sintesi del principio e quindi per la moderna chimica organica e farmaceutica. L'esempio del salice (Salix alba) risulta quasi paradigmatico per comprendere il momento della frattura fra l'erboristeria di stampo medievale e la moderna scienza farmacologica.

Fu un religioso inglese, certo Edward Stone, ad annunciare nel 1763 che era riuscito ad abbassare la temperatura corporea di alcuni malati, somministrando loro un estratto di corteccia di salice. Pochi anni dopo, i ricercatori Gúnz, tedesco, e Coste e Villement, francesi, proposero l'impiego della corteccia di salice come succedaneo del chinino, un ritrovato validissimo ma non facile da produrre per la mancanza in Europa di piante del genere Cinchona. Sul finire del Settecento si arrivo quindi alla sintesi dell'acido acetilsalicilico, la cui azione benefica contro le malattie reumatiche e contro i dolori fu tuttavia provata sperimentalmente solo un secolo dopo, tanto che solo nel 1899 venne brevettato dall'industria farmaceutica Bayer il prodotto che tutti conosciamo con il celeberrimo nome di "Aspirina".

Il farmaco, oggi ritenuto la più vecchia tra tutte le medicine in commercio, pur essendo stato recentemente sconsigliato ai giovani malati di malattie respiratorie provocate da virus, resta una pietra miliare della farmacopea, anche per il suo bassissimo costo, tanto che ogni anno se ne vendono al mondo circa 40 mila tonnellate (cento miliardi di compresse).

Colchicum autumnale Digitalis lanata Tuttavia, la moderna ricerca farmacologica, nel tentativo di sconfiggere le malattie del secolo, è tornata a guardare con estremo interesse al vastissimo regno vegetale, all'interno del quale si stanno esplorando tutte le potenzialità contenute nelle "droghe", intendendo con questo termine tutte le parti della pianta impiegate per l'estrazione e l'isolamento del principio attivo, dopo le opportune riduzioni dimensionali.

Ma ciò che rende interessante il discorso anche per noi amatori di giardini è che molte delle specie in oggetto sono conosciutissime piante ornamentali, le cui virtù forse neppure sospettiamo mentre ne facciamo uso durante la sistemazione di una bordura o di un'aiuola. Prendiamo il caso forse più clamoroso, quello delle pervinche (Vinca minore e Vinca major), talmente diffuse non solo in tutti i nostri boschi ma anche nei giardini come ottime tappezzanti, che quasi non facciamo neppure caso alla loro presenza.

Eppure le foglie di queste tenere pianticelle dal fiore azzurro sono da lungo tempo impiegate contro catarri cronici e altri mali di non eccessiva gravità; in tempi recenti, però, si è scoperto che in Vinca minor sono presenti, sia pure in non grandi quantità, alcune sostanze importantissime per la lotta contro alcune forme di neopiasie.

Le medesime sostanze vengono con maggior profitto estratte da una parente molto simile alla comune pervinca, cioè da Catharanthus roseus (o pervinca del Madagascar), anch'essa appartenente alla famiglia delle Apocynaceae e coltivata da seme come annuale, sia nelle bordure estive che in vaso.

Un tempo rara, in quanto pianta endemica nel Madagascar, essa si è poi largamente naturalizzata nei Tropici, diventando infine negli anni Cinquanta oggetto di grandi attenzioni da parte degli studiosi di nuove terapie antitumorali. Infatti le sue radici sono un autentico laboratorio chimico, inimitabile come tale dall'uomo, essendo in grado - tramite complesse reazioni biochimiche correlate all'attività di numerosi enzimi di produrre ben 75 alcaloidi diversi, tra cui la "vinblastina" e la "vincristina", ormai universalmente riconosciute come sostanze capaci di contrastare vari tipi di tumori infantili, quali la leucemia e il morbo di Hodgkin.

Nel solo Texas, le industrie farmaceutiche coltivano estensivamente Catharanthus roseus in quantità tali da fornire una "provvista" di circa otto tonnellate di fiori all'anno.

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Vinca minor Taxus baccata Sempre nel settore delle piante che riescono a darci una mano nella lotta contro le neoplasie, negli ultimi tempi si sta rivalutando in modo sensibile il tasso, che invece - forse per una strana legge del contrappasso - nell'antichità, e soprattutto presso i Celti, era considerato "funebre" in virtù della tossicità di tutte le sue parti, ad eccezione della polpa rossa e dolciastra dei frutti.

I ricercatori moderni si sono invece avvalsi dell'esperienza delle tribù indigene nordamericane che, per secoli, hanno usato una specie locale di tasso, sia per provocare l'aborto che per curare alcune forme di cancro della pelle. Questa pianta, che risponde al nome scientifico di Taxus brevifolia, possiede il proprio habitat in zone ombreggiate e nelle forre di montagna fra la Columbia Britannica e la California, quindi lungo le coste del Pacifico.

Nel 1979 venne trovata nella corteccia e nelle radici di questo tasso la presenza di un principio attivo, il "tassolo" (poi chiamato "paclitaxel"), in grado di arrestare la proliferazione delle cellule tumorali in alcuni casi di neoplasie, quali il carcinoma mammario, uterino e ovarico, nonché quello del tratto esofageo.

Tuttavia, alcuni problemi hanno rallentato la produzione del farmaco, poiché la quantità di paclitaxel presente negli alberi è risultata troppo modesta (si è calcolato che per curare una sola persona è necessario utilizzare un'intera pianta di almeno 60 anni d'età), in aggiunta al fatto che l'esigenza di impiegare le parti vitali della pianta (le radici) ha suscitato non poche proteste da sparte degli ambientalisti americani. Una buona fonte alternativa è stata trovata nel comune tasso europeo (Taxus baccata), dal momento che la droga è stata individuata nelle foglie e nei rametti, quindi in parti rinnovabili delle piante, senza cioè incidere su un'eventuale estinzione della specie. In questo caso, pero , il principio, che si chiama "desacetilbaccatina", è solo un precursore del paclitaxel, il quale viene ottenuto con un metodo semisintetico.

Ancor più recentemente, infine, si è scoperto che un terzo tasso, l'ibrido Taxus x media (T. baccata x T. cuspidata), contiene paclitaxel in quantità sufficienti da giustificarne la coltivazione artificiale in appositi vivai. Un'altra pianta estremamente importante per la salute dell'uomo, ormai da diversi anni, è la digitale, le cui foglie contengono alcuni glucosidi, che agiscono da regolatori del ritmo cardiaco e che trovano un uso elettivo nell'insufficienza cardiaca. Una corretta dose di digitale - tratta da Digitalis purpurea e da Digitalis lanata - regolarizza il numero di battiti del cuore, facendo sì che la sistole ventricolare sia più sostenuta e più ampia, mentre in caso di insufficienza cardiaca essa stimola l'innalzamento della pressione e favorisce il riassorbimento degli edemi.

E' curioso osservare che la farmacologia clinica e la ricerca farmaceutica non sono ancora riuscite a individuare principi attivi alternativi ai digitalici, per ottenere i quali è obbligatorio dunque ricorrere alle bellissime perenni da giardino che ben conosciamo.


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Cassia corymbosa Digitalis purpurea Numerose altre, naturalmente, sono le piante a cui si fa ricorso per i più disparati impieghi terapeutici.

Si pensi al colchico (Colchicum autumnale), nei cui bulbi sono contenuti alcaioidi, anche fortemente tossici, come la colchicina, che però possiede una notevole attività mutagena e che viene soprattutto utilizzata in studi per saggiare l'attività antitumorale di altre sostanze; è curioso osservare che il medesimo alcaloide è contenuto nei semi di una bellissima rampicante tropicale, Gloriosa superba (Liliaceae). Un secondo alcaloide, colchicoside, viene invece impiegato per ottenere un derivato che si usa come miorilassante e contro la gotta.

Anche il comunissimo pomodoro (Lycopersicon esculentum) offre non pochi vantaggi con il principio attivo "lycopene", capace di bloccare i cosiddetti radicali liberi presenti nell'organismo, ai quali viene imputata un azione degenerativa a carico delle strutture cellulari di diversi organi.

Con le piante del genere Cassia (oggi: Senna) si ottengono lassativi e purganti di sicura efficacia, mentre con gli antocianosidi derivati dal mirtillo (Vaccinium myrtillus) si ottengono farmaci vasoprotettori a livello capillare, prevenendo anche le "couperose" dovute alla rottura dei vasi superficiali della cute del viso.

Inoltre con l'ippocastano (Aesculus hippocastanum) e con il suo principio attivo "escina" si hanno buoni effetti antiedematosi, con Valeriana officinalis si combattono l'insonnia e gli stati ansiosi di modesta entità, con Artemisia e con Hypericum i virus, con i rizomi di pungitopo (Ruscus aculeatus) le emorroidi, con le foglie di Ginkgo biloba infine si producono ottimi vasodilatatori periferici.

Ma il lavoro di ricerca è ancora ben lontano dall'essere terminato, se è vero che, al momento attuale, l'industria farmaceutica moderna si avvale di meno di cento specie vegetali per ricavare centoventi composti chimici puri da utilizzare nella pratica clinica.

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Peperoni in technicolor

II peperone (Capsicum annuirti è un ortaggio proveniente dall'America del Sud. Comparso sulle tavole europee nel XVI secolo, oggi la sua coltivazione è molto diffusa in molti Paesi e in Italia. Tra i peperoni più pregiati ricordiamo quelli dì Carmagnola, prodotto agroalimentare tradizionale e presidio slow food (da oggi, fino al 7 settembre, il paese ospita la tradizionale sagra).

Dì colore rosso o giallo, talvolta sfumato di verde, gusto dolce e pronunciato, i peperoni dì Carmagnola (Torino) si dividono in quattro tipologie a seconda della forma: il quadrato, il corno di bue, la trottola e il tumatìcot. Di colore verde o rosso porpora è invece il Peperone di Senise, Igp, che presenta tre tipologie tutte di piccole dimensioni: appuntito, a tronco e a uncino. Secondo la tradizione tuttavia si prepara «crusco», cioè fritto croccante con un po' dì sale, ed è ottimo per accompagnare formaggi e verdure.
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Puro come un giglio? È sempre più difficile

Se parliamo di gigli adesso è solo per pregustarne il piacere la prossima primavera. Ci sarà tempo in autunno per passare dal sogno alla realtà, deciderne l'acquisto, sistemarli dove sarà buono per loro e bello per noi. Ma non è più così facile avere un vero giglio di Sant'Antonio, il bianchissimo Lilium candidum.

O il Lìlium davidii, che fiorisce un po' più avanti, nel mese di giugno. Tanto che un intenditore raffinato come Enrico Shejbal, olandese di origine, ma residente in Italia da molti anni, collezionista e mercante di bulbo­se rare, ha dedicato loro un libro guida online per ri­presentarli agli appassionati (IIsentiero verde dei bulbi, www.floriana.ws). «Sono pochi i veri gigli, cioè le piante bulbose del genere Lilium che possono essere messe a dimora in autunno» scrive.


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La paura delle gelate spinge tutti noi ad acquistare i bulbi prima che l'inverno fini­sca, quando negli scaffali dei garden center le diverse cipolle, quasi tutte olandesi, la fanno da padrone. Invece, per il vero giglio, già da ottobre si può iniziare a sca­vare una buca che lasci, in profondità, circa tre centimetri di terra per ricoprire il bulbo; considerando invece uno spazio orizzontale libero tra uno e l'altro, se si vo­gliono numerosi, che sia due volte il diametro del bulbo.

Shejbal, contro i suoi in­teressi, non lesina consigli per la buona crescita dei gigli, senza preoccuparsi del fatto che, diventando bravi, non avremo più bisogno di acquistarne altri. Rimette­remo in terra, ogni anno, quelli della stagione precedente. Allora, però, saremo en­trati a far parte della grande famiglia dei bulbo-dipendenti. E il catalogo di Floria-na, da allium a zantedeschia, ne ha a decine, tutti da sperimentare.


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La regina della notte

QUANDO I FIORI SEGUONO L'OROLOGIO
Per chi è nottambulo, e può apprezzare la Regina della notte, di cui parliamo a fianco, c'è un'altra meraviglia da coltivare, la Bella di notte o Ipomea mexicana, che non passa facilmente l'autunno, e ancor meno l'inverno, all'aperto nel nostro clima.

Ma che, di stagione in stagione, da una bella fioritura bianca e leggermente profumata nel corso delia notte. Per chi non è nottambulo, o non abbastanza mattiniero, ecco un altro fiore che sì comporta seguendo un orologio personale. È la popolare Ipomea Morning Glory, che apre il suo calice blu nelle prime ore del mattino, per richiuderlo verso le nove, dieci. Conservatene i semi per rinnovare la coltivazione l'anno prossimo.

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La Regina della notte che all'alba si ritira
I a Regina della notte è una pianta messicana che i botanici hanno battezzato Epiphyllum oxypeta-lum. Presenza che, per aggiungere un tocco di curio­sità, rientra nella categoria «conversationpiece», come si dice per certe pitture di cui è interessante raccon­tare la storia. Lei, la regina delle notti d'estate, la rey-na de la nache, apre i suoi fiori bianchi solo dopo le 23. A mezzanotte è ancora lì, con il suo fogliame lungo, verde lucente, framezzato dal bagliore del bianco, e verso le 5 del mattino inizia a profumare l'aria in ma­niera violenta e dolce insieme. Dalle sei in avanti il profumo svanisce, i fiori si richiudono.

Ora una simile meraviglia non si coltiva in batteria, non se ne fanno siepi, non ci si ricoprono pareti, anche se, in situazioni ottimali, può raggiungere e superare i tre metri di altezza. No, di Regine della notte ne basta una, messa in un vaso non trop­po grande, facendo attenzione che non venga colpita dal sole, perché, pur amando la luce, la preferisce indiretta, al riparo di una fronda ombrosa o di una pergola.

Tra Otto e Novecento l'Epyphillum oxipetalum era, pur con il suo nome difficile, una pianta conosciuta e molto usata. I giardinieri la riparavano, durante le stagio­ni più fredde, nelle verande come nelle limonaie, pronti a riportarla fuori la pros­sima estate, vicino a sofà e poltrone di vimini, dove stare a frescheggiare la notte.

Con il giardinaggio fai-da-te è più saggio acquistare un esemplare in vaso, che, al­to già due metri e pronto a fiorire, costa circa 65 euro da quell'originale vivaio che è la Casina di Lorenzo di Davide Picchi (www.casinadilorenzo.com). Ma ognuno può trovare la pianta al prezzo che gli conviene

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